È sempre complicato venire a patti con la propria identità culturale quando gli eventi storici lacerano tragicamente la coincidenza tra aspettative e azioni praticate. Marija Stepanova, scrittrice russa in esilio, mette in scena nel suo nuovo romanzo lo spaesamento di una donna che le corrisponde. M. (il suo alter ego) ha bisogno di una via di uscita rispetto al mondo che l’ha partorita – e che non riconosce più. E così, complici un treno, un telefono bloccato e una scelta avventata, il suo nuovo romanzo accompagna dalla perdita alla metamorfosi, e, dalla trasformazione, a una nuova possibilità di esistenza.
“In fondo, pensava a volte M., dicono che il corpo umano abbia l’abitudine di sostituire ogni sette anni le sue cellule con cellule nuove, così allo scadere di ogni settennio ti svegli come fossi una persona diversa, pur senza accorgertene affatto, e solo per disattenzione continui a considerarti come un essere conosciuto e prevedibile”
Ne La sparizione (da poco uscito per Bompiani nella traduzione di Cristina Moroni), Marija Stepanova, poeta e saggista russa in esilio a Berlino, compie un gesto narrativo audace: racconta la fuga da sé, dalla propria identità, dalla propria lingua e dalla propria patria. Lo fa attraverso una protagonista chiamata M., anche lei scrittrice in esilio a Berlino. Un testo che a prima vista potrebbe sembrare l’ennesima autofiction si rivela una costruzione letteraria stratificata, surreale e – cosa rara di questi tempi – ironica.

La trama è semplice solo in apparenza. M. parte da Berlino per partecipare a un festival letterario in Danimarca. Il viaggio, però, s’inceppa: a causa di uno sciopero ferroviario, della perdita del cavo di ricarica dello smartphone e dell’assenza di chi dovrebbe accoglierla a Flensburg, città tedesca a pochi chilometri dal confine con la Danimarca, nella quale M. si ritrova bloccata. Proprio a Flensburg, dove nessuno la conosce, M. può sperimentare l’invisibilità. Questo stato di isolamento, anziché generare ansia, si rivela liberatorio. M. si lascia andare alla deriva, agli incontri casuali e si unisce persino a un circo. Il viaggio esteriore si trasforma in un percorso interiore, in una metamorfosi che la conduce verso una nuova possibilità di esistenza.
«Nell’estate del 2023 l’erba continuava imperterrita a crescere, come per dimostrare ancora una volta che, per quanto sulla superficie terrestre la gente si ammazzasse, lei intendeva persistere nel suo desiderio di spuntare proprio da quella terra.»
Già nell’incipit, in cui si evoca l’indifferenza della natura di fronte all’orrore umano della guerra, si rivela il tono ellittico del romanzo, capace più di suggerire che di affermare. La Federazione russa, mai nominata direttamente, appare sotto forma di «mostro», che perseguita M. anche in esilio. Il trauma dell’aggressione russa all’Ucraina è il sottotesto costante, mai esplicitato, ma sempre presente.
M. non può sfuggire alla sua origine, alla lingua che parla, alla cultura che la forma, eppure, nel momento in cui si ritrova sola, senza smartphone, senza nome, senza ruolo, qualcosa cambia: «tutte le strade sono aperte» e la sparizione diventa una scelta possibile. Per un momento, M. rinuncia persino a essere russa e si pensa solo ebrea, come accade tra gli emigrati, spinti dal profondo disagio di essere russi a definirsi piuttosto ebrei, anche se non lo sono (ricordiamo brevemente che nel mondo russofono l’ebraicità è percepita in maniera molto differente che in Occidente ed è del tutto scollegata dalla questione palestinese, verso la quale la prassi politica sia dell’Unione sovietica, sia della Federazione russa è sempre stata quella della Realpolitik; fino al 1991, chi nel passaporto interno sovietico avesse indicato come ebraica la propria “nazionalità” sarebbe andato incontro a severe discriminazioni – il tema della shoah è stato integralmente rimosso dallo spazio pubblico sovietico –, mentre, nella percezione popolare russa, nel mondo dell’arte e della cultura sarebbero “tutti ebrei”).
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è la fitta rete di riferimenti letterari. A cominciare da Ovidio, anch’egli esule, come Stepanova. Come i personaggi delle Metamorfosi che si trasformano per sfuggire al dolore o alla punizione, così M. desidera cambiare pelle e liberarsi dalla propria identità. Il viaggio di M. richiama quello del professor Pnin di Vladimir Nabokov, esule goffo e ironico, alle prese con treni sbagliati e contatti mancati. Il tono surreale e la frammentazione narrativa sono echi evidenti della scrittura nabokoviana.
Ma Stepanova non si limita alla letteratura russa. Riportiamo alcune voci della critica letteraria tedesca. Angela Gutzeit rileva affinità con l’artista francese Sophie Calle, che ha fatto dell’identità e della sparizione il centro della sua opera. Come Calle, Stepanova gioca con l’ambiguità tra realtà e finzione, tra autobiografia e invenzione. Per Jörg Plath la bellezza austera del romanzo richiama lo stile sobrio e riflessivo di John Maxwell Coetzee, in particolare quello dei romanzi sull’esilio e sulla colpa. Aggiungiamo Parsifal e Pinocchio, evocati tra le righe, che incarnano il viaggio iniziatico e la ricerca di sé: M. attraversa prove, smarrimenti e incontri che ricordano le tappe di un pellegrinaggio interiore, tra innocenza perduta e desiderio di redenzione.
Il linguaggio di Stepanova è uno strumento di esplorazione e di difesa. La scrittrice si interroga sull’«orrore dell’assenza di parola», sulla difficoltà di raccontare l’esilio, la violenza, la perdita. Eppure, proprio attraverso la scrittura, riesce a costruire un mondo dove il dolore si trasforma in arte, dove l’ironia diventa una forma di sopravvivenza. Il romanzo è pieno di metafore, tracce nascoste, immagini potenti, spesso riprese dai tarocchi. È un testo che si legge su più livelli: come racconto di esilio, come riflessione politica, e come esplorazione poetica della letteratura stessa.

Maria Stepanova è una delle voci più importanti della letteratura russa contemporanea. Nata a Mosca nel 1972, ha fondato e diretto il portale culturale indipendente colta.ru, punto di riferimento per il dibattito intellettuale nel mondo russofono e oscurato nella Federazione russa poco dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Vive in esilio a Berlino dal 2022. La sua opera si muove tra poesia, saggistica e narrativa, con una forte impronta autobiografica e una profonda attenzione alla memoria storica. Ha vinto i maggiori premi letterari europei e russi (tra cui la Bol’šaja Kniga nel 2018, il NOS Award nel 2019 e il Leipziger Buchpreis zur Europäischen Verständigung nel 2023). Ha pubblicato con Bompiani nel 2020 il saggio autobiografico Memoria della Memoria (finalista nel 2021 all’International Man Booker Prize e nel 2022 al Pushkin House Book Prize; traduzione di Emanuela Bonacorsi), nel 2022 la raccolta La guerra delle bestie e degli animali (traduzione di Daniela Liberti e Alessandro Farsetti) e nel 2024 il poema Sacro inverno (traduzione di Daniela Liberti).
Una intervista a Marija Stepanova pubblicata da Cultweek si trova qui.