La musica che gira intorno/ 8

In Musica

L’ultimo album della svedese Tove Lo e le quattordici canzoni del Liga. Un Ciccolini postumo e i Quicksilver Messenger Service. Ma non solo, ovviamente. Novità, ristampe, eventi: le segnalazioni per i prossimi sette giorni

Ligabue – Made in Italy/ G come giungla
Quattordici canzoni per raccontare una vita operaia. Quella di Riko, alter ego di Luciano Ligabue, “quello che sarei stato io se non avessi fatto il cantante”. La disillusione (La vita facile), l’esistenza agra di provincia con il suo divertimento coatto (la springsteeniana È venerdì, non mi rompete i coglioni), la crisi matrimoniale (Vittime e complici), l’incertezza sul lavoro quando ti senti al tempo stesso sollevato e in colpa se licenziano un altro al posto tuo (Meno male, ma già lo scorso anno Ligabue aveva raccontato la crisi profonda, anche di identità, che prova chi perde il posto nella dolorosa Non ho che te), l’insofferenza alle regole del gioco e il rimpianto per un cambiamento che non c’è stato (il rock teso di G come giungla e il soul di Ho fatto in tempo ad avere un futuro), le manifestazioni, le violenze di polizia e il frettoloso interesse dei media (c’è persino un accenno all’Eddie Vedder delle ukulele songs, con Apperò), fino a una provvisoria pacificazione con il nostro paese (Made in Italy) e a una nuova consapevolezza (Un’altra realtà). Tutto questo è Made in Italy (***1/2), ventesimo album di Ligabue. Un racconto sincero, anche aspro e indignato, e un disco onesto e grezzo, pulito e senza fronzoli, registrato in presa diretta.

 

Van Morrison – Look beyond the hill/ Going down to Bangor/ These dreams of you
Un disco ogni quattro anni per il vecchio leone di Belfast, classe 1945: l’ultimo era Born to sing: no plan B del 2012, quest’anno è arrivato Keep me singing (***1/2) che gli è superiore. Una band affiatata con l’aggiunta di due vecchi partner di Van Morrison, Fiachra Trench al piano e il chitarrista John Platania. Atmosfere musicali varie, con un tono prevalente di ballad, dal gospel (Holy guardian angel) al vecchio rhythm and blues anni ’50 (Share your love with me di Bobby Bland, l’unica cover dell’album), dagli echi celtici (Memory Lane) al blues (Every time I see a river, Going down to Bangor), alla riflessione intima (Look behind the hill). Un bel disco della vecchiaia, ma per apprezzare a fondo la grandezza di Van Morrison converrà ascoltare soprattutto il recentissimo e finora inedito It’s too late to stop now II, III & IV(*****), che aggiunge tre episodi inediti e migliora il già bellissimo live del 1974 (****1/2), con tre concerti in California, Van in splendida forma, una band che fa scintille e molti dei suoi capolavori (These dreams of you, Moondance, la stupenda Snow in San Anselmo, Cyprus Avenue, Gloria tra gli altri) resi con perentoria autorevolezza.



 

Beth Hart – Love is a lie/ Good day to cry
Voce sontuosa e aggressiva, degna delle grandi rocker alla Janis Joplin e alla Grace Slick, con impennate blues e soul alla Aretha Franklin e alla Tina Turner (non a caso, una delle sue grandi cover è Nutbush City limits), la losangelina Beth Hart è tra le mie cantanti preferiti. Attiva dal 1993, esplosa nel 1999 con LA song (Out of this town) che venne resa popolare dalla decima serie di Beverly Hills 90210, ha realizzato negli ultimi anni tre notevoli album di cover in sodalizio con il chitarrista Joe Bonamassa (Don’t explain nel 2011, ****Seesaw nel 2013 ***1/2Live in Amsterdam nel 2014, ***1/2) e un ottimo album da cantautrice (Better than home, 2015, ***1/2). Ora torna con il veemente, euforico e straziato Fire on the floor (****) che fa convivere jazz anni ’40, rock esuberante, blues e soul ad alta intensità emotiva. Grande album.


