La tragedia dei Rohingya nella foresta degli spiriti

In Cinema

Il cinema ritrova le grandi vicende della politica contemporanea: dalla tragedia del genocidio di un popolo in Myanmar, raccontata con toni reali e fantastici insieme, a una figura di guerrigliero diventato un presidente tanto unico e amato. Intervistato con vero affetto da Emir Kusturica

Esce sugli schermi Manta Ray del thailandese Phuttiphong Aroonpheng, che oltre ad aver vinto la sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia 2019 è stato premiato in altri 18 festival, da Mumbai a Thessaloniki, da Taipei a Cabourg, dov’è stato preferito dal pubblico dei giovani. Fin dal suo incipit, il film dichiara l’intenzione di ricordare al mondo la tragedia del popolo rohingya, poco più di un milione di persone in prevalenza di religione musulmana, da parecchi anni perseguitate in Myanmar con stupri, omicidi e incendi di villaggi. E dunque ormai in gran parte in fuga, via mare e via terra, nei vicini Bangladesh e Thailandia. 

In una foresta del suo paese, dove sono sepolti molti di questi esuli, uccisi dalle pallottole di soldati e di privati nemici, o dalla fame e dalle malattie, un generoso pescatore, che resta senza nome nel film (interpretato da Wanlop Rungkumjad) incontra, soccorre e guarisce un uomo gravemente ferito (l’attore è Aphisit Hama), che non parla, e mai parlerà, forse perché muto o traumatizzato dalle spaventose esperienze fatte. Lo porta a casa sua e gli dà per nome Thongchai, che è una popstar del suo paese. Thongchai si lega a tal punto al pescatore che dopo esserne diventato una sorta di alter ego, al lavoro e fuori, quando quest’ultimo sparisce in una notte di pesca nell’oceano, prende del tutto il suo ruolo e la sua personalità. E continua a vivere nella casa, prima solo e poi con la moglie dello scomparso, ritornata dal marito dopo un’avventura finita male. Ma il film ha un epilogo in parte “fantastico”, perché il mare restituisce sempre ciò che pare prendersi…

Le grandi foreste della Thailandia, insieme cupe a seduttive, lussureggianti e penetrate dalla luce, abitate da bestie selvagge e creature fantastiche, echeggianti suoni inquietanti e voci divine, sono lo sfondo, il décor, ma anche un luogo dell’anima in Manta Ray. Comunque un fondamentale e ulteriore personaggio del racconto, che inizia realistico, nella prima parte, ma diventa via via sempre più immaginifico, sia nei significati che nella messa in immagini, Un affresco affascinante che ricorda uno splendido film di una trentina d’anni fa, del regista russo Elem klimov, Va e guarda, incentrato forse non a caso su un altro indicibile massacro storico. E sull’intollerabilità anche solo di ricordarlo, mostrandolo al pubblico. (Aroonpheng, che viene dalle schiere dell’arte, ha in realtà parlato della straordinaria fascinazione subita per David Lynch e per il suo Eraserhead, film magico e incomprensibile).

In Manta Ray, la storia è sempre in bilico tra il regno dei vivi e quello dei morti, tra l’umano e l’animale. E in qualche modo la stessa estetica dell’autore si sforza di praticare questo doppio binario. Così la poetica reincarnazione finale di Thongchai nel grande animale acquatico che da il nome al film ha un sapore culturale e metafisico insieme, ma anche un po’ naturalistico, e dona a tratti al film la luce e l’allure di un’installazione d’arte contemporanea, di cui Phuttiphong ha fatto molta pratica. 

Tutto funziona soprattutto dal punto di vista visivo, sonoro, “quasi come un’opera astratta, o una musica strumentale” (sono parole del regista). E la resa visiva, molto particolare, è merito anche di un grande direttore della fotografia, Nawarophaat Rungphiboonsophit. Quanto alla musica, altra componente fondamentale (Rasmee Wayrana, la protagonista femminile del film, è fra l’altro una cantante), poggia sul contributo notevole di un duo di Strasburgo chiamato Snowdrops, che utilizza uno strumento chiamato Ondes Martenot, “ed è vicino al suono di alcuni film sperimentali anni ’50. Riunisce la compositrice Christine Ott e il lighting designer/polistrumentista Mathieu Gabry, vicini al mio gusto personale, a progetti di sound design”.

