L’America delle atroci ingiustizie e delle bombe dei ribelli, inseguiti da ricordi e rimorsi arginati tra alcol e spinelli. P.T. Anderson adatta un “difficile” romanzo dell’amato Thomas Pynchon, ambientato tra gli anni 60 e gli 80, ma sembra che parli degli Usa devastati dell’era di Tramp. E grazie a un super-cast (Di Caprio-Penn-Del Toro, più ottime presenze femminili) ci consegna una visione personale e insieme universale del mondo. Allucinata eppure lucidissima. In questo momento, addirittura indispensabile
Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio) era un rivoluzionario, lo chiamavano Ghetto Pat e faceva esplodere bombe nel tentativo di buttare all’aria la realtà così com’era, con tutte le sue atroci ingiustizie. Insieme a Perfidia (di nome e di fatto, interpretata da Teyana Taylor) ha furiosamente tentato di costruire un mondo migliore, ottenendo risultati piuttosto discutibili. Quindici anni dopo, di quel fiammeggiante passato sono rimasti una figlia adolescente di nome Willa (Chase Infiniti), una manciata di rimorsi, qualche rimpianto e pochissimi ricordi annegati nell’alcol e annebbiati dal fumo di troppi spinelli. Finché il passato non bussa alla porta, con le sembianze del colonnello Lockjaw (Sean Penn), viscido suprematista bianco con la divisa addosso e il cuore più nero della pece. E inizia la fuga, insieme a qualche nuova battaglia, dove troverà posto il lunare aiutante saggio incarnato da Benicio Del Toro.
Paul Thomas Anderson pesca di nuovo dall’opera di Thomas Pynchon e, dopo la deriva psichedelica di Vizio di forma, si dedica a Vineland, adattando per lo schermo un romanzo vertiginosamente complesso e quindi radicalmente inadattabile. E però riesce nell’impresa, consegnandoci un caustico capolavoro che centrifuga politica, storia e cronaca, utopia e pura e semplice avventura, distillando un ritratto di famiglia con delirio dal sapore amarissimo, eppure gradevole. Il romanzo di Pynchon, pubblicato nel 1990, si snodava tra il 1984, anno della rielezione del presidente Ronald Reagan, e gli anni Sessanta e Settanta della controcultura e della ribellione anticapitalistica.
Una battaglia dopo l’altra mette in scena un’America che somiglia a quella attuale, devastata dalla seconda presidenza Trump, anche se il regista evita accuratamente di citarne il nome, così come evita di fornirci coordinate temporali precise. Il risultato è una sorta di cortocircuito dove passato e presente si sovrappongono senza perdere la propria identità e dove Black Lives Matter e La battaglia di Algeri possono convivere. Così come convivono commedia e dramma, satira feroce e farsa cialtrona, dialoghi intimisti che si prendono tutto il tempo necessario, rimbalzando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro, e inseguimenti frenetici degni del più spudorato action movie. Proprio un inseguimento magnificamente coreografato, sui dossi di una strada che corre rovente e solitaria tra Arizona e California, finisce col rappresentare l’apice di un film potente, addirittura stupefacente per come riesce ad essere profondamente politico senza apporre alle immagini neanche la più piccola didascalia.
Paul Thomas Anderson procede per frammenti, non teme l’eccesso e predilige la contaminazione, costruisce la storia ammassando strati e decostruisce il linguaggio con l’ironia, facendo a tratti esplodere lo schermo, ma mai dimenticandosi di noi spettatori, anzi continuando ad affascinarci e pungolarci, e interpellandoci ad ogni scena senza permetterci, nel frattempo, di scendere dall’ottovolante. Mette in scena una quantità di personaggi e ad ognuno regala spessore, scivolando a tratti nel grottesco (come nell’orribile personaggio tratteggiato da un Sean Penn ancora più gigione del solito) ma senza mai smarrire la necessaria profondità. Ci consegna così una visione personalissima e al tempo stesso universale del mondo, allucinata eppure lucidissima. In questo momento, addirittura indispensabile.
Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, con Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Chase Infiniti, Benicio Del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor