Svezia, paradiso femminile: ma 50 anni dopo Alberto Sordi, è diventato un incubo

In Cinema

Nel documentario “La teoria svedese dell’amore” Erik Gandini, già autore del brillante “Videocracy” sui guasti della teledipendenza, racconta come il suo paese d’adozione stia trasformandosi in un deserto sentimentale popolato da madri con bambini ma senza partner, e da single che invecchiano, muoiono senza amici. Perché l’idea di autonomia, spinta all’estremo diventa solitudine, egoismo individualista

Certo, non siamo più ai tempi in cui Alberto Sordi, vagheggiando avventure sexy con disponibili scandinave da sogno, saltava a bordo della mitica 500 imboccando la Roma-Stoccolma per coronare il suo progetto erotico da classico maschio italiano. Il quadro che propone ora Eric Gandini – regista italo-svedese del più che riuscito pamphlet Videocracy (2009) sui tragici guasti psico-sociali della teledipendenza – nel documentario La teoria svedese dell’amore, si avvicina infatti a un incubo bergmaniano, in forma di reportage giornalistico, sul deficit ormai cronicizzato di capacità relazionali nel suo paese di adozione. In seguito a un pamphlet, scritto da un gruppo di uomini politici e di cultura, che oltre 40 anni fa sanciva in maniera definitiva l’idea dell’autonomia delle persone da qualunque condizionamento familiare (marito-moglie, genitori-figli, giovani-anziani), la Svezia ha poi sviluppato leggi adeguate che potessero mettere in pratica queste idee. L’esito del processo, secondo Gandini, è un paese in cui oltre la metà della popolazione vive sola e un quarto così anche muore, nel senso che gli assistenti sociali spesso non sono in grado di trovare un qualsiasi amico o parente cui lasciare i beni e i soldi, a volte anche ingenti, lasciati da un defunto/a ormai privo di qualsiasi contatto col mondo esterno. E che spesso nemmeno più usciva di casa.

Un teoria di sconcertate monadi, forse felici della propria libertà di vita ma certo necrotizzate dall’incapacità di mantenere rapporti sentimentali durevoli. O più banalmente di trovare qualcuno con cui scambiare due chiacchiere o piegare le lenzuola del bucato. Una teoria di madri, rigorosamente single, dedite alla propria carriera forse ancor più che alla propria prole, che scelgono come fosse una varietà di legume un “partner”, rigorosamente anonimo e in forma di donatore di seme, con cui “avranno” un figlio/a. E del quale verosimilmente non sapranno mai più nulla. Se, quanto e come questo influirà sulla psiche e l’emotività dei nascituri, secondo Gandini, non è un tema all’ordine del giorno in Svezia, ormai paradiso di un’insensibile capitalismo efficiente e compassionevole a cui manca una cosa sola, la gioia di vivere. E scusate se è poco.

Nell’intransigente, forse un po’ sbrigativa e aprioristica disamina del gelo affettivo nordico, il film di Gandini funziona. Ma c’è un passo successivo ed è qui che l’ideologico diventa opinabile, perchè protagonista diventa un nobile medico vichingo che si è trasferito in Etiopia a salvare vite con mezzi irrisori, cosa mirabile, finendo per convincersi che solo lì si può trovare il vero senso dell’esistenza. Tra i poveri e i disperati del Corno d’Africa che è un miracolo (spesso merito suo) se sopravvivono a un’appendicite. E dove manca quasi tutto, ma ci si può reinventare una vita, come ha fatto lui,

Chiosa il pensatore Zygmunt Bauman, che le persone abituate alla totale indipendenza hanno perso la capacità di negoziare la condivisione con gli altri, perché sono state provate della capacità di socializzare, di costruirsi una piacevole interdipendenza con il prossimo. In fondo è un po’ colpa dell’addebito delle bollette in banca di ogni spesa: tutto, dal lato pratico, risulta facilissimo, basta trovare il modulo giusto. Ma quando hai bisogno di una spalla su cui piangere perché sei depresso, allora lì sono dolori veri. Perché in Svezia lo stato si occupa così tanto di noi, che noi non siamo più capaci di occuparci, di aiutare nessuno. Nel film c’è qualche esempio, anche nel suo paese, di comportamento diverso: la comunità hippie che vive quasi ignuda (anche d’inverno, a – 20?) in una foresta definita da Gandini “santuario di calore”, o le mediatrici culturali che aiutano i neo-immigrati d’Asia e Africa a inserirsi nella società scandinava. Ma sono eccezioni.

Alla fine La teoria svedese dell’amore, che è certamente un lavoro interessante, provocatorio, utile anche se un po’ manicheo, sembra un po’ soccombere sotto il peso dell'”erba del vicino” che “è sempre più verde”,  compresa quella etiope, che poi così più verde non è, almeno a sentire gli etiopi stessi, molti dei quali si imbarcano sui tragici barconi della morte nel Mediterraneo. Il rischio è un po’ quello di scambiare per verità assolute le classiche nevrosi occidentali, le periodiche aspirazioni alla palingenesi di chi nel primo mondo vive, con fastidio più che giustificato, l’assenza, spesso palpabile, di un vero senso esistenziale al proprio essere sociale.

La teoria svedese dell’amore, di Erik Gandini