Fino al 15 marzo 2026 il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme presenta “Leonor Fini e la Collezione Grafica Bassi Rathgeb. Segni e invenzioni dal Rinascimento al Novecento”, un viaggio attraverso cinquecento anni di creatività, tra disegni e stampe che raccontano l’evoluzione del segno e dell’immaginazione artistica dal Rinascimento alla seconda metà del Novecento. L’esposizione riunisce 80 opere grafiche di maestri quali Giandomenico Tiepolo, Giacomo Quarenghi, Francesco Hayez, Cesare Tallone e presenta, per la prima volta al pubblico, un nuovo nucleo di 24 fogli di Leonor Fini, artista libera e visionaria, figura cardine del Surrealismo internazionale.
“Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo.”
(Anaïs Nin)
Fino al 15 marzo 2026 il Museo Villa Bassi Rathgeb presenta Leonor Fini e la Collezione Grafica Bassi Rathgeb. Segni e invenzioni dal Rinascimento al Novecento, un grande progetto espositivo dedicato al disegno e alla stampa d’arte a cura di Giovanni Bianchi, Raffaele Campion, Barbara Maria Savy e Federica Stevanin, promossa dal Comune di Abano Terme – Museo Villa Bassi Rathgeb in collaborazione con il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova.
La prima sezione della mostra riunisce 55 opere provenienti dalla prestigiosa raccolta grafica del Museo, donata al Comune di Abano Terme tra il 1972 e il 1980 da Isabella Hübsch, vedova di Roberto Bassi Rathgeb. A questo nucleo si aggiunge una parte della recente e importante donazione dell’ambasciatore Ugo Gabriele de Mohr, che ha arricchito il Museo con un contributo di fogli di Leonor Fini e con 14 dipinti e disegni di Cesare Tallone e del figlio Guido che testimoniano la continuità della tradizione artistica lombarda tra Ottocento e primo Novecento.
Il percorso della mostra si sviluppa in sette sezioni tematiche e riunisce opere di grande rilievo storico e qualitativo. Tra le opere esposte troviamo Bernardino Campi con Studio per il piccolo Cupido dormiente, recentemente attribuito al maestro cremonese di Sofonisba Anguissola; Giandomenico Tiepolo, Cinque levrieri, foglio di sorprendente immediatezza dalle linee guizzanti e immediate; due “macabri” Capricci di scheletri di Paolo Vincenzo Bonomini, testimonianza del gusto grottesco e teatrale dell’artista bergamasco; due progetti architettonici del periodo russo di Giacomo Quarenghi, figura centrale del Neoclassicismo tra Settecento e Ottocento.
Il percorso prosegue con una rara Scena da Il Bravo di Francesco Hayez, ispirata al romanzo di James Fenimore Cooper, e con vedute e paesaggi di Giovanni Migliara e degli artisti lombardi più frequentati e amati da Roberto Bassi Rathgeb. Una sezione specifica è dedicata a Adriaen van Ostade, maestro olandese del Seicento, del quale è esposta una ricca serie di acqueforti animate da vivaci scene di genere. Il tema dell’acqua – centrale per la storia e l’identità di Abano Terme – è evocato da Il bagno delle ninfe di Andrea Andreani, derivato dalla celebre xilografia di Ugo da Carpi su invenzione del Parmigianino.
La sezione si conclude con una selezione di opere di Cesare Tallone e Rinaldo Agazzi, che riafferma il ruolo del Museo come promotore della cultura figurativa lombarda, così come voluto dal fondatore della raccolta.

La seconda parte della mostra, ospitata nelle sale affrescate del piano nobile, è interamente dedicata alle 24 opere su carta di Leonor Fini, tra fotolitografie e incisioni realizzate nel corso del Novecento. La pittrice, pur vicina ai Surrealisti, ha sempre mantenuto un’indipendenza radicale: nella sua poetica convivono influssi del Manierismo italiano, dei maestri fiamminghi e del Romanticismo tedesco, filtrati attraverso una sensibilità anticonvenzionale e magnetica. Il suo immaginario si popola di figure metamorfiche, presenze femminili enigmatiche e atmosfere sospese tra sogno, fiaba e inquietudine.
