Tutta la luminosa civiltà hindu-musulmana del tempo della leggendaria principessa Padmini: i segreti dei templi e i piaceri d’amore, gli splendori delle corti e la nudità dell’ascesi, i gesti della quotidianità e le glorie delle battaglie.
Tradotto per la prima volta in una lingua occidentale dopo le più recenti revisioni del testo, e ora presentato in un’edizione ampliata nell’apparato critico, il Padmâvat è l’esempio unico dei tesori tuttora celati nelle letterature dell’India.
È talmente bello Il poema della donna di loto (Padmâvat), il capolavoro epico indiano scritto da Malik Muhammad Jayasi, che, prima ancora di riuscire a inquadrarne importanza, valori, lingua, storia, quando cominciamo a leggerlo, sono le sue immagini meravigliose, e il vortice colorato delle sue avventure che rapiscono:
‘Ora canterò la storia dell’isola di Simhal e della famosa Padmini: sarà una descrizione particolare, della natura di uno specchio, per la quale ogni forma appare così com’è.
È un’isola beata, dove le donne sono simili a lucerne e dove Iddio fece incarnare Padmini (…)
Quando ci si avvicina a quell’isola, è come se ci accostasse al paradiso: la circondano fitte selve di manghi, che si levano a toccare il cielo; tutti i suoi alberi portano la fragranza dei monti del Malaaya (…)’
E così ci inoltriamo, insieme alla sua descrizione, in questo luogo di incanto: dai rami pendono grappoli di frutti di tutti i tipi, fragranti d’ambrosia.
Vi dimorano uccelli di tutti i colori e forme che cantano in tutte le lingue.
Ruscelli, cascatelle e laghetti brillano come gemme, sulle sponde fioriscono gigli che sembrano stelle nascenti.
Ecco comparire le portatrici d’acqua, le loro membra emanano fragranze di loto, hanno vita di leonessa e occhi di cerbiatta, andatura di cigno e voce di cuculo.
Ecco i mercati con ogni sorta di prodotto, le sette cinta di mura merlate, le scale d’oro, i palazzi di giada dai sette piani che sfiorano il cielo, le gemme dai sette colori incastonate fanno impallidire le stelle col loro splendore.
Il gioiello più splendente dell’isola di Shimal è la sua principessa, Padmini.
La sua leggenda sembra ancor oggi aleggiare tra le antiche storie e gli aspri paesaggi del Rajasthan, tra le rovine della splendida fortezza di Cittor, la città madre degli indù: il suo palazzo si erge al centro di un lago a testimoniare la tragica vicenda cantata da poeti, bardi e cantastorie, la sua terribile verità storica.
Assediata dall’immenso esercito del sultano di Delhi, Alauddin, la città spalancò le proprie porte di bronzo per far uscire l’ultima carica dei suoi cavalieri, mentre le donne celebravano il rito del suicidio collettivo (Johar) gettandosi tra le fiamme del rogo.

Come ci racconta Giorgio Milanetti, che ha curato la bella traduzione e il commento critico del poema, alcune versioni della tragedia cominciarono a circolare già durante l’assedio di Cittor (1303).
Queste ‘canzoni di eroi’ erano composte nelle nuove lingue volgari del nord e si mescolarono con vari filoni narrativi di stampo mistico-amoroso.
È da questa fusione di cicli narrativi che, duecento anni più tardi, nasce nella prima metà del XVI secolo uno dei capolavori della letteratura indiana, il Padmâvat di Malik Muhammad, detto Jayasi.
Di religione musulmana, Jayasi apparteneva al linguaggio di mistici sufi, che proponevano una ‘riconciliazione’ dell’Islam ortodosso con pratiche e credenze di origine locale, specie quelle di origine yogico-tantrico.
Il libro della donna di loto è una sorprendente combinazione tra percorso amoroso e ascesi mistica. Del resto, sono molti i punti in comune tra le pratiche ascetiche indiane e l’itinerario di perfezionamento spirituale del sufismo.
Nello schema narrativo di Jayasi, il principe Ratan’sen, ammaliato dalle descrizioni della bellezza della principessa Padmini, decide di abbandonare la sua città, Cittor, e di farsi asceta, rinunciando al potere e ai piaceri derivati dalla sua posizione per raggiungere la sublime bellezza della fanciulla del Loto. Erotismo e ascesi si fondono e completano.
Ma la sublime bellezza di Padmini rapisce anche Alaudin, il sultano di Delhi, che muove alla sua conquista con la stessa passione di Ratan’sen, e con una violenza, pur di possederla, che non si fermerà di fronte a nessuna efferatezza.