 

Mani Naimi – La ballata dell’amore cieco/ Il gorilla
Una curiosità, forse niente di più, ma bella, ma simpatica. Un cantautore iraniano, Mani Naimi (***), appassionato di omologhi italiani che ha conosciuto da noi quando faceva lo studente lavoratore (De André, Guccini, le agenzie dicono che adesso sta studiando Dalla), ha cominciato a tradurre Fabrizio in farsi. Ho cercato su Spotify e niente, ma su Youtube due tracce di versioni italiane, non male anche se un po’ old school, appaiono assieme alle sue composizioni originali. Eccole qui, e poi dicono che la globalizzazione…

 

Ivano Fossati – L’angelo e la pazienza/ Passalento/ Il suono della voce
Dopo tanti bei live e tante compilation a macchia di leopardo, arriva finalmente Contemporaneo (*****), l’antologia definitiva di Ivano Fossati, che copre in maniera uniforme ed equilibrata il suo lungo percorso cominciato nel 1971 con l’avventura giovanile e prog dei Delirium.
La versione standard offre quattro cd con altrettanti inediti, quella deluxe dieci dischi, un libro e ben dieci inediti. Mi sono andato a spulciare la lista degli unpublished e ci ho trovato la splendida Il suono della voce, canzone d’amore delle sue classiche, scritta nel 2014 per Tosca (la trovate qui sotto fatta da lei: nell’album omonimo, ****, è eseguita anche in quattro versioni strumentali) e la più mossa Idealista regalata a Noemi. Mai fatta da lui ma incisa da Fiorella Mannoia è Quelli siamo noi, mentre mai apparse su disco sono La lingua del santo e A cavallo della tigre, da due film di Carlo Mazzacurati per i quali Fossati scrisse la colonna sonora (sua anche la soundtrack finita su disco di Il toro). Non inedite, ma con ogni probabilità alternate take, quattro canzoni che Fossati ha già inciso: Dolce acqua che risale addirittura ai Delirium, la giovanile Vola che scrisse per Mia Martini e che ha inciso ed eseguito dal vivo anche lui, e le due tarde Pianissimo (era in L’arcangelo del 2006) e Settembre (compariva nell’album dell’uscita di scena, Decadancing del 2011). Conclude la sequenza degli inediti una cover di Fabrizio De Andrè, Ho visto Nina volare.



 

Lambchop – Writer/ NIV
“Secondo un vecchio cliché, un artista ha soltanto una o due buone idee nel corso della vita ed è obbligato a ripeterle. Non sono d’accordo, credo di averne almeno cinque”. Così parlò Kurt Wagner, leader compositore e voce dei Lambchop. Attiva dal 1994, la band di Nashville è stata etichettata alt-country ma nei suoi dodici album, se ha sviluppato uno stile riconoscibile, non ha mai fatto un lavoro uguale al precedente, spaziando dalla ballad orchestrale a un folk profumato di lounge. Stavolta, in FLOTUS, ****, acronimo di “For Love Often Turns Us Still” ma forse di “First Lady Of The United States”, il suono è elettronico e pesca da r&b e hip-hop (Wagner dice di essersi ispirato a Kanye West, Kendrick Lamar e Shabazz Palaces), con reminiscenze dei primi Radiohead. Elettronica e vocoder, con la voce di Wagner iperfiltrata e in molti brani assai vicina a uno strumento. La direzione di marcia sembra la stessa del Bon Iver di 22, A Million. Qui, però, l’elettronica è funzionale mentre lì spesso appariva ornamento. Stupisce la rilassata naturalezza e l’eleganza con cui i Lambchop si avventurano in territori per loro vergini. Un disco da amare, che esige ripetuti ascolti.


 

The musical mojo of Dr. John – Right place wrong time/ You lie/ Iko iko
Dr. John, pianista e interprete di prima grandezza, è tra le stelle (nere) più luminose di New Orleans. Nato Malcolm John “Mac” Rebennack nel 1940, figlio di un negoziante di dischi, gioventù burrascosa da ragazzo che frequentava le cattive compagnie, tenutario di bordello e spacciatore di narcotici (molti li consumava lui) che gli ha fatto assaggiare anche la galera, ha esordito nel 1968 per la Atlantic dei fratelli Ertegun che pubblicava il meglio del soul e del rock (Aretha Franklin, Otis Redding, Led Zeppelin, CSN&Y) con un capolavoro, Gris gris (*****), che sdoganava un’inedita miscela di blues, psichedelia e voodoo, ribadendo il tutto nel 1972 con l’altrettanto splendido e frenetico Gumbo (*****). Da allora, in una lunga carriera di alti e bassi, ha licenziato altri dischi egregi ed è entrato nella leggenda. In questo doppio album quasi senza punti morti (****1/2) gli rendono omaggio, affiancati spesso e volentieri da lui, mostri sacri del rock come Bruce Springsteen (Right place wrong time), John Fogerty (Creedence Clearwater Revival, la sua New Orleans è strepitosa), Warren Haynes (un’esplosiva You lie), Mavis Staples (una superba Lay my burden down), Widespread Panic e molti altri. Per non parlare della crema musicale della Crescent City, gente come Irma Thomas, Allen Toussaint, Aaron e Cyril Neville, Tab Benoit, Terence Blanchard, Dirty Dozen Brass Band e, anche qui, molti, troppi altri per menzionarli tutti. Un disco vivacissimo, una grande festa: peccato soltanto che manchi, nel repertorio, Iko iko che ho provveduto a ripescare da Gumbo. Del grande Dr. John sono stati pubblicati di recente anche un notevole Swamp blues (***1/2) e una bella antologia, Playlist: the best of the Atco years (****1/2).