È amica, alleata e talvolta complice di figure centrali del Surrealismo – Max Ernst, Salvador Dalí, Paul Éluard, Man Ray, Leonora Carrington – ma il legame con loro non è mai vincolo, mai subordinazione.
Leonor Fini attraversa quell’ambiente come un’orbita autonoma: entra e dialoga, affascina e si lascia affascinare, ma non si lascia imprigionare dal magnetismo di nessuno. Nessuna gabbia può contenerla: figlia di una libertà creativa assoluta, frequenta il Surrealismo come si attraversa un territorio inevitabile, ma senza mai appartenervi davvero. È, piuttosto, un pianeta a sé, luminoso e insondabile.
Rifiutò con decisione ogni tentativo di definirla come “musa”, etichetta per lei insopportabile perché implicava passività, silenzio, dipendenza. “Non sono mai stata la modella di nessuno. Io sono la mia modella”, affermò, rivendicando una sovranità sul proprio corpo e sulla propria immagine che anticipa con chiarezza poetiche contemporanee. E ancora: “Non voglio essere definita, voglio essere vista.”
In queste parole si condensa il cuore della sua visione: la donna come soggetto dello sguardo, creatrice e protagonista, non più oggetto osservato o interpretato da altri. Il suo immaginario non nasce dall’adesione a un manifesto o da un’appartenenza programmatica: è un regno interiore, coerente e potentissimo, costruito giorno dopo giorno attraverso pittura, scrittura, teatro, travestimenti e personificazioni. Nel suo universo il femminile non è mai un enigma da sciogliere, né un simbolo imposto dalla tradizione. È, al contrario, un potere vigile, un’entità che osserva e custodisce, che decide e che sogna in prima persona. Un femminile che non chiede interpretazioni, ma disponibilità a entrare in un mondo dove identità e metamorfosi convivono, e dove la libertà – la sua libertà – è l’unica legge.
Il legame profondo e continuo di Leonor Fini con il disegno costituisce la matrice originaria di tutta la sua produzione grafica. A partire da questa pratica quotidiana, l’artista sviluppa un corpus di opere a stampa estremamente ricco, attraversando con naturalezza forme e generi diversi: dalle copertine illustrate per libri alle tavole create per accompagnare racconti e poesie – sue o di altri autori –, fino alle edizioni d’artista, veri e propri oggetti preziosi concepiti come microcosmi autonomi. Spesso, i disegni elaborati per queste pubblicazioni diventano il punto di partenza per serie grafiche indipendenti, nelle quali Fini rielabora temi e figure secondo un ritmo più intimo e meditativo.
Ben diciannove opere provengono dalle raccolte più importanti che Fini pubblicò tra anni Settanta e Ottanta, tra cui Livre d’images (1971), Les Leçons (1976), Fêtes secrètes (1978) e Fruits de la Passion (1980). Si tratta di serie compatte, coerenti, che rivelano la capacità dell’artista di costruire, attraverso il linguaggio della stampa, veri e propri racconti visivi.
Il secondo gruppo comprende invece le illustrazioni realizzate per due celebri testi narrativi: Les Petites Filles Modèles (1973), classico della letteratura francese per l’infanzia, e Carmilla (1983), racconto gotico di Sheridan Le Fanu, dove l’immaginario di Fini – dominato da metamorfosi, ambiguità e presenze femminili enigmatiche – trova una risonanza naturale. A completare il nucleo grafico, sono esposte anche due opere riferibili a progetti non pubblicati, testimonianza del lavoro incessante dell’artista e delle molte direzioni in cui il suo segno sapeva svilupparsi.
I suoi temi ricorrenti – il femminile come forza autonoma, il doppio, la metamorfosi, il rapporto ambiguo tra attrazione e pericolo – emergono qui con chiarezza, in dialogo costante con i soggetti dei suoi dipinti. Come in una sequenza cinematografica, Fruits de la Passion mette in scena una galleria di figure – soprattutto coppie – che incarnano le infinite modulazioni dell’amore: dalla tenerezza alla seduzione, dal gioco del corteggiamento ai suoi risvolti più oscuri.

