A Macerata il mare si tinge di rosso

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Tra colli dorati, vini e svincisgrassi ecco il Macerata Opera Festival: primi due appuntamenti Otello e Norma alle prese con il Mediterraneo…

Questo mare è di tutti. Un Mediterraneo conosciuto fino all’ultimo scoglio, percorso dagli Ulissi di ogni epoca e nazione, a riprova che i confini naturali non esistono: più vedi il mare più hai voglia di attraversarlo. È sulle coste che i popoli si mescolano da millenni, come se la vita, sociale e non, preferisse la fluidità: e che ammuffisca l’entroterra. Eppure da sinonimo di libertà e civilizzazione, il Mediterraneo è diventato oggi l’esatto opposto: le speranze si infrangono, i barconi affondano e chi è straniero lo resterà per sempre.

Forse va inteso così il tema del Macerata Opera Festival di quest’anno. Con l’Adriatico a due passi, il direttore artistico Francesco Micheli sceglie per questa cinquantaduesima edizione tre titoli per tre emarginati, tutti mediterranei o quasi: il Moro di Venezia nella versione verdiana, la zingara e i suoi figli rivali nel Trovatore, e Norma la sacerdotessa. Vero, quest’ultima è più normanna, ma non ci formalizziamo ed entriamo invece nel vivo dei nostri commenti un po’ transgender sulle due nuove produzioni di quest’anno.

Otello, una questione di rango

Il mare apre e chiude la rappresentazione di Otello, proiettato sull’immenso muro dello Sferisterio. Un mare che si agita e cresce sin dall’inizio dell’opera per placarsi alla fine, quando tutti i tumulti d’animo e cuore sono esauriti. Paco Azorin, regista spagnolo di attitudini scespiriane, pensa a uno spettacolo semplice per recuperare l’aspetto più umano e profondo di Otello, così come emerge nella tragedia. Eccolo il collegamento col tema del festival: più che la gelosia, sono le differenze sociali, di rango e di età a tormentare il Moro, che uccide per paura di perdere ogni cosa.

Otello - Nuccio Desdemona - Mimi - Emilia - FOTO MACERATA OPERA FESTIVAL @Tabocchini

Azorin non fa altro che riprendere quanto già dice la musica di Verdi: Jago è regista, burattinaio che muove le carte. È lui che coordina in scena mimi, personaggi e i movimenti dei tre pannelli mobili che ora divengono le mura del palazzo, ora un piano inclinato su cui proiettare le indicazioni di regia. Nulla di innovativo, ma lo spettacolo funziona. Non c’è pretesa di strafare e, seppur qualche elemento fin troppo didascalico come le immagini dei leoni sullo sfondo, la scena è bella. Suggestivo il rimando a Shakespeare con la proiezione di Sonetti (LXXV e CXXXVIII) dedicati all’amore e alla fedeltà tra un cambio d’atto e l’altro e incantevole il salice finale, che si espande fino a diventare foresta durante il canto di Desdemona.

Anche la direzione funziona grazie alla mano di Frizza, alla guida di questa prima. A lui il merito di una lettura pulita dell’opera, funzionale e con particolare attenzione al colore. L’orchestra lo segue, e seppur con qualche intoppo di ottoni, restituisce un Otello più che dignitoso, a tratti commovente.

Scorrono musica e parole in un’articolazione drammatica continua, in cui anche vocalmente emerge la figura di Jago: Roberto Frontali è perfetto nell’incarnare la parte del baritono infido e crudele. Ma punto di forza dello spettacolo è Jessica Nuccio, che con voce sicura e gran tecnica debutta nel ruolo di Desdemona. Soave e sottile nell’Ave Maria finale. Più discutibile come presenza Stuart Neill, affaticato in scena sia da un punto di vista fisico che, purtroppo, vocale.

Norma, casta per obbligo, non per vocazione

Lente d’ingrandimento sulla cartina: l’impero romano ha conquistato tutta la Gallia. «Tutta? No! Un piccolo villaggio dell’Armorica resiste ancora strenuamente». Così iniziavano i fumetti di Asterix e del suo fedelissimo Bud Spencer personale, Obelix, sempre insieme contro legionari romani che le pigliavano di santa ragione. Ma forse anche i druidi di Norma potrebbero vivere in un posto così, con elmetti alati in testa e menhir sparsi ovunque per il villaggio: se è già difficile respingere i romani senza pozioni dopanti, figuriamoci con la druidessa che ha una tresca con il proconsole.

Questa è Norma coi suoi conflitti di interesse. Casta per obblighi ma non per vocazione, sedotta dal nemico e ovviamente abbandonata come in ogni melodramma che si rispetti, da Bellini fino a Visconti; in più quasi Medea infanticida e a momenti assassina di Adalgisa, sua giovane collega. Eppure Norma ci ripensa sempre al momento giusto e quando il rogo viene acceso sarà proprio lei a buttarsi – insieme al proconsole, ma è un dettaglio trascurabile.

Per la mission del festival, Norma avrebbe un inedito sapor mediterraneo: tanto se i conti non tornano basta la sicilianità di Bellini. Ma i registi Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi non seguono il fil rouge dell’emarginazione – anche se un fil rouge sul palco lo mettono –, lasciano perdere la questione politica e montano uno spettacolo astratto, con sentimenti dispersi tra reti e stoffe appese al muro dello Sferisterio. Sarà anche vero che Norma è stilizzata. Neoclassica nelle cause, romantica negli effetti, dai cori «Guerra! Guerra!» agli accessi d’ira della protagonista, l’opera è perennemente in penombra. Ma non basta qualche schizzo illuminato per fare William Kentridge e forse alcuni tiri alla fune tra Norma e Adalgisa guastano l’atmosfera.

Per fortuna è venuto a dirigere Michele Gamba, già salvatore de I due Foscari alla Scala. Ci pensa lui a mettere le rimembranze leopardiane che mancano allo spettacolo: con tempi sostenuti e respiri solenni, Gamba ha un controllo capillare e molto personale dell’orchestra. E persino di Maria José Siri, al debutto come Norma. Con qualche problema in Casta diva e nel primo atto in generale, la Siri dà il meglio nei duetti del secondo. Anche se sembra sempre la stessa indipendentemente dal personaggio che si ritrova davanti: canta correttamente ma come interprete si risparmia. Rispetto al belcanto, potrà andarle meglio con la prova verista del prossimo Sant’Ambreus alla Scala: Madama Butterfly, giovinetta meno solenne ma sempre abbandonata e suicida. Perfettamente in parte invece l’Adalgisa di Sonia Ganassi, commovente tranne che per certi suoi scatti sugli acuti. Non sempre all’altezza Rubens Pelizzari, nel ruolo baritenorile di Pollione, al contrario del basso Nicola Ulivieri, autorevolissimo Oroveso.

Anche quest’anno il Festival di Macerata vale ognuna delle cinque e più ore di macchina necessarie per arrivarci. Se lo scorso anno il punto di forza sono state le regie – Rigoletto di Grazzini in particolare – quest’anno si apprezza soprattutto l’attenzione per i direttori d’orchestra, con Frizza e Gamba che tirano fuori il meglio possibile dalla Banda “Salvadei” in buca. Ora tocca a Daniel Oren con Trovatore.

Macerata Opera Festival