La voce di Hind e il cinema della realtà

In Cinema, Weekend

La vita, la morte, il sangue, la paura, la voce di una bimba palestinese in agonia sotto il tiro dei soldati israeliani. E un cinema, la firma è di Kawthar ibn Haniyya, che documenta e usa i materiali sonori e visivi per non essere complice del massacro. Il reale sullo schermo conosce una nuova importante stagione, come testimonia anche con poetica maestria dedicata a Napoli “Sotto le nuvole” di Gianfranco Rosi

Un gruppo di operaie e operai escono dalla fabbrica dopo la fine del lavoro. Un treno arriva in stazione col suo carico di dinamismo per immergersi tra i passeggeri sulla banchina. Un gruppo di viaggiatori scende in fila da una nave e saluta il pubblico, quasi recitando quando si accorge della cinepresa. Fin da quei tre mini-documentari di meno di un minuto offerti al pubblico parigino 130 anni fa dai Fratelli Lumière nella prima proiezione pubblica, meglio conosciuta come la notte – il 28 dicembre 1895- in cui nacque una nuova forma di espressione, il cinema ha documentato la realtà. A volte in modo diretto, senza commenti, montaggi o mediazioni, poi nei modi sempre più raffinati e complessi (quindi anche un po’ meno “documentari”) che hanno segnato la storia di quest’arte: che passa dai meravigliosi esquimesi in bianconero di Flaherty ai tragici e ruvidi materiali catturati nelle due sanguinose guerre mondiali del Novecento, dall’abbondante documentazione delle battaglie sui diritti civili, soprattutto in America e in Europa alle inchieste “personalizzate” di Michael Moore e seguaci.

Certo, il cinema ha mostrato subito anche l’altro suo lato, quello immaginifico e fantastico della fiction in tutte le sue declinazioni legate al passato, presente e oggi soprattutto futuro del genere umano, dal teatro deliziosamente filmato di Georges Meliés, che mandò l’uomo nello spazio 75 anni prima di Lucas in “Guerre stellari”, al technicolor anche emotivo di “Via col vento”, agli incastri psicanalitici di Nolan, popolati, tanto per essere sicuri di non sbagliarsi nell’interpretazione, di sogni e incubi, rigorosamente anti-realisti. E di gran lunga è questo lo stile che ha conquistato la fetta più grande del pubblico, affascinato sì in qualche momento anche dal racconto di una realtà scomoda (il neorealismo italiano ebbe un pubblico di massa), ma ben più disponibile, basta scorrere qualsiasi graduatoria di presenze del pubblico in sala in qualunque tempo e paese, ad affollare una sala dove si proietta un western o un fantasy. O anche un film legato alla realtà purché sia fortemente rielaborato e ancorato a personaggi forti di per sé, al di là del contesto. Lo ha confermato di recente anche un film impegnato e coraggioso come “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, che certamente racconta un’epoca, ma è tutto tranne che un documentario.

Due titoli apparsi in questi giorni nelle sale, diversi in ogni aspetto ma entrambi di altissimo livello, confermano però che il cinema sulla realtà è in ripresa, in Italia e nel mondo, probabilmente perché la realtà e i suoi drammatici conflitti in corso, appaiono così drammatici, difficilmente decifrabili, e ancor più di impossibile risoluzione, che sentiamo il bisogno di documentarli visivamente, e perfino acusticamente, con prodotti non solo immediati, in presa diretta, ma pensati, rielaborati. Anche perché l’enorme quantità di materiale che la televisione sforna in ogni forma e formato, e ancor di più la rete tra siti, canali e piattaforme ci riversano addosso informazioni e distrazioni (di massa) non sempre corrette o ben intelleggibili. O peggio ancora la scelta è quella di farne pura propaganda ideologica e politica, magari facendo leva sugli istinti più bassi dell’audience.

Il primo di questi due film è “Sotto le nuvole” di Gianfranco Rosi, che non bastassero “Sacro Gra” e “Fuocoammare” a dimostrarlo, si conferma capace di abbracciare temi vasti, anche visivamente ( in questo caso il cielo e il mare di Napoli), complessi, in un convincente montaggio di passato, presente e futuro: dalle affascinanti e amare incursioni negli scavi delle ville romane, devastate dall’opera di tombaroli rapaci, alla sala del pronto soccorso dei vigili del fuoco, i cui operatori sono chiamati a tranquillizzare i cittadini dopo una scossa di terremoto o a porre fine a una violenza domestica esercitata da un uomo sulla moglie ovviamente disperata. Il bellissimo bianconero scelto da Rosi valorizza nuvole minacciose, fumi vesuviani, mari procellosi, saggiamente e sanamente distanziandosi dalla cartolina sole&mare che troppe volte si è accompagnata a quella splendida città. Certo, è fortissima la soggettività dell’autore nell’accostare la mirabile lezione di archeologia di un’appassionata dirigente del Museo Nazionale che si aggira tra le statue, alcune splendide, custodite nel deposito, quindi non esposte (o almeno non sempre) e l’allegria di un gruppo di ragazzini, in odore di fancazzismo, che faticosamente affrontano i loro compiti pomeridiani, con un acuto e arguto signore in età che si sforza di farli studiare, almeno un po’, in una vecchia e polverosa libreria dalle saracinesche arrugginite. Al di là però della sempre evidente manipolazione dei materiali filmati e registrati che l’autore si concede, resta un ritratto molto reale (anche realistico in alcune parti) di una città che è grande non solo in senso geografico ma mentale, culturale, che ha una storia di oltre duemila anni ed è stata una vera capitale europea per molti aspetti e per molto tempo.

