Laure Prouvost. Questo è quantum

In Arte

La mostra Laure Prouvost. WE FELT A STAR DYING, curata per LAS da Carly Whitefield e alle OGR da Samuele Piazza, presentata per la prima volta a febbraio 2025 negli spazi di Kraftwerk a Berlino, arriva nel Binario 1 delle ex officine in una nuova configurazione che dialoga con l’architettura e la sua storia. Visitabile fino al 10 maggio 2026, l’installazione, frutto della collaborazione tra l’artista, il filosofo Tobias Rees e lo scienziato Hartmut Neven, fondatore di Google Quantum AI, esplora il quantum computing attraverso un’esperienza multisensoriale tra immagini, suoni e profumi. Gli studenti della 4F del Liceo Artistico Boccioni di Milano l’hanno visitata e ce la raccontano.

Entrando nello spazio di We Felt a Star Dying di Laure Prouvost alle OGR di Torino — immensa cattedrale postindustriale ancora intrisa di bitume e fatica, memoria dei giorni in cui qui si riparavano i treni a vapore — si avverte subito un sentimento ambiguo, a metà tra abbandono e angoscia. La premessa è chiara, almeno sulla carta. L’opera nasce come tentativo di spostare il nostro sguardo da una visione del mondo di tipo newtoniano — stabile, lineare, prevedibile — a una prospettiva quantistica, fatta di instabilità, sovrapposizioni e relazioni invisibili. Un cambio di paradigma che, nelle intenzioni, dovrebbe investire non solo la comprensione della realtà, ma il modo stesso di percepirla.

Per farlo, Prouvost costruisce il lavoro in dialogo con il filosofo Tobias Rees e lo scienziato Hartmut Neven, figura centrale nello sviluppo delle tecnologie quantistiche, intrecciando immaginario artistico, riflessione teorica e ricerca scientifica. Il progetto, commissionato da LAS Art Foundation e co-prodotto con le OGR Torino, si colloca esplicitamente in quella linea sempre più frequentata che cerca un punto di contatto tra arte, scienza e tecnologie emergenti, assumendo la fisica quantistica non solo come tema, ma come modello operativo. Al centro dell’installazione si colloca infatti un esperimento dichiarato: l’introduzione del cosiddetto “rumore quantistico” — imprevedibile, non simulabile — all’interno di sistemi di elaborazione visiva e sonora, così da generare immagini instabili, parziali, continuamente in trasformazione. L’opera si presenta quindi come un ambiente in cui la logica deterministica cede il passo a una condizione di oscillazione permanente, dove ciò che appare non è mai del tutto fissato.

È una promessa forte: non rappresentare il mondo quantistico, ma farlo accadere. Ed è a partire da questa promessa che si misura tutto il resto. La percezione si disorienta immediatamente, le forme non si lasciano nominare con precisione e ciò che appare come fumo si rivela materia, ciò che sembra organico diventa struttura, ciò che si presenta come ambiente si comporta come corpo. L’occhio non è più sufficiente. Lo spazio lavora altrove. La dimensione sinestesica non è un effetto, ma il vero dispositivo del lavoro. La luce è bassa, trattenuta, come se filtrasse da una profondità acquatica; i materiali sfiorano il corpo senza mai dichiararsi del tutto; le voci arrivano da vicino, troppo vicino, fino a produrre la sensazione inquietante che non provengano dallo spazio ma dall’interno della testa; l’odore — metallico, artificiale — si insinua come una traccia persistente. Non c’è un senso dominante e la visione stessa viene trattenuta, come se dovesse guadagnarsi il proprio diritto a esistere.

In questa sospensione, il corpo si adatta. Le difese si abbassano. Si smette, quasi involontariamente, di cercare un significato stabile. L’opera non si impone come oggetto da interpretare, ma come ambiente da attraversare, come una condizione più che una forma. È qui che il lavoro funziona. Non nel piano dichiarato, ma in quello esperito. Perché il dispositivo teorico che lo sostiene — la fisica quantistica, l’entanglement, l’instabilità dei sistemi — rimane, per larga parte, una cornice esterna. Non si traduce davvero in una percezione altra, non incrina fino in fondo le abitudini dello sguardo. Piuttosto, sembra orientare a posteriori ciò che accade, offrendo una chiave di lettura che non nasce necessariamente dall’opera, ma vi si sovrappone. Palesando lo scarto evidente tra ciò che viene promesso e ciò che viene vissuto.

E tuttavia, proprio quando questa impalcatura concettuale perde presa, l’installazione acquista forza. Privata della necessità di dimostrare, può semplicemente esistere. E in questa esistenza si manifesta come organismo instabile, quasi sensibile, capace di produrre una relazione più che un significato. Non si capisce, ma si sente grazie a questa disponibilità all’esperienza — il poter sostare, sdraiarsi, lasciarsi attraversare senza dover restituire immediatamente un senso — che è al tempo stesso il punto più riuscito e il più problematico del lavoro. Perché se da un lato apre uno spazio raro di sospensione, dall’altro rischia di scivolare in una dimensione eccessivamente accomodante, quasi ludica. L’immersione diventa facilmente abbandono, e l’abbandono, a sua volta, può ridursi a semplice consumo. Il confine è sottile: tra esperienza e intrattenimento. È in questa ambiguità che l’opera si tiene. Non nella coerenza del discorso, ma nella tensione tra livelli che non coincidono. Da una parte la promessa di una visione altra, capace di mettere in crisi la logica; dall’altra un ambiente che, pur coinvolgente, resta leggibile, abitabile, persino confortevole.

Ciò che resta, uscendo, non è tanto un’idea, quanto una condizione, un equilibrio instabile tra rilassamento e inquietudine, tra immersione e distanza, e forse è proprio qui che il lavoro trova il suo punto più vero. Funziona.
 Ma non per quello che dice. Per quello che è.

Laure Prouvost. WE FELT A STAR DYING, OGR Torino, fino al 10 maggio 2026

Tutte le immagini: Laure Prouvost, WE FELT A STAR DYING, installation view alle OGR Torino, foto del prof.

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