Aroonpheng riprende qui i temi del suo corto Ferris Wheel, premiato in più di 20 festival del 2015. “La mia sceneggiatura di partenza, Departure Day, era divisa in due parti: la prima riguardava un lavoratore migrante dal Myanmar che fugge attraverso il confine in Thailandia; la seconda si svolgeva in un porto di pescatori e raccontava di un uomo misterioso alla ricerca di una vera identità. La prima parte è diventata Ferris Wheel, la seconda l’ho sviluppata in Manta Ray. E mi sono poi concentrato su ciò che il termine identità può contenere: l’io, il confine, l’etnia, la nazionalità. Nella storia recente dei Rohingya l’odio e il razzismo sono estremi, reali, e in più la loro storia è stata nascosta, sepolta e ignorata dal loro governo. Così se mi chiedete perché Thongchai è muto, rispondo che rappresenta un popolo di cui non abbiamo mai sentito la voce. E questo è avvenuto per cancellare quasi completamente la sua identità”.

Manta Ray, di Phuttiphong Aroonpheng, con Wanlop Rungkumjad, Rasmee Wayrana, Abshit Hama 

PEPE MUJJICA IL RIVOLUZIONARIO CHE AMA LE UTOPIE E I FIORI

Un personaggio più direttamente politico, un recente protagonista del rinnovamento sudamericano, viene intervistato da Emir Kusturica (dieci anno dopo l’uscita del film biografico su Diego Maradona, altro eroe latino-americano) in Pepe Mujica – Una vita suprema. Qui il regista serbo/ bosniaco parte dalla fine, dall’ultimo giorno da presidente dell’Uruguay dell’ex guerrigliero tupamaro, e ne ricostruisce la vita straordinaria divisa tra l’impegno politico, l’amore per Lucía Topolansky, compagna di una vita, la difesa dei poveri e l’appassionata cura per tutto quello che cresce nella sua fattoria, dai fiori agli ortaggi. Non li ha mai trascurati, anche quando doveva far fronte a interventi all’Onu, riunioni al Palazzo del Governo, incontri internazionali e assemblee con la sua amata, povera gente.

Il film, che sarà al cinema solo dal 13 al 16 ottobre, interroga e ritrae un politico atipico, arrivato tardi al potere, che mai ha smesso di unire utopia e realtà quotidiana, di fare sogni su come costruire un mondo migliore e intanto discutere su come costruire una casa per i contadini del suo villaggio. E da lui si impara non solo ad ottenere consensi promettendo cose realizzabili, ma anche come questo metodo affini il proprio senso della vita, anche da un punto di vista filosofico, e perfino poetico.

Le riprese sono iniziate nel 2014, negli ultimi mesi della presidenza Mujica, in cui Kusturica ha diviso con lui varie conversazioni, nella fattoria di Pepe o mentre lui passeggia per i quartieri di Montevideo, o gira il paese a bordo del famoso Maggiolino VW del 1987. Tra Costa Rica e Messico, Washington e New York, mentre tiene conferenze sul capitalismo d’oggi, rievoca nel film il lungo periodo passato in carcere (e con lui ne parlano i suoi amici e sodali). “Non sarei quel che sono, sarei congelato come una statua, senza gli anni di solitudine in carcere, negli anni ’70”, dice Mujica (ed è un periodo storico ricostruito anche in un altro interessante film recente, Una notte di 12 anni del regista e produttore uruguayano Alvaro Brechner).

José Alberto, questo il suo vero nome, racconta senza paura anche la lotta armata, le rapine in banca, che non rinnega. Il suo nome di battaglia era Facundo e lottava per una società egualitaria, libera da fame, ingiustizia, ricchezza oscena. Per questo ha usato parte del suo stipendio per finanziare progetti a favore delle comunità povere, non usa la carta di credito e ha trasformato l’Uruguay in un modello di politiche innovative, per esempio nella gestione ambientale, e nella famosa legalizzazione della marijuana.

Dice Kusturica: “ Sono stato molto colpito da lui, dal suo lavoro, è triste che il mio paese non abbia avuto un simile personaggio. I presidenti di solito finiscono in prigione, scappano o si nascondono. Spesso diventano ricchi. Raggiungere un’utopia richiede un cambiamento fondamentale di consapevolezza. Attraverso il suo percorso di vita, l’esempio personale, Mujica dà speranza nel raggiungimento degli ideali. Sono interessato all’uomo che è felice di guidare il trattore, lavorare nei suoi campi, e che ha avuto un forte impatto sulla politica perché è unico. Di tutti i rivoluzionari è quello di maggior successo, un filosofo dalla mente pratica: ogni volta che lo vedi sullo schermo puoi sentire l’umanità, la gentilezza che emana da lui”. 

Pepe Mujjica – Una vita suprema, documentario di Emir Kustirica, con Pepe Mujjica, Lucía Topolansky