Tutt’altra atmosfera filmica si respira, quasi dal primo minuto in “La voce di Hind Rajab” scritto e diretto Kawthar ibn Haniyya regista e sceneggiatrice tunisina che con angosciante, partecipe coraggio ha scelto di raccontare una delle vicende più strazianti della strage in corso a Gaza. E lo ha fatto usando materiali autentici, vocali soprattutto ma anche visivi, che danno al film un pathos ancora maggiore, se ce ne fosse bisogno. Il 29 gennaio 2024 Hind, bambina palestinese di 5 anni, si ritrova in pochi istanti circondata, nell’auto che avrebbe dovuto portarla in salvo fuori da Gaza, dai cadaveri sanguinanti di due zii e quattro cugini. La macchina è stata centrata da un carro armato israeliano che poi si avvicinerà sempre di più a Hind e non c’è stato scampo per nessuno tranne che per la più piccola passeggera. Un altro zio che vive in Germania contatta un ufficio soccorsi in Cisgiordania della Mezzaluna Rossa Palestinese, sollecitando un intervento, perché a sua parere nella vettura ci può essere ancora qualcuno vivo. Dopo un’attesa terribile che dura minuti, la piccola risponde a un cellulare che trova vicino a lei,  e inizia una conversazione lunga quasi tutti i 90 minuti del film (che è quasi in tempo reale, l’arco di tempo dei veri fatti è stato 3 ore e 1/2). Piange, invoca aiuto, racconta qualcosa di sé, confessa il terrore per gli spari e il buio che sta scendendo, ma soprattutto grida sempre più disperata “Venitemi a prendere”.

La parallela vicenda nell’ufficio della Mezzaluna è a sua volta drammatica, perché nonostante la bimba sia a otto minuti di distanza dalla più vicina ambulanza le procedure di intervento sono lente e complicate, dovendo passare attraverso una serie di step burocratici e soprattutto un permesso dell’autorità militare occupante. E l’ambulanza che verso la fine viene autorizzata a muoversi per il soccorso è ostacolata dalle macerie e dalla scomparsa delle vie nella città distrutta dai bombardamenti israeliani. La storia non finirà bene, come sa chi ha seguito la vicenda, approdata dopo pochissimo tempo su piattaforme e social di tutto il mondo, con la straziante voce di Hind in primo piano, che il film riproduce senza alcun intervento. L’esito finale lascerà nella disperazione non solo la madre e gli altri parenti della piccola, ma anche tutti gli operatori protagonisti del film, che, tra slanci e crisi di nervi, erano convinti che pur a prezzo di sforzi immani ce l’avrebbero fatta, almeno stavolta. Hind non doveva finire, come tante e tanti abitanti di Gaza, piccoli e grandi, sui pannelli appesi alle loro pareti, pieni di “humanitariam victims”, ovvero delle foto di chi è morto perché i soccorsi, per una serie di ragioni, non sono arrivati del tutto. O comunque non in tempo.   

La regista ha scelto di realizzare un film sulla vicenda non appena ha ascoltato su Internet l’estratto della telefonata, dichiarando di avere «semplicemente sentito di dover fare qualcosa. Per non essere complice. Non ho alcun potere politico, non sono un’attivista, ho solo questo strumento che padroneggio un po’, il cinema. Almeno, con questo film, non sono stata ridotta al silenzio». Documentando la realtà per farla conoscere agli spettatori, in questo caso mettendoli in primo luogo a confronto con la vera voce di una delle vittime di questa guerra crudele. Forse perché anche loro, gli spettatori, non restino in silenzio. Tanti registi, anche di film impegnati, politici, interpellati in materia hanno spesso dichiarato che un film non cambia le realtà. Cosa vera in generale, anche se qualche volta le verità emerse in un racconto di cinema hanno mostrato il volto autentico di personaggi colpevoli di azioni negative (“Frost/Nixon”, per dire), contribuendo a far cambiare opinione a qualcuno. Ma al di là di questo, sicuramente all’attivo di “La voce di Hind Rajab”, film dal pathos a tratti quasi insopportabile, resta la scelta coraggiosa di uscire dal silenzio su un dramma individuale che ha avuto, ha e purtroppo temiamo avrà ancora non pochi esempi analoghi. E che, così, diventa universale.       

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