Chiuderà il prossimo 7 giugno al MITA – Museo Internazionale del Tappeto Antico di Brescia Le trame del Dragone, mostra curata da Giovanni Valagussa che riunisce oltre quaranta rarissimi tappeti cinesi realizzati tra il XV e il XIX secolo, affiancati da porcellane, bronzi, giade, terrecotte e altri manufatti dell’antica Cina, in dialogo con la mostra fotografica dedicata a Caio Mario Garrubba. Un’occasione preziosa per scoprire un museo sorprendente e riflettere, attraverso straordinari testimonianze di una civiltà millenaria, sul complesso destino dei patrimoni culturali tra conservazione, dispersione e memoria storica.
Nato dalla passione collezionistica di Romain Zaleski e oggi considerato una delle più importanti raccolte di tappeti antichi al mondo, il MITA – Museo Internazionale del Tappeto Antico di Brescia custodisce oltre milletrecento esemplari provenienti da Asia, Medio Oriente, Europa e Nord Africa. Una collezione ai massimi livelli internazionali, capace di dialogare con le maggiori istituzioni pubbliche del mondo, che trova sede in un edificio industriale abilmente recuperato a due passi dalla stazione ferroviaria di Brescia, con sale ariose e perfettamente illuminate, un laboratorio di conservazione e restauro all’avanguardia e un magazzino blindato e umido al punto giusto, come dev’essere per oggetti così preziosi e delicati.

“Le trame del dragone”, mostra curata dallo storico dell’arte Giovanni Valagussa, è dedicata al tappeto cinese e riunisce oltre quaranta rarissimi tappeti cinesi realizzati tra il XV e il XIX secolo, accompagnati da una selezione di porcellane, bronzi, giade, terrecotte, dipinti e manufatti e ampolle di fragranze aromatiche che aiutano a ricostruire il contesto culturale da cui questi oggetti provengono. Un percorso che si sviluppa attraverso le grandi stagioni dell’impero cinese, seguendo un itinerario che dalle regioni occidentali attraversate dalla cosiddetta Via della Seta conduce fino alle manifatture legate alla corte imperiale. La mostra permette di comprendere come la tradizione del tappeto in Cina abbia seguito uno sviluppo autonomo rispetto a quella persiana, caucasica o anatolica, più nota al pubblico occidentale. Se nei tappeti queste aree dominano spesso la complessità ornamentale e la ricchezza decorativa, quelli cinesi sembrano parlare una lingua diversa, più rarefatta e simbolica. Draghi a cinque artigli riservati all’imperatore, nuvole stilizzate, montagne sacre, fiori di loto, pipistrelli portafortuna, simboli buddhisti e taoisti si intrecciano in composizioni di grande eleganza, nelle quali ogni elemento rimanda al preciso sistema di significati di un mondo in cui arte, religione e politica erano strettamente intrecciate.

Così le opere che accompagnano i tessuti non svolgono una semplice funzione didattica, ma contribuiscono a restituire l’immagine di una civiltà complessa e stratificata, permettendo di collocare i tappeti all’interno di un più ampio universo simbolico. Ma proprio osservando questi manufatti emerge una domanda inattesa. Perché sono così rari? E perché molti dei migliori esemplari oggi si trovano in Europa e negli Stati Uniti più che in Cina? La risposta intercetta una delle zone più ambigue della storia culturale del Novecento. Molti tappeti imperiali lasciarono la Cina tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo, seguendo le traiettorie del collezionismo internazionale e del mercato dell’arte. Una dinamica che oggi siamo abituati a leggere attraverso la lente del colonialismo, dell’appropriazione culturale e dell’esportazione di patrimoni nazionali verso l’Occidente.

Ma il caso dei tappeti cinesi introduce un elemento ulteriore. Dopo la rivoluzione comunista del 1949 e, soprattutto, durante la Rivoluzione culturale, gran parte degli oggetti associati all’antico ordine imperiale venne considerata il simbolo di un passato da superare, quando non da cancellare, e molti manufatti furono distrutti, dispersi o trasformati. È impossibile sapere quanti dei tappeti oggi esposti a Brescia sarebbero sopravvissuti se fossero rimasti nei loro luoghi d’origine. Resta però una domanda che accompagna il visitatore lungo tutto il percorso: gli oggetti conservati nelle collezioni occidentali sono la prova di una sottrazione o di una salvezza? O, più probabilmente, di entrambe le cose? La mostra non cerca di rispondere. E forse è proprio questo uno dei suoi meriti. Perché invita a considerare gli oggetti non come testimonianze neutre, ma come sopravvissuti della storia. Ogni tappeto porta con sé non soltanto la memoria di chi lo ha realizzato e utilizzato, ma anche quella di chi, entratone in possesso, lo ha conservato e tramandato.

Ad ampliare ulteriormente la riflessione ha contribuito la mostra “MARAMAO. La Cina di Mao nelle fotografie di Caio Mario Garrubba”, inserita nel programma del Brescia Photo Festival e conclusasi lo scorso 3 maggio. Le immagini realizzate dal fotografo tra gli anni Cinquanta e Settanta raccontano una Cina molto diversa da quella evocata dai tappeti imperiali. Una Cina popolare, rivoluzionaria, attraversata da profonde trasformazioni sociali e politiche. Da una parte gli oggetti di un mondo aristocratico e dinastico. Dall’altra i volti, le strade, il lavoro quotidiano e la costruzione di una nuova identità collettiva. Quasi un corto circuito tra due mondi sovrapposti, capace di ricordarci che ogni patrimonio culturale è anche il risultato di una lunga serie di perdite, salvezze, distruzioni e sopravvivenze. E che, talvolta, ciò che ammiriamo in un museo è arrivato fino a noi seguendo percorsi molto più complessi di quanto riusciamo ad immaginare. O di quanto siamo disposti ad ammettere.
In copertina: Ming (frammento), Cina centrale, XVI secolo ordito e trama in cotone, nodo in lana (dettaglio)