Lisistrata e l’esempio della pace agita

In Teatro

Arriva anche nei teatri una nuova versione – forse ancor piu eticamente potente di quella portata questa estate a Siracusa – della Lisistrata di Serena Sinigaglia. Lella Costa e sei validi interpreti riportano, nel gioco del teatro, un intenso quanto ironico monito alla memoria delle guerre e alla pratica della speranza

“Salvagente della memoria collettiva e dei valori civili”. Maurizio Porro lo scriveva – nel suo libro Io li conoscevo bene – della commedia al cinema, ma al Teatro Carcano fino al 1 marzo si dimostra quanto valga anche per quella in teatro. Ci sono migliaia  di anni ma anche un giorno, non sono simbolicamente, tra la Lisistrata che ha entusiasmato prima dell’estate il Teatro greco di Siracusa, e quella che eredita se stessa al chiuso con l’inizio del nuovo anno. A unirle la scelta, da parte di Serena Sinigaglia,  di tratteggiare una Lisistrata di regale compostezza, mentre intorno si agitano le risate della commedia antica, che dimentica tutta l’ingessatura che chi non lo frequenta assocerebbe al teatro classico per una ironia e rapidità. Ma nella nuova messa in scena, tutti quei secoli sono dichiaratamente trascorsi. A raccontare la saggezza di Lisistrata e il suo coraggio nel guidare le donne ateniesi a ottenere la pace – non soltanto attraverso lo sciopero del sesso ma anche la presa dell’acropoli, cioè il controllo sia del potere dell’istinto che di quello del denaro – non c’è più solo il testo originale, ma le anziane voci di chi, avendole vissute,  si obbliga a rappresentare la guerra e la pace possibile, condannato a non poter tacere – e quindi a morire finalmente – fino a che una nuova pace non sarà raggiunta. Sono coloro che l’hanno toccata a provare a fare memoria per chi ne conosce soltanto il nome o, sorpreso da un tempo che era stato abituato a non vivere, la sta vedendo arrivare troppo vicina per non essere soltanto ammutolito dal terrore.

Il sagace espediente narrativo si rivela efficace, non soltanto per contrarre a sette interpreti la massa dei cori e dei protagonisti che oggi trovano spazio solo nelle rappresentazioni della magna Grecia. La fedeltà al testo c’è – fin dal prologo alla dea responsabile non solo di suscitare ma anche di placare i conflitti, oltre che di “rendere immuni dalla stupidità”  – e sorprende accorgersi che, così come sono, queste parole risalgono al 411 a. C. Ma se nel contesto unico del teatro antico a riempire lo sguardo era l’espressività scenica e la grandiosità della messa in scena, qui il fascino dello spettacolo si fa più profondo e personale, perché i significati emergono liberi dalla maglia rigida della commedia aristofanea rimboccata e surreale,  a cominciare dalla scelta dei protagonisti stessi di calarsi in un presente che enumera tante guerre da non poterle neppure ricordare, per non contare quelle che non si possono nemmeno chiamare tali perché contrappongono un esercito a un popolo. Il teatro stesso sceglie di prendere parole nel presente, non per essere puramente didattico, ma per rendere evidente come le storie ci parlino di noi fin dall’inizio. Lo fa proprio il teatro stesso, come mezzo, emancipando nella rappresentazione, i ruoli dai generi. A dimostrazione, nel gioco dell’interpretazione, che a contrapporsi sono un femminile sovesteso e un un maschile  disastroso, e due modi di intendere non soltanto la guerra e la pace ma lo stare al mondo; il ragionamento e la mediazione contro la forza e della legge del più forte proprio nel tempo in cui li si sta attraversando.

Tutto è possibile, nel teatro, dal trasformare – con olimpica calma e raffinato mestiere – un allarme antincendio che suona in un elemento di scena, all’alimentare la speranza in tempi cupi. Lo consente la tessitura di fili che, nella visione di Maria Spazzi, hanno visto trasformare l’enorme telaio che faceva la scena siciliana in grandi rocchetti di filo di natura più domestica e avvolgente. Si conferma il giganteggiare della Lisistrata di un’elegante Lella Costa mentre osserva con (non sempre bonaria) riprovazione il caos che le si muove intorno, con tre donne, le talentuose Maria Pilar Perez Aspa, Giorgia Senesi, Irene Serini, a comporre un femminile orgoglioso e divertito, mai sottomesso, e tre uomini, Marco Brinzi, Francesco Migliaccio, Stefano Orlandi. a far propria, con tutta la sua carica vistosamente grottesca, la retorica del possesso e del controllo anche sul corpo femminile e sul suo piacere. Mentre al chiuso le musiche avvolgenti di Filippo Del Corno si consentono di sperimentare, a loro volta, fino ai bassi violenti della techno. Ne emerge un lavoro di sapiente leggerezza, che apre davanti alla scena non la retorica della pace ma la dimostrazione di una  possibilità che, fuori dalla finzione, ha potuto verificarsi, dagli Ittiti alla Liberia del Duemila, passando attraverso le parole di Rigoberta Menchu, consapevoli che la pace “non e il silenzio delle armi, ma la fine delle ingiustizie”, tutte, anche quelle di genere, di classe, di nascita. Ci resta allora forse soltanto il teatro per avere il coraggio della speranza. Ovvero non l’ipocrisia idealista della retorica inerte, ma la certezza che quello che si fa, anche in scena, anche in commedia, ha un senso (e qui fa eco ancora la voce esatta di Aristofane) per “smettere di fare sempre gli stessi errori.

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