Il linguaggio come luogo di creazione, le coordinate essenziali della religione e della filosofia, gli aspetti concreti della cultura classica. Sono questi i nuclei tematici nei quali si inoltra il saggio che raccoglie gli studi di Louis Renou: un sistema di analisi e di riflessioni che danno ai lettori occidentali l’opportunità di avvicinarsi agli aspetti essenziali della cultura indiana e di comprenderne il legame con le grandi aree di ricerca del pensiero contemporaneo.
Louis Renou offre una guida per leggere gli Inni Vedici in una serie di studi, raccolti e presentati da Charles Malamoud sotto il titolo de L’India fondamentale, edito da Mimesis.
I poemi a centro dell’analisi di Renou, che costituiscono lo strato più antico della letteratura sanscrita (1500-1000 anni prima della nostra era), ancor oggi vengono recitati, in frammenti, durante le cerimonie religiose, e sono scritti in una lingua abbastanza plastica da prestarsi, nelle mani dei suoi autori, a una costante sperimentazione che sembra, in linea di principio, infinita: fino a che punto ci si può spingere nell’ellissi, nella metafora, nella polisemia, nel gioco di parole, nella distorsione semantica, senza cadere nel nonsense?
Una questione impossibile e difficile da affrontare per i primi esegeti occidentali, che denunciavano le molte difficoltà di interpretazione presenti negli inni vedici.
Ma è proprio il tema della Parola onnipotente, della Parola (con il suo parossismo, il silenzio) il principio divino superiore per il pensiero Veda. E noi, logici occidentali, facciamo una fatica tremenda ad arrancare dietro un pensiero che non riusciamo a classificare, perché occorre comprendere le sue proprie torsioni per avvicinarlo.

L’analisi che Louis Renou dedica a Poetica e Pensiero Religioso dei Veda affronta quella che noi definiremmo come ‘forma’, ovvero ‘struttura’ del testo in molte sue varianti: ad esempio l’enigma, il gioco di parole, i poteri della parola, il valore del silenzio, il significato di termini quali ‘dharma’.
Molto accessibile (e divertente anche per un profano) è il capitolo dedicato alle immagini degli dèi nell’India antica.
Nel culto vedico (cioè nel più antico culto dell’India) non c’è nulla che implichi l’esistenza di immagini. Tutto assume la forma di offerte poste a terra o versate nel fuoco.
È solo intorno all’era cristiana che cominciano a comparire menzioni di santuari, di case degli dei, di alberi-altare, di altari e finalmente a immagini divine di pietra, metallo, argilla, legno.
È nei grandi templi del Sud, intorno al VII – VIII secolo, che l’immagine del Dio diventa il centro stesso delle manifestazioni religiose, come è rimasto fino a oggi.
L’antropomorfismo degli dèi ha fatto pochi progressi dopo i Veda (è come essere umano, capo-clan e guerriero che Krishna appare, ma tutte le sue partizioni umane sono temporanee).
Nei primi secoli della nostra era cominciano a essere scritti i Pūrana, riassunti del sapere sacro compilati da ambienti induisti preoccupati di stabilire una religione più accessibile e meno ieratica del Vedismo puro.
Qui troviamo il culto delle immagini debitamente insegnato, con proporzioni, gesti, colori.
Una parte che val la pena conoscere è quella dedicata agli occhi, cui viene dedicato un rito speciale che si compie solo all’ultimo momento. Quando l’immagine viene posta all’interno del suo tabernacolo, l’artista traccia il ‘dischiudersi’ degli occhi con una pennellata d’oro o di colori vivacissimi nel bulbo oculare, così anima la figura, ‘introduce il respiro’ nell’immagine mentale prodotta dalla meditazione.
Questa dottrina della creazione di immagini diventerà più dotta e meticolosa nell’evo medio, in particolare si distinguerà tra forme di divinità terribili e pacifiche, una distinzione che richiama – sdoppiandola, per così dIre – la caratteristica ambivalenza degli schemi mitici del Veda.
Così la famosa danza di Siva, a seconda dell’autore, dovrebbe indicare la distruzione del mondo, l’atto ritmico concepito come fonte del movimento, l’origine primaria e infine le anime liberate dall’” illusione” che nasconde loro la realtà. Questa profusione di forme va insieme all’inesauribile inventiva del pensiero. L’immagine vuol rivaleggiare con l’idea, diventare un’avventura spirituale.