La guerra e la donna, la città dolente e un sogno chiamato maternità

In Cinema

A tre anni dall’ottimo debutto con “Tesnota”, il 28enne regista russo Kantemir Bagalov si conferma straordinario occhio di cinema con “La ragazza d’autunno”. In cui racconta, nella vittoriosa ma semidistrutta Leningrado del 1945, una particolare relazione d’amicizia, quasi d’amore, al femminile

Premiato al Festival di Cannes nel 2019 per la miglior regia della sezione Un Certain Regard e al Festival di Torino per la prova delle due straordinarie attrici Viktoria Miroshnichenko (Iya) e Vasilisa Perelygina (Masha), La ragazza d’autunno è il secondo film del 28enne regista russo Kantemir Bagalov, nato e diplomato a Nalchik, il cui debutto Tesnota fece colpo tre anni, sempre partendo dalla Croisette. Ora con questo lavoro è nella shortlist dei dieci “finalisti” della corsa all’oscar 2020 al miglior film straniero, ma dovrà vedersela col sudcoreano Parasite, ultima Palma d’Oro a Cannes, la nuova versione francese di Les Miserables e Dolor y gloria, l’ultima splendida opera di Pedro Almodovar.

Dylda, questo il titolo originale, esalta i pregi di Bagalov, capace di un forte scavo psicologico nell’anima delle sue protagoniste in primo luogo, ma anche di altri personaggi importanti del racconto come l’ufficiale medico o il giovane innamorato di una delle due, e di costruire ritratti di potente, straziante crudezza, collocandoli però in un contesto esistenziale che sfiora a tratti l’astrazione, il concetto puro, l’indefinito spazio-temporale. è infatti vero che protagonista immanente del film è la Leningrado del 1945, città distrutta da una guerra che pure ha eroicamente contribuito a vincere contro l’esercito tedesco di Hitler, ma che l’ha ridotta in macerie prima materiali ma anche psicologiche, immergendola in una penuria di risorse minime (non solo cibo e alloggio) che detta i comportamenti costringendo a una più che precaria etica della ricostruzione pronta a continui compromessi. 

Ma è altrettanto vero che il tema fondante del film – prodotto da Alexander Rodnyansky, che ha già al suo attivo Leviathan e Loveless di Andrey Zvyagintsev – è l’esasperata ricerca di una nuova maternità da parte di Masha, rivelatasi sterile dopo una prima gravidanza finita con la morte del piccolo Pasha, di cui Iya, ragazza bionda, timida, altissima, soggetta a violenti traumi da stress bellico, si è presa da principio cura. Questo tragico esito la porterà a chiedere alla stessa Iya, con cui lavora come infermiera in un ospedale di guerra, di procreare al suo posto per poi cederle la creatura che nascerà. Un processo che nella sua forza ossessiva diventa nel film forse quasi più mentale che materiale, anche se l’amica si presterà a un atto d’amore fisico, indispensabile premessa delle gravidanza per amicizia. Un tema, questo, che negli eccessi esistenziali di Masha si rivela assai più contemporaneo, universale, del vero tempo definito, della collocazione storica che Bagalov gli ha riservato.

Il regista ha aggiunto che al centro del suo interesse c’era il rapporto tra la guerra come entità generativa di morte e la donna come entità produttrice di esistenza. “La Seconda guerra mondiale ha visto in assoluto la più massiccia partecipazione femminile. E mi interessava rispondere alla domanda: cosa succede a una persona che la natura ha previsto per creare la vita, e che invece ha dovuto affrontare, e sopravvivere, anche in prima linea, alle devastatrici prove della guerra? Per me era importante mostrare le conseguenze del conflitto attraverso i volti della gente, i loro occhi, i loro corpi. Il titolo del film è traducibile come “spilungona”, che per me sta più per goffaggine psicologica che fisica; così i personaggi del mio film percepiscono, esprimono i propri sentimenti, sono goffi, sgraziati, stanno imparando di nuovo a vivere dopo la guerra, e per loro è molto difficile”. 

Quello di Bagalov è un cinema di colori netti, vividi, emozionanti, a tratti quasi rinascimentali, e di visioni simboliche forti. Ma non si risparmia una certa lentezza, una cadenza dilatata dei dialoghi, nell’intenzione forse, al di là del realismo del contesto scenografico, di scandire sentimenti, pensieri, sensazioni quasi guardandoli dall’esterno, con qualche effetto straniante. Il finale, indefinito più che aperto, estatico, pare una cifra stilistica dell’autore e come molti altri elementi del film riporta la forma in primo piano, rischiando forse il virtuosismo ma costruendo momenti di gran cinema. Iya la spilungona domina la scena con un corpo a tratti misterioso, e la strana coppia che forma col bambino non suo ribadisce il sogno e l’impossibilità dell’innocenza, in opposizione alla prevalenza algida, a tratti manipolatoria della relazione con Masha. E in tema di forma conta molto il lavoro del tutto autoriale della direttrice della fotografia, Ksenia Sereda e dello scenografo Sergei Ivanov. Al servizio di Bagalov che si conferma qui ottimo allievo di Alexander Sokurov, e come lui soprattutto maestro dello sguardo.

La ragazza d’autunno di Kantemir Bagalov, con Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakyrev, Ksenia Kuterova, Olga Dragunova, Timofey Glazkov