Donizetti, sconosciuto, “L’ange de Nisida” all’Opera Festival di Bergamo

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È più di una curiosità, è un’opera autentica che si segue con un pizzico di entusiasmo e finisce per commuovere

Pare proprio che l’opera in cantiere sia una delle tendenze di fine anno. Dopo Luisa Miller con regia di Lev Dodin tra le impalcature di San Francesco del Prato al Festival Verdi di Parma, noiosetta, Francesco Micheli ci ha fatto divertire con L’ange de Nisida al Donizetti di Bergamo in ristrutturazione. Anche se la vera notizia è che si tratta di una prima assoluta. Di Donizetti. A fine 2019. E non di una curiosità che può interessare solo qualche addetto ai lavori, ma di un’opera vera e propria, pure di di alto livello. Insomma, è chiaro che L’ange si inizia ad ascoltare con uno stupore che non capita tanto spesso di provare a teatro. E anche se forse non ci troviamo di fronte a un vero capolavoro (mancano certe rifiniture, come quei primi piani emotivi donizettiani), un po’ di entusiasmo e, perché no, di commozione all’uscita sono d’obbligo. 

L’ange de Nisida © Rota

È quanto si è appena verificato al Donizetti Opera Festival di Bergamo (12 novembre – 1 dicembre), giustamente premiato quest’anno agli “Oper! Awards”. Scritto nel 1839, L’ange non è mai andato in scena per il fallimento del Théâtre de la Renaissance che aveva commissionato l’opera, che fino a qualche anno fa gli studiosi conoscevano solo perché confluita in parte nella Favorita (ma con modifiche in chiave di grand opéra). È stata la musicologa Candida Mantica a ritrovare i “brandelli” della partitura per ricostruire il puzzle, permettendo prima a Opera Rara un’esecuzione in forma di concerto nel luglio del 2018 al Covent Garden, e ora al Festival di metterla in scena per la prima volta.

L’opera è del genere semiserio, con finale tragico. Il “semi” sta tutto nella presenza di un personaggio comico, Don Gaspar, che vuol dire mescolanza di generi, e quindi realismo, con tutto ciò che questo implica in termini di modernità e verità drammatica (vedi alla voce Rigoletto, ma vanno bene anche Ballo in maschera e Forza del destino). Ma il mezzo carattere è anche qualcosa di più: è quel moderato sentimentale che accompagna il pubblico, tenuto a una giusta, straniante distanza brechtiana di fronte alla triste sorte della protagonista, l’anima buona Sylvia, più martire che angelo, suo malgrado amante del Re, nonché l’unica che ci rimette nei tremendi intrighi della Napoli del Quattrocento.

È proprio grazie a questo straniamento dell’opera che si segue bene l’idea di Francesco Micheli (anche direttore artistico del Festival) di mettere in scena L’ange nella platea vuota del Donizetti, più ancora che per l’ovvio parallelo cantiere della partitura-cantiere del teatro. Pubblico diviso tra una tribuna montata sul palcoscenico e i palchi, coro in loggione a lanciar volantini come in qualsiasi teatro all’italiana che si rispetti. Intanto i personaggi si muovono come in cerca d’autore sopra a un’isola fatta con le pagine di libretto e partitura, sparse ovunque nello spazio scenico e raccolte a turno dai cantanti, per dare al pubblico l’impressione di una scoperta condivisa. Anche tutto il kitsch in scena, dai costumi di carta, al coro vestito da tarocchi, alle alucce dell’angelo sulla schiena della protagonista come in una specie di “Angels in Nisida”, per dirla alla Tony Kushner, rende giustizia a quella varietà richiesta dal genere. Vale a dire la stessa varietà che secondo Donizetti avrebbe conquistato il pubblico parigino e che invece, quasi duecento anni dopo, ha conquistato quello della sua città natale.

Buono il cast, su tutti il tenore Konu Kim, ma anche Florian Sempey, Roberto Lorenzi, Federico Benetti e la giovane e talentuosa Lidia Fridman, che dovrebbe solo curare di più la dizione. Il direttore, Jean-Luc Tingaud, volenteroso nel disegnare per la prima volta i numeri donizettiani guardando la platea dal fondo della buca, ha fatto del suo meglio per coordinare da quella distanza l’Orchestra Donizetti con solisti e coro, cui peraltro spettano pagine davvero brillanti e inusuali, come nella prima parte quando vengono tutti zittiti da Don Gaspard, nel pieno di un trascinante “Vive le Roi!”. 

Altra tappa del festival, stavolta più tradizionale, è la Lucrezia Borgia in scena al Sociale fino a sabato 30, nella nuova edizione critica di Roger Parker. Questo sì un capolavoro, di quelli di cui si parla sempre ma che non si vedono mai, perché i teatri faticano a trovare cantanti degni dell’impresa. In questo caso, invece, locandina di gran pregio, a cominciare da Carmela Remigio, chiamata per la parte più “libertina”, “empia” e “ambiziosa” dell’opera italiana, come scriveva Dumas in un passaggio dei suoi Borgia, dimenticando di riferire del suo fascino seducente e dongiovannesco, ma al femminile, oltre a un’insospettabile fragilità che la Remigio ha saputo cogliere molto bene. Tanto che nella cabaletta finale riesce a spingersi alle soglie di una dolente Mamma Roma davvero emozionante, per giunta in una sola strofa, come vuole l’edizione parigina del 1840 seguita per questa produzione (salvo per l’inclusione del duetto Orsini-Gennaro, presente alla prima scaligera del 1833 e tagliato a Parigi).

L’ange de Nisida © Rota

Così come convincono il Don Alfonso di Marko Mimica, il Maffio Orsini di Varduhi Abrahamyan e soprattutto il Gennaro di Xabier Anduaga, indeciso tra l’incesto e un’avventura gay con Orsini nella trovata del regista Andrea Bernard, la migliore di uno spettacolo che per il resto rischia di ingolfarsi tra simboli di maternità infranta, momenti splatter più adatti forse al dramma di Hugo che alla versione sfumata di Romani e Donizetti, e una generica cupezza sorretta più che altro dalle scene di Alberto Beltrame. Riccardo Frizza dirige l’orchestra giovanile Cherubini curandone la trasparenza e il ritmo teatrale, ma senza nerbo, con una cautela che sembra impedirgli di trovare una tinta precisa nella partitura. Peccato, perché probabilmente con la Donizetti avrebbe avuto altri risultati. Infine sono stati annunciati due dei titoli previsti per l’edizione 2020: Marino Faliero, da Byron, in pratica I due Foscari di Donizetti, e La fille du régiment, forse l’opera dal tono più francese mai scritta da un non francese. Ma potrebbero esserci altre sorprese.