Chiara Lecca: magnifici inganni “a fior di pelle”

In Arte

Negli spazi carichi di storia di Palazzo d’Accursio a Bologna, vanno in scena i raffinati inganni di Chiara Lecca in “A fior di pelle”, una mostra che affascina e colpisce con domande non scontate. Per esempio: in che misura è etico utilizzare materiali di origine animale? Ma l’esposizione è anche un’occasione per ragionare sulla nostra disabitudine a osservare gli oggetti che ci circondano: siete davvero sicuri che quelli qui sopra siano proprio fiori?

Palazzo d’Accursio si affaccia su piazza Maggiore, a Bologna. Lunghissime le sue mura corrono verso Piazza del Nettuno, fino a toccare via Rizzoli, per salutare le due torri che svettano ancora a est, la Garisenda e quella degli Asinelli. Sede attuale del Municipio di Bologna e una volta luogo di residenza del Cardinale Legato, al suo secondo piano il palazzo custodisce opere d’arte che percorrono settecento anni, dal Duecento agli inizi del secolo scorso, parte delle Collezioni Comunali d’Arte istituite nel 1936.

Variegate e bellissime, come gli spazi in cui sono inserite, dalle tappezzerie e dagli affreschi colorati che rimandano a epoche lontane, le opere dialogano fino al 19 marzo con i lavori di Chiara Lecca (1977, Modigliana), nella mostra A fior di pelle.

© Alessandra Lanza
© Alessandra Lanza

La prima grande sala, sotto una luce morbida e avvolgente che bagna anche le successive, raccoglie al centro colonnine e sculture che sembrano affiorare dal pavimento in marmo. È il primo inganno di una lunga serie, anche se il nome delle opere (True Fake Marbles e Fake Marbles, 2013-2016) ci svela la loro natura-non-natura in modo paradossalmente sincero. Quel finto marmo, composto e non scolpito da Chiara Lecca, non è gesso dipinto bensì maiolica, porcellana e vetro, avvolti da involucri animali: vesciche di suino e di bovino. Così materiali di per sé fragilissimi e delicati vengono combinati dall’artista e vanno a ricreare l’impressione di uno dei più duri per antonomasia. A indurre un falso riconoscimento è proprio la superficie dell’opera, come se fosse la sua pelle.

© Alessandra Lanza
© Alessandra Lanza

«“A fior di pelle” – spiega l’artista – è un modo di dire che usiamo spessissimo per qualcosa che dalla nostra pancia e dalle nostre viscere risale fin sopra la nostra pelle. È qualcosa che ci colpisce da dentro e ci porta fuori, verso delle domande». E in effetti la domanda scaturisce inevitabilmente, preceduta da un’ingenuità iniziale, che si fa rapida confusione e ri-orientamento gestaltico qualche sala più in là. Vasi rigogliosi di verde, di fiori e di bacche, a un secondo sguardo si rivelano adorni di orecchie di conigli e di cinghiale e di sterco animale. Sembrano quasi fiori carnivori che attraggono a sé e insieme respingono, perché generano turbamento. Un brivido leggero.

© Alessandra Lanza
© Alessandra Lanza

Eppure quei frammenti anatomici che risulterebbero per molti di noi ripugnanti, astratti e ricomposti nella loro bellezza diventano oggetti affascinanti e sospesi nel tempo, conservati sotto vetro, in cornici e contenitori che ricordano quelli degli ex-voto o tramutati in sculture. L’alone di morte è sventato dalla glorificazione di quelle parti che altrimenti verrebbero gettate via. Lecca recupera infatti materiali scartati dall’industria alimentare, come vesciche, code, zampe e orecchie, e li inserisce in un nuovo ciclo vitale, per trasformarli in un messaggio diretto all’essenza dell’uomo.

© Alessandra Lanza
© Alessandra Lanza

L’artista vorrebbe riportarci a riflettere sul nostro rapporto con l’animale e con quella componente istintuale specifica dell’essere umano. E, insieme, in una seconda lettura, sulla questione morale dell’utilizzo di materiali di origine animale, che già fanno parte, del resto, della normale pratica artistica. Basti pensare al fatto che i pennelli sono ricavati da setole, che uova e secrezioni animali vengono impiegate nei colori e così via. Questa sensibilità particolare viene dall’infanzia dell’artista che, diplomatasi nel 2005 all’Accademia di Belle Arti di Bologna, è cresciuta a stretto contatto con la natura nei terreni dell’azienda agricola di famiglia, tra Forlì e Cesena.

© Alessandra Lanza
© Alessandra Lanza

Dopo l’epifania di Blackbigbubble #2, #3, #5, dove ritorna l’uso della vescica di bovino a creare come delle perle incastonate tra i legni scuri dei mobili di secoli passati, si entra nella splendida Sala Boschereccia, interamente coperta degli affreschi di Vincenzo Martinelli (1737-1807), trompe l’oeil silvestri e naturali: appoggiati in modo discreto eppure subito evidenti, dei piccoli blocchi bianchi, che ricordano nuovamente la pietra ed entrano a far parte della cornice in cui sono inseriti. Le Lapped Rocks (2017) sono le opere più recenti prodotte da Lecca: 62 blocchi in sale in cui l’animale non è più presente con i propri materiali organici, se non con la saliva. Si tratta infatti di mangime minerale utilizzato per alimentare gli ovini, che con la loro lingua ne hanno eroso la superficie, creando dei solchi che sembrano il frutto di uno scalpello.

In un percorso molto intenso Lecca lavora sulla nostra ormai chiara «disabitudine nell’osservare gli oggetti, le opere e qualsiasi cosa abbiamo attorno per ciò che sono realmente. Siamo abituati a passare oltre. Invece per questi lavori ci vuole un po’ più di tempo, per pensarli, ricordarli». Una volta oltrepassata la pelle, però, entrano nel profondo per generare domande e risuonare, difficili da dimenticare.

 

A fior di pelle, Chiara Lecca, a cura di Silvia Battistini e Sabrina Samorì, fino al 19 marzo, Bologna, Palazzo d’Accursio

Tutte le fotografie sono di Alessandra Lanza.