Marina Rocco dimostra la sua statura di attrice drammatica in un monologo che – fino all’8 marzo al Teatro Franco Parenti – sintetizza e compone tutte le storie di donne vittime di violenza. Con la firma di Nicoletta Verna, in un lavoro teso e senza fiato, la storia di tante.
“Finalmente fa qualcosa che non ha mai osato pretendere, ma desiderare sì”. Difficile introdurre – e forse anche sintetizzare – meglio di così Io sono Maria Stuarda, fino a domenica al Teatro Franco Parenti. Impossibile non partire dalla sua interprete, Marina Rocco, che offre alla protagonista del suo primo monologo il candore della verità e dell’assenza di alternative di quelli che spesso si sono chiamati ultimi, ma si libera dalla maschera dai boccoli biondi cotonati che l’ha accompagnata a lungo, accostandola a una Marilyn contemporanea, per dimostrare tutta la solidità e l’efficacia nel sostenere senza sbavature un ruolo drammatico fino al parossismo, dopo la (apparente) levità della Maria Brasca. Nel testo commissionato appositamente a Nicoletta Verna – apprezzata scrittrice di prosa che dimostra qui di saper ben maneggiare, anche alla prima prova, il ritmo e il respiro necessario alla scena – la maschera è quella paradossale di una regina antifrastica, tanto quanto il padre, mangiato dalla miseria, era “il re di Savoia”. Maria Stuarda (che della Brasca testoriana avrebbe forse potuto essere un’ava) è una donna semplice, il cui nome altisonante è l’unico patrimonio che possiede, offerto dal padre come un auspicio, dimenticandone però il destino di crudeltà e poi di morte. Rimuovendo, cioè un pezzo della sua storia, come accade, da sempre, a quasi tutte le donne. Per lui, però, questo nome vuole essere un augurio di prosperità per una ragazza che, presto, dovrà e potrà gestire soltanto il patrimonio pericoloso della propria bellezza, capitale essenziale per sopravvivere a qualsiasi donna e in qualsiasi tempo, incluso quello che – a cavallo delle guerre mondiali – le spinge a considerare come un successo finire in sposa al miglior partito del paese, Michele.
Inchiodata da un destino come dall’occhio di bue del giudizio, non solo quello del mondo, ripercorre a posteriori una storia che é il catalogo della vittimizzazione delle donne: gelosia, controllo, violenza domestica. E poi, quando l’apparente respiro – con il suo corollario di violenza psicologica, solitudine e paura – della scomparsa di Michele durante la campagna di Russia sembra intervenire a scrivere un’altra storia, a prendere il posto della violenza già nota interviene quella che arriva dall’esterno, dal padrone del calzaturificio dove Maria pare trovare di che sostentarsi ed essere indipendente: il ricatto della dipendenza dal lavoro e la violenza economica, l’abuso sul luogo dl lavoro, il potere senza confine e senza risposta possibile del padrone su di lei, su tutte. Una parabola senza respiro e via d’uscita, che Verna traccia con un senso di accumulo che non ha niente dell’accumulazione autorale, ma tutto dei dati di una realtà che si accanisce sempre più spesso sulle donne e sempre negli stessi modi.
A suggerirlo, anche la regia accorta ed elegante di Andrea Piazza, che di questa moltiplicazione fa elemento narrativo, popolando il palcoscenico della sala Blu di tutte le eco di storie come quella di Maria Stuarda, sia nelle denunce – in gran parte inascoltate – delle violenze subite, sia nei negli abiti vuoti dei corpi delle donne a cui Maria Stuarda presta la voce, che si accumulano proprio come ogni anno accade ai segni, dalle scarpe rosse alle bambole sui muri, delle donne vittime della violenza maschile. Un destino di sangue – che Piazza raddoppia e suggerisce negli elementi quotidiani di una casa familiare, diventati nemici nel silenzio del mondo. Sul palcoscenico, un gioco di echi e di prefigurazioni, un dialogo concretizzato nel passo avvolgente e dolente del jazz e nella figura della sua interprete, dal vivo, la talentuosa sassofonista Marina Notaro, che nel suo punteggiare il racconto di Maria Stuarda si trasforma, avvolta da un abito verde, nella prefigurazione di un destino e, al contempo, di quello che avrebbe potuto accadere e che forse non sarà, ma il prezzo da pagare e inestimabile.
Su tutto, emerge una Marina Rocco di vivida intensità, capace di attraversare la tragedia con dedizione e naturalezza, espressiva ma mai scomposta. Il risultato e uno spettacolo struggente e spietato, elegante e radicalmente politico come lo e – fin dai tempi di Morante, per scomodare un paragone illustre – la volontà di rievocare la Storia collettiva e poi il presente offrendogli la forma carnale e commossa di una donna sola, la più fragile. Quella che ogni giorno si evoca quando, all’ennesimo caso di cronaca, si invoca “Ni una menos”. Perchè non basta demandare ad altri la soluzione di un fenomeno che ha i numeri ma non i caratteri dell’emergenza, nè augurarsi che qualche Maria Stuarda provi a farsi, da sé, una forma, altrettanto monca, di giustizia.
Ph. Alessandro Villa