Arricchisce la sezione, grazie alla collaborazione con l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia, l’esposizione del bozzetto scenografico originale per l’Orfeo di Roberto Lupi (1951), realizzato per il Festival Internazionale di Musica Contemporanea. Una selezione di fotografie d’archivio documenta inoltre il ruolo di Fini come costumista per la stessa produzione, mostrando l’estensione del suo talento oltre la pittura.
Nel settembre del 1951 Leonor Fini approda a Venezia con l’intenzione dichiarata – e perfettamente riuscita – di “conquistare” la città che da sempre amava per la sua teatralità naturale, per il suo carattere ambiguo, mutevole, scenografico. In quello stesso mese, tre grandi eventi intrecciano la sua presenza con la vita culturale lagunare. La prima occasione è il leggendario ballo organizzato dal miliardario Don Carlos de Beistegui a Palazzo Labia: Fini vi partecipa impersonando un enigmatico Angelo Nero.
Nel frattempo la Galleria dell’Ala Napoleonica ospita una sua personale, che presenta al pubblico veneziano la sua produzione grafica e pittorica, espressione di un linguaggio visionario e inclassificabile.
Il terzo evento, quello che più profondamente testimonia la sua versatilità creativa, è la partecipazione alla prima esecuzione dell’Orfeo di Roberto Lupi, presentata nell’ambito del XIV Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia. Qui Fini non si limita a collaborare: progetta e realizza l’intero apparato scenico e i costumi, entrando in dialogo con una forma teatrale che unisce musica, canto, mimica e danza, un teatro totale che ben si accorda con la sua sensibilità trasognata.
Per il Surrealismo il sogno è la base del linguaggio, per Salvador Dalí, il sogno è un teatro del desiderio maschile, popolato da tormentate visioni erotiche al limite del paranoico.
Per René Magritte il è invece un enigma da offrire alla ragione, un gioco raffinato che si diverte a destabilizzare lo spettatore, a smascherare gli automatismi dell’occhio e del pensiero. Nel suo mondo, la visione onirica è una trappola elegante, una sfida intellettuale.

Per Leonor Fini, invece, il sogno è tutt’altro: un atto di rivelazione femminile, un varco attraverso cui il sé interiore prende voce. Jean Clair, intuendo la portata radicale della sua opera, scrisse parole che suonano ancora oggi sorprendentemente profetiche: “Leonor Fini non dipinge il sogno dell’uomo, ma il risveglio della donna. I suoi quadri sono iniziazioni al potere interiore.”
In quel “risveglio” si concentra l’intera modernità di Fini: una visione che precede le riflessioni contemporanee sull’identità, sul corpo, sulla costruzione dello sguardo. Le sue donne non chiedono approvazione né protezione; non sono né idealizzate né redente.
Esistono, e nel loro esistere affermano la forza di un soggetto nuovo.
Oggi, guardando la sua opera, quella potenza appare più attuale che mai. In un’epoca in cui la costruzione del sé attraversa l’immagine – avatar digitali, corpi filtrati sui social media, identità fluide, performance – i personaggi di Leonor Fini, con la loro duplicità, con il loro oscillare tra esposizione e mistero, sembrano quasi figure anticipatrici. Quelle creature che si mostrano e si sottraggono, che abitano il confine tra vulnerabilità e dominio, tra luce e ombra, sono antenate del nostro presente iper-visivo e mutante.
Con le sue opere, Fini lascia una traccia che aggira il tempo lineare: un monito e una promessa. Insegna che l’autenticità è un atto ribelle, e che il compito di ciascuno – oggi come allora – è trovare una forma di verità dietro la maschera, un desiderio dietro ogni gesto, un’identità che non si lasci addomesticare.
Le sue figure sono individui integri, presenti, fieramente autonomi, libere di essere molteplici, di essere contraddittorie, di essere se stesse.
Esattamente come lei.
In copertina: Leonor Fini, Senza titolo (opera presente in Fruits de la Passion, 1980), Fotolitografia, Abano Terme, Museo Villa Bassi Rathgeb (donazione dell’ambasciatore Ugo Gabriele de Mohr) © Leonor Fini, by SIAE 2025