Lo “Straniero” di Ozon, patinato e algido, rinuncia al mistero del testo di Camus

In Cinema

Algeri, 1935: alla morte della madre, il 30enne impiegato Mersault crolla. Abbagliato dal sole, uccide senza motivo un uomo accanendosi sul cadavere. Quello affidato al regista francese è un altro poco riuscito tentativo di portare sullo schermo uno dei capolavori della letteratura del 900. Il film non coglie la sua poetica dell’assurdo e mostra la difficoltà palese di ricreare quella condizione esistenziale che non si chiama depressione, ma indifferenza. Poco riuscita la prova del protagonista Benjamin Voisin

Sembra che da Lo straniero, splendido, ambiguo, misterioso, stravenduto e imprescindibile pilastro della letteratura novecentesca di Albert Camus non si riesca proprio a trarre qualcosa di anche solo vagamente accettabile. Ci provò perfino il nostro immortale Luchino Visconti (con sceneggiatura di Suso Cecchi d’Amico), fallendo: e laddove fallisce il genio, chi può riuscire? Già quel film evidenziava bene due dei difetti sostanziali che piagano anche quest’ultima trasposizione messa su schermo dal solitamente interessante François Ozon (recuperatevi il bellissimo Peter von Kant): il primo è un’incapacità assoluta di saper cogliere, evocare, decrittare l’opaco e scivolosissimo materiale di partenza, il suo spirito, la sua poetica dell’assurdo, illustrandolo al contrario pedissequamente, senza mai sforzarsi di elaborare una messa in scena acuta, efficace, pregnante; il secondo è la difficoltà (palese) di adattare, e quindi di saper mettere in immagini, quella condizione esistenziale che non si chiama depressione, ma indifferenza. E torna subito alla mente Gli Indifferenti di Citto Maselli, altro – meritatamente – dimenticato adattamento blando e poco incisivo, questa volta dal solitamente fortunato Alberto Moravia.

La storia è presto detta. Algeri, 1935: all’impiegato trentenne Mersault muore la madre e il suo mondo collassa. Si prende una pausa dal lavoro; intreccia (per inerzia) una relazione con una bella collega; poi, abbagliato dal sole accecante di un’afosa giornata estiva, uccide, senza saper bene perché, un arabo, accanendosi sul cadavere a revolverate. Verrà condannato a morte ma sceglierà di non difendersi, cinicamente distaccato, apatico, estraneo alla propria sorte, in silenziosa rivolta contro le leggi della società (che lo etichetta prontamente come un mostro) e (forse) l’inumanità dell’uomo.

Se Visconti tentava di leggere le (statiche) vicende attraverso il filtro di un mal gestito realismo onirico e
trasognato che gli riuscì benissimo, invece, in quell’incanto di film, magnifico, sussurrato e ampiamente
sottovalutato che è Vaghe stelle dell’Orsa… (con puntini vezzosi: cercatelo), la versione di Ozon mette
immediatamente le cose in chiaro adottando un’inaccettabile, insostenibile estetica patinatissima, diciamo modaiola (e ovviamente digitale), che rimanda in tutto e per tutto ad uno di quegli spot di profumi Dolce e Gabbana in (mediocre) bianco e nero che appaiono ciclicamente in televisione o nel caotico marasma dell’algoritmo quotidiano dei social media. Ogni superficie è quindi scientemente patinata, levigata, cristallina, perfetta, algidamente spogliata di ogni ambiguità, delucidata, appiattita; ogni corpo deprivato della sua spinta vitale. Una scelta radicalissima che toglie qualsivoglia mistero a un testo complesso che faceva del mistero (e dell’indecifrabilità) la propria sostanza.

In questo gelido piattume si muove robotico questo nuovo Mersault (che non è mai stato Oblomov, e che Ozon guarda come una sorta di antieroe bressoniano: lui sì, che ne avrebbe fatto un capolavoro assoluto), interpretato da un altrettanto poco memorabile Benjamin Voisin, che fa rimpiangere un già sperso e fuori parte Mastroianni, molleggiando stancamente dalla prima all’ultima inquadratura di un prodotto fighetto,
leccato, inerte, che nemmeno un fugace Denis Lavant può tentare in qualche modo di elevare. E che non si capisce bene, oltretutto, a quale tipo di pubblico dovrebbe parlare: nemmeno a quello eterogeneo dei festival, francamente, dove la sensazione, per esempio a Venezia, è che sia stato molto tiepidamente accolto.

Lo straniero è un film (parecchio) noioso e raffreddato, un esempio di esistenzialismo cartolinesco senza
increspature, piatto come un lago (simbolico protagonista di un altro incolore film di Ozon afflitto dagli stessi identici problemi: Frantz), che si dimentica appena usciti dalla sala. Per giunta didascalico, specie nell’ultima parte: il peccato peggiore del cinema. Torniamo allora al principio con il film di Visconti, che si è quasi tentati di rivalutare. Non un complimento.

Lo straniero, di Francois Ozon. Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud, Christophe Malavoy, Nicolas Vaude

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