L’amico ritrovato, la grazia e gli echi dell’orrore

In Teatro

Con una rilettura raffinata e interpretazioni intense, Ciro Masella e Filippo Lai riportano in scena al Teatro Elfo Puccini fino a domenica l’Amico ritrovato: accanto alla sempre urgente memoria della Shoah, una fotografia del tempo in cui l’odio ha preso forma, con inquietanti echi meno lontani di quanto si pensi

La piccola luce di una candela sopra una torta di compleanno, a rompere il buio della storia e l’oblio del ricordo. Racconta molto il modo in cui inizia la trasposizione teatrale dell’Amico ritrovato, in scena – sold out – fino a domenica 18. Un testo che è nella memoria scolastica di tutti, ma forse non abbastanza in quella emotiva, che ne ha allontanato la poesia, la grazia e la sottile intelligenza che vengono riscoperte tutte in questa trasposizione fortemente voluta da Ciro Masella, che riporta in scena innanzitutto quella fase della vita in cui si diventa “testimoni” di un’altra persona con la assolutezza irripetibile e salvifica dei sedici anni. È esattamente tra compleanno e compleanno che si incontrano Konradin, erede e prigioniero di una famiglia d’antica nobiltà della Stoccarda degli anni Trenta, e Hans, figlio solitario di un medico ebreo. È il secondo, nei panni pieni di tenerezza dello stesso Masella, a dipanare il passato ormai remoto dell’amico che lo ha autorizzato dall’esistenza, che nell’interpretazione misurata di Filippo Lai, da quel passato emerge con i tratti consegnati dal ricordo.

In un’atmosfera dai colori virati seppia, del romanzo di Fred Uhlman la lettura di Masella riesce a far emergere la poesia di chi si affaccia alla vita, la goffagine e la confusione, l’esclusività e la tenerezza che accompagnano certe forme d’amore in ogni epoca storica, le parabole di due vite che si tracciano su tre tele, a fondo scena, segnate dal tempo, dal già vissuto, e che al contempo segnano il confine dello spazio chiuso delle case, la censura che fa emergere le differenze di classe e di ideologia, a contraltare di un esterno – per cui basta una semplice panchina – in cui tutto il legame esame esiste, e (paradossalmente) non esiste la crudeltà del mondo (in un paradigma rovesciato) “di dentro”. La regia dello stesso Masella è fatta di scelte evocative, esatte nella loro efficacia, e di un dialogo tra interpreti composti e umanissimi . Un elemento, questo, che amplifica anziché rimuoverlo l’intento etico e civile di riportare, oggi, in scena questa storia. Non solo rivivificare la memoria mai abbastanza ribadita della Shoah nel tempo che perde i suoi testimoni, ma anche far attraversare una atmosfera che oggi suona, con terrore, estremamente vicina.

In questa vicenda non c’è la guerra guerreggiata, la violenza scoperta pare poter essere arginata, la morte è una eco lontana. C’è, però, l’angoscia dei semi che le hanno prodotte tutte e tre. L’odio montante, l’ideologia cieca che imbeve tutti, il tempo delle incertezze in cui ci si aggrappa a nuovi predatori, che hanno gioco facile a tracciare un mondo disegnato sulla forza, che dividono il mondo tra migliori e indesiderabili, e l’illusione, in chi ne subisce il potere, che il futuro sarà ancora governato dalla razionalità, dal garbo che – pur con tutte le loro incertezze – i due protagonisti provano a tutelare in sé stessi.
A colpire, con la consapevolezza dall’oggi, è l’impressione che mai come in questo momento vederle raccontare non sia più, soltanto, un atto di memoria. E la lucidità con cui l’autore mette in scena l’auspicio, anche fuori tempo massimo, che i dittatori non arriveranno agli estremi mostruosi che già si delineano. Ancora una volta, quel che prende davvero vita in scena è il solco tra lo spazio del sogno e del possibile e la realtà di differenze drammatiche, di ceto sociale e di postura che il contesto impedisce ai due ragazzi di colmare. Eppure, dal buio della storia, delle guerre e dei fascismi, per parlare al presente non emerge solo quello degli altri. Ma anche l’ambiguità di ognuno quando è disposto a riconoscere l’umanità solo in chi gli è più vicino, a distinguere, anche a parità di condizioni di minoranza, chi meriterebbe di essere salvato e chi no con la sola misura della prossimità e dell’affetto personale. Siamo – ancora – questi. E raccontarlo con finezza, in una narrazione carica di lirismo, lo rende ancora più evidente, seminando – con un lavoro classico nella forma ma pieno di fascino, attraverso una emozione mai fuori misura – una chiamata alla responsabilità di riconoscerlo.

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