L’amara storia di Sam Ali, uomo-oggetto d’arte, in fuga dalla Siria per politica e amore

In Cinema

La regista tunisina Kaouther Ben Hania, già autrice del drammatico “La bella e le bestie”, racconta in “L’uomo che vendette la sua pelle” la faustiana vicenda di un profugo innamorato che in Libano sopravvive “donando” la sua schiena a un artista: il quale la trasformerà in una delle sue provocatorie, e assai ben pagate, opere, capace di entusiasmare i critici e il munifico pubblico occidentale

Sam Ali (Yahya Mahayni), il protagonista di L’uomo che vendette la sua pelle, non è un rivoluzionario, non milita in alcun partito, è solo un uomo un po’ irruento, incapace di esercitare la prudenza quando si tratta di esternare il suo amore. E così quando Abeer (Dea Liane), la ragazza dei suoi sogni, su un treno affollato accetta incautamente la sua proposta di matrimonio, si mette a urlare e a inneggiare alla libertà e alla rivoluzione. In realtà per Sam l’unica rivoluzione che conta è quella che potrebbe permettere a lui, ragazzo povero, di coronare il suo sogno d’amore con la compagna di scuola appartenente a un’altra e ben più agiata classe sociale. Ma gli sgherri del regime siriano non sentono ragioni e lo arrestano.

Dopo un breve soggiorno in prigione, riesce a fuggire e a lasciare il paese. Arriva così in Libano, e si ritrova – come accade a molti profughi – in una sorta di limbo, dove lavora come uno schiavo in un allevamento di polli e vive in una casa che somiglia a una prigione. Intanto sogna di raggiungere la sua amata a Londra, dove lei si è trasferita dopo aver sposato un altro. Ma arrivare a Londra è impossibile per quelli come Sam. L’Europa non li vuole tutti questi esseri umani ammassati lungo i suoi confini. A meno che… non si trasformino in merci! E proprio questa è la sorte che tocca a Sam.

Il momento “sliding doors” coincide con l’incontro fortuito con Jeffrey Godefroi (Koen De Bouw), un artista americano noto per le sue provocazioni e le quotazioni stratosferiche delle opere, e la sua assistente Soraya (Monica Bellucci). Jeffrey può farlo entrare in Europa, ma in cambio vuole la sua pelle. È un patto dal sapore faustiano, ma in questo caso Mefistofele non vuole l’anima del protagonista, e nemmeno la sua vita. Solo una porzione di pelle per essere precisi: la sua schiena su cui tatuare un visto Schengen, lasciapassare ufficiale verso l’Europa e la libertà. Sam diventa così un’opera d’arte da esporre nei musei di tutta Europa. Si ritrova ricco e libero di viaggiare ovunque, ma trasformato in un oggetto, per quanto artistico, una cosa che può essere comprata e venduta all’asta.

Prendendo spunto da una storia vera, quella dell’artista belga Wim Delvoye (che appare nel film in un cameo) che nel 2006 ha tatuato un uomo rendendolo un’opera d’arte vivente intitolata “Tim”, la 44enne regista tunisina Kaouther Ben Hania (autrice nel 2017 dell’intenso e polemico noir La bella e le bestie) affronta un tema assai interessante e purtroppo scandalosamente attuale in questo nostro mondo globalizzato, dove le merci sono infinitamente più libere degli esseri umani. Nella prima parte lo sguardo della regista è molto efficace, soprattutto nel descrivere con feroce sarcasmo collezionisti e artisti, critici d’arte paludati e semplici visitatori alle prese con un’opera d’arte di non immediata fruibilità: insomma il mondo dell’arte contemporanea con tutti i suoi paradossi, a volte francamente esilaranti.

Ma a un certo punto il film comincia a girare un po’ a vuoto, perdendo verve e convinzione, man mano che la sceneggiatura si concentra sempre più sulle pene d’amore del protagonista, che vuole a ogni costo ricongiungersi con la donna della sua vita, e soprattutto rientrare in pieno possesso della propria pelle, e così della propria anima. Insomma, dopo un’ottima partenza sembra che la regista fatichi a chiuderlo questo film, che resta comunque ampiamente consigliabile.

L’uomo che vendette la sua pelle di Kaouther Ben Hania, con Yahya Mahayni, Monica Bellucci, Dea Liane, Koen De Bouw, Husam Chadat, Rupert Wynne-James, Adrienne Mei Irving.