Marie Bonaparte: quando il mito si travestì da fake news. Per salvarci

In Letteratura, Saggistica

Augurarsi la morte di un dittatore. Presagire la fine del conflitto. Sognare di salvarsi dalle armi del nemico. Durante la guerra, i popoli non producono solo eventi: producono miti. Dalla storia del “cadavere nell’auto” ai racconti dell’invasione respinta, fino al mito della protezione divina della patria e alle profezie sulla pace, Marie Bonaparte – psicoanalista allieva di Sigmund Freud – indaga le leggende che si diffusero in Europa durante la Seconda guerra mondiale, rivelandone il senso più nascosto: quello che nasce dalla paura, dal bisogno di speranza, dal desiderio di trovare un senso alla realtà.

Ottant’anni dopo, in tempi grami di conflitto, leggere Miti di guerra – Catastrofi, sogni, profezie, per la prima volta disponibile in traduzione italiana, provoca un certo straniamento.
Dall’Iliade in poi, che il mito c’entri con la guerra è palese; per questo prendere in mano questo libro può attirarci dapprincipio guidati dall’idea che potrebbe aiutarci a capire che certe dinamiche ci sono sempre state, oltre che comprendere come nascono e si sviluppano: allontanando il nostro dramma in una dimensione mitica ci permettiamo forse di vedere meglio quel che è troppo vicino, e insieme ci avviciniamo perché ci riconosciamo.
Insomma, può intrigarci per mille motivi, anche contraddittori.
Ma c’è anche qualcosa di più, in questo testo: si tratta, probabilmente, della prima analisi condotta sulle fake news di vasta scala, diffuse in un momento storico di stress umano globale.

L’autrice è Marie Bonaparte (1882-1962), discendente della famiglia Bonaparte, principessa di Grecia e Danimarca, ma soprattutto allieva ed erede di Freud, di cui ha tradotto in francese gli scritti, nonché autrice di controverse teorie sulla sessualità femminile; è stata proprio lei, tra l’altro, ad aver organizzato la fuga di Freud dai nazisti e il suo rifugio a Londra.


Marie Bonaparte ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del pensiero freudiano in Francia: la storia della Società Psicoanalitica di Parigi nel 1926 si sviluppa insieme alla sua vita.
È la prima volta che viene pubblicato in Italia da Mimesis – Biblioteca di Psicoanalisi questo straordinario volume scritto nel 1946, all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, e colpisce la libertà con cui si esprime Marie Bonaparte, sia nei confronti del potere politico, sia delle correnti dominanti nella Scuola Psicanalitica, il suo schierarsi con coraggio dalla parte di chi è oppresso, da qualsiasi parte stia, anche da quella del nemico.

Il suo lavoro consiste in un indagine sugli effetti del trauma bellico sulla mente collettiva: Miti di guerra è insomma una ricerca sul campo delle linee di lettura che si determinano nella resistenza all’inevitabile e al tragico assoluto. Quelle che oggi chiamiamo leggende metropolitane rivelano modi profondi di funzionamento delle nostre paure. La raccolta che Marie Bonaparte mette insieme è, non a caso, un repertorio di storie, notizie sconcertanti, fatti straordinari, predizioni che circolarono massicciamente tra i paesi in guerra a dispetto di fronti e frontiere. L’analisi che la psicanalista fa è, nello stesso tempo, un tentativo di pensare queste risposte come un effetto di regressione al primitivo, un ritorno a forme magiche di pensiero: l’attivazione di modi primari di funzionamento resi necessari dal corto circuito dell’Io che si ritrae davanti alla drammaticità degli eventi.

Marie Bonaparte intervista personaggi comuni, amici, cartomanti, propagatori di storie prese da gente qualsiasi; ed è sempre molto attenta a risalire alle presunti fonti dirette o ai presumibili testimoni oculari: soldati che si ritrovano a dare passaggi a cadaveri, spie travestite da suora, carri armati di latta, predizioni di date certe per la fine del conflitto mondiale.
Ciò che tutta questa raccolta di dicerie, di leggende, di miti in tempi di guerra segnala è l’attivazione del profetico durante l’orrore della guerra, il lavoro del principio di speranza che tenta di orientare in una direzione salvifica il trauma che si sta vivendo.

Raccontando, facendo circolare queste storie più o meno credibili, che sembrano del tutto casuali e quindi più autentiche, si prova a determinare o a propiziare l’avvenimento di un evento liberatore, come ad esempio la morte di Hitler, topos di molte di queste ‘leggende metropolitane’: la soluzione più immediata e semplice per arrivare alla pace. Insomma: il mito è cosa seria, serissima. Scrive infatti Bonaparte:



“Se l’anima contemporanea è colpita dalla predizione fausta così garantita dalla morte e ci crede, e se il mito sembra germogliare un po’ dovunque, è perché la guerra con le sue pene e i suoi pericoli ha dovuto risvegliare in fondo a noi una delle credenze più arcaiche dell’umanità, in questo caso la fede nella necessità, per ottenere un grande bene, di un sacrificio’