 

 

Aldo Ciccolini – Gymnopédie I/ Nocturne no. 3/ Je te veux di Erik Satie
Come Fernando Pessoa per Antonio Tabucchi, così Erik Satie è stato la magnifica ossessione del grande pianista italiano naturalizzato francese Aldo Ciccolini (1925-2015), che con le sue esecuzioni e incisioni è stato decisivo per fare conoscere il geniale musicista legato alle avanguardie artistiche del primo Novecento. Ora, a un anno dalla sua scomparsa, la Erato pubblica in un vinile ad alta qualità (*****) le prime registrazioni del pianista, fatte nel 1956 da un Ciccolini trentunenne. Tuttora insuperate, tra tutte scelgo una Gymopédie e un Nocturne e, anche se non c’è nel vinile (ma lo trovate nel quinto cd dei Piano works di Satie incisi da Ciccolini), uno dei suoi brani che prediligo, Je te veux, valzer con una punta di struggimento.



 

Jim Kwesin & Geoff Muldaur – Sweet to mama/ Fishing blues/ Downtown blues
Vecchi arnesi, sia detto con affetto, del folk americano anni ’60, tipo il musicista (era Dave Van Ronk) che ha ispirato ai fratelli Coen A proposito di Davis. Jim Kwesin, classe 1940, era noto nei sixties del secolo scorso per una sua “jug band” che riprendeva le formazioni analoghe della Memphis anni ’20 e ’30 (il jug era una grossa brocca di terracotta che veniva suonata soffiandoci dentro o attraverso l’imboccatura) e il chitarrista Geoff Muldaur, classe 1943, suonava in quella band (in seguito, con la moglie Maria, incise alcuni album fortunati tra i quali Pottery pie del 1969, dal quale Terry Gilliam trasse Brazil per i titoli di testa del film omonimo). Ora i due amici tornano insieme alle chitarre e al canto, assistiti da una pattuglietta di grandi musicisti (da menzionare almeno Cindy Cashdollar e Van Dyke Parks), nel gradevolissimo Penny’s farm (***1/2), che rispolvera molto materiale tradizionale, in auge negli anni della Grande Depressione.



 

Fabrizio Poggi – Nobody’s fault but mine/ Forty days and forty nights/ Mississippi, my home
Il vogherese Fabrizio Poggi, classe 1958 e venti album all’attivo, è il maggiore esponente del blues italiano assieme al milanese Fabio Treves. Armonicista fremente e profondo conoscitore del genere, Poggi è di casa in America dove ha suonato con musicisti illustri (Garth Hudson e Levon Helm della Band, Eric Bibb, Blind Boys of Alabama, Charlie Musselwhite) e inciso cinque dischi. L’ultimo è questo splendido Texas blues voices (****1/2) registrato ad Austin, che rilegge un repertorio regionale che al blues ha dato esponenti leggendari (Blind Lemon Jefferson, Lightnin’ Hopkins, T-Bone Walker, Stevie Ray Vaughan, per citarne sono alcuni), affidandolo ai migliori esecutori dell’attuale scena texana. Ho scelto Nobody fault’s but mine di Blind Willie Johnson reso dalla “regina di Austin” Carolyn Wonderland, Mississippi, my home cantata dall’ incredibile ottantaseienne Lavelle White, e un classico di Muddy Waters, Forty days and forty nights, affidato alla rivelazione Mike Zito.



 

Quicksilver Messenger Service – Walking blues/ Fresh air/ Mona
La maggiore band californiana nei gloriosi anni della psichedelia, i tardi ’60, erano loro, i Quicksilver Messenger Service, date retta. Non i più famosi, quelli erano i Grateful Dead e i Jefferson Airplane: bravi, bravissimi, senz’altro, ma meno di loro. Perché i Quicksilver dell’italo-americano John Cipollina, chitarrista superlativo (e in seguito anche del falso italo-americano Dino Valente, cantante e autore notevole, che in realtà si chiamava Chester William Powers), l’ultimo fra i grandi gruppi della Bay Area che si preoccuparono di trovare un contratto discografico perché erano troppo impegnati a suonare dal vivo, misero mano in compenso al più bell’album di quella stagione irripetibile, Happy trails del 1969, in parte live (*****), che destrutturava e ampliava a dismisura un evergreen come Who do you love di Bo Diddley e scioglieva nell’acido corrosivo del loro suono un altro classico diddleyano, Mona. Attivi fino al 1975, con una deludente reunion del 1986, i Quicksilver hanno visto negli anni più recenti un’impennata delle quotazioni tra gli appassionati grazie al materiale live di buona qualità messo in circolazione. È il caso di questo quadruplo Live across America 1967-1977 (***1/2) che li ripropone on the road. Ho scelto un blues di Robert Johnson suonato a San Francisco nel 1967, la classica Fresh air di e con Dino Valente (Hawaii, 1970) e le strepitose prove di Won’t kill me, stesso luogo e stesso anno, che vedono in formazione anche Nicky Hopkins, forse il più grande pianista che il rock abbia mai avuto.



 

Tove Lo – Cool girl
Eccola qui, la cool girl che danza su una vecchia auto (e su una bara di cristallo con un lui dentro) ai bordi del deserto californiano, e alla fine appicca il fuoco al motel scalcinato che la ospita, mormorando mentre il brano sfuma: “Dolore e piacere si tengono per mano, dicono. Ma nessuno ricorda che il dolore è soltanto una strada verso un piacere più intenso”. Lei è la svedese Ebba Tove Elsa Nilsson in arte Tove Lo, che nel 2014 aveva fatto 400 milioni di visualizzazioni con l’Hippie sabotage remix di Habits (Stay high) pieno di alcool e allusioni bisex. Il secondo album, Lady wood (***), gioca con lo stesso materiale infiammabile, autodistruttività, piacere e dolore (“Voglio che tu lecchi le mie ferite”, Vibes; “Mi farò del male”, True disaster; “Fammi venire”, Lady wood). Sensazioni forti e sentimenti immobili, un synthpop notturno in minore, una vocetta che fa tanto cartone animato della cattiva ragazza, un’ispirazione che viene da L’amore bugiardo di David Fincher ma lì la cool girl Rosamund Pike era una psicopatica, mentre qui c’è una Betty Boop che gioca a stupire e punta a confermare il personaggio e il successo.

 

Ornette Coleman – Lonely woman/ Peace
L’editore Mimesis pubblica in un volumetto (Musica senza alfabeti) la conversazione-intervista, avvenuta a Parigi nel 1997 e promossa dalla rivista Les Inrockuptibles, fra il sassofonista e padre del free jazz Ornette Coleman, intervistato, e il filosofo e teorico del decostruzionismo Jacques Derrida, intervistatore. “Credo che il suono abbia con l’informazione una relazione molto democratica, perché non c’è bisogno dell’alfabeto per capire la musica” dice Coleman. E, a proposito dell’improvvisazione: “Quando facevo free jazz, la gente credeva per lo più che prendessi semplicemente il mio sassofono e mi mettessi a suonare quello che mi passava per la testa. L’improvvisazione è invece la ricerca di un limite. L’idea è che due o tre persone possono avere una conversazione senza cercare di dominare o indirizzare la conversazione stessa. Si tratta di intelligenza, questa è la parola. Per me la musica non ha un leader”. Del grande Ornette Coleman scelgo Lonely woman e Peace, dal fondamentale The shape of jazz to come (*****) del 1959.


 

Cisco – I dinosauri/ Nostra signora di nebbia e zanzare
I reduci troveranno finalmente un album in grado di rappresentarli, I dinosauri (***), inciso da Stefano “Cisco” Bellotti assieme agli ex Modena City Ramblers Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani. Canzoni acustiche oneste e appassionate, talvolta molto belle (Nostra signora di nebbia e zanzare, ****), sovente con l’inconfondibile patina irish. E spesso, troppo spesso, retoriche. Pazienza per l’elenco di nobili cose del passato di Figurine (le belle bandiere, ok), per il manicheismo un po’ sempliciotto di Cosa conta (dieta vegana versus pane e salame, rivolta versus risvoltino, sentimento versus investimento), per la nostalgia dello “spesso vado a riavvolgere il filo del tempo” (almeno l’atroce coretto “rewind, rewind, rewind” se lo poteva risparmiare), ma l’orgoglioso chiamarsi fuori di I dinosauri che, elenco alla rinfusa, vivevano senza cellulare, non chattavano e non avevano il gps, usavano i telefoni a gettone e compravano i dischi nei negozi, per favore no, si può coltivare la nostalgia senza diventare passatisti. E poi uno si chiede perché i dinosauri si sono estinti…


 

Alicia Keys – Girl can’t be herself/ Holy war
Una grande voce black e un album fuori dalle mode. Con pochi strumenti (pianoforte meno in risalto rispetto ai lavori precedenti, chitarra, basso e batteria, vibrafono in una traccia), pochissimi ospiti, nessun inserto elettronico, una gran fiducia nella forma-canzone. Con colori musicali che