La parola giusta per raccontare prima e dopo

In Teatro

Foto © Masiar Pasquali

A cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana e quarantacinque da quella di Piazza della Loggia, Lella Costa porta al Piccolo un intenso frammento di una vita per raccontare chi eravamo e cosa ci hanno fatto diventare, e ristabilire la verità sulle pagine più cupe dell’Italia

Diciassette anni sono un momento irripetibile. Come lo è ogni momento, ma in un modo unico all’interno di un’esistenza. Sono il tempo in cui tutto è ancora da sognare, in cui il futuro si può ancora inventare, in cui si ha la forza di cambiare tutto.

Se poi si è una ragazza di diciassette anni e li si ha nel 1969 si gode di uno speciale privilegio: si può andare sulla luna. La luna della città venendo dalla provincia, la luna di un cambiamento reale che si fa giorno dopo giorno tangibile per le strade, della felicità di sapersi avvolti da una “nube rivoluzionariforme” e artefici dell’impossibile, la luna del primo grande amore, Antonio, un giovanissimo bancario “con l’ambizione di farsi prendere sul serio dai metalmeccanici” e la sua luna personale da conquistare.

Solo che mentre il mondo era incollato alle immagini dallo spazio nessuno poteva immaginare che dopo il 20 luglio sarebbe arrivato il 12 dicembre. Che dalla luna Antonio e la sua giovane fidanzata non sarebbero mai tornati indietro, cercando per una vita intera La parola giusta per raccontarlo.

E ci si prova ancora, sul palcoscenico del Piccolo Teatro Grassi. A raccontare un giorno di dicembre in cui una ragazzina esce da scuola e va a prendersi una cioccolata aspettando che il ragazzo che ama e improvvisamente, in un boato, esplode la sua vita, quella di una città e di un Paese che non sarà mai più lo stesso.

È questo lo sguardo che Marco Archetti sceglie per raccontare Piazza Fontana. Quello della generazione che voleva cambiare il mondo e che è stata frantumata da sette chili di tritolo sotto un tavolo di mogano, che hanno aperto una voragine nel presente e nel futuro di “gente che era solo gente”.

Una voragine fatta di morti, ma anche di vite spaccate in un prima e un dopo. Quella di Antonio, che si spegne per due anni, ma anche quella della ragazza che lo ama, che si vota a lui. Eppure – e di questo ci si scorda molto spesso, merito ad Archetti di aver scelto, con grazia, di raccontarlo – ci vuole una forza sovrumana per reggere al contraccolpo di una vita spaccata a metà quando si hanno diciassette anni, ed è una fatica per pochi. E anche quando si riesce a compierla, magari per anni, non è detto di risvegliarsi del tutto.

Più probabile rimanere incollati al muro contro cui quella bomba ha scaraventato la persona che amavamo. Fare proprio il dolore, la rabbia e la frustrazione, osservare impotenti e sconcertati l’inizio di un’epoca “di parole sbagliate” che si può riscrivere soltanto nelle favole e non più nelle speranze.

Un futuro che non conosca le parole terrorismo, golpe, stragi, in cui Pino Pinelli non muore e in cui non si possa chiamare giornalista un uomo che fa la posta alle sue figlie bambine chiamandole figlie di un mostro, in cui anche il commissario Calabresi guardi crescere i suoi figli. Fuori dalle favole invece, si è immobili.

L’immobilità di un coma, in cui i sopravvissuti sono chiamati al pellegrinaggio verso altri morti. In cui dopo il 1969 viene il 1974, dopo piazza Fontana a Milano viene Piazza della Loggia a Brescia. E poi l’immobilità di risposte che ci mettono quarant’anni ad arrivare, di un filo sottile che si sfilaccia sempre di più, silenziosamente, di vite che continuano senza farlo mai veramente.

E come potrebbe essere altrimenti, del resto?
Sono passati cinquant’anni da Piazza Fontana e quarantacinque da Piazza della Loggia, e il Piccolo Teatro e il CTB hanno scelto di raccontarlo in un modo che sa di esercizio di vita più che di memoria, in cui le parole di Archetti scelgono una figura, una sola, spogliata di ogni retorica e di pretesa di essere esemplare.

Una vita, semplicemente, scissa tra un prima e un dopo. Un racconto diretto, cui Gabriele Vacis affida una regia lineare, scarna, che non vuole nessuna scenografia se non un tappeto sonoro e gli ombrelli sotto cui quel giorno a Brescia ci si riparava da una pioggia fastidiosa e che oggi proteggano dallo scroscio del dolore e della rabbia, unici testimoni silenti di una verità troppo a lungo taciuta.


Una vita che ha il volto e la grazia di Lella Costa, che nel 1969 li aveva, quei diciassette anni. Che ha la sua leggerezza di chi prova a raccontare senza farsi portare via il sorriso cosa ha significato vivere allora e continuare a essere vivi dopo.

Che ha la vibrante passione civile della sua voce che si spezza, senza vergogna e senza finzione scenica, e quella di chi abbatte con un colpo secco la quarta parete e a luci piene si assume, con forza, la responsabilità diretta e personale di dire la verità, di sgombrare il campo dalle mistificazioni, dai depistaggi, dalle bugie con cui oggi si induce chi non c’era a confondere Ordine Nuovo con le Brigate Rosse che allora non c’erano.

Di nascondere i fascisti dietro agli anarchici, di dimenticare le parti conniventi – quando non apertamente eversive – dello Stato che erano chiamate a proteggere.

Perché è questo che è ancora urgente fare, oggi. Usare le parole, la scena, l’arte, per dire cos’è stato. Scegliere delle vite che abbiano la leggerezza di una silhouette investita di luce che si muove lieve su un palcoscenico per afferrarci e trascinarci dentro quello che siamo stati, che è padre inevitabile di quel che siamo oggi. E cercare, per farlo, una parola giusta.

Piccola, semplice, senza artifici né orpelli, come questo spettacolo. Ma che sia, come lo è questo lavoro, quella. Luminosa e diretta. E mai relegata nel cassetto della memoria. Perché “non siamo testimoni perché c’eravamo. Siamo testimoni perché non abbiamo mai smesso di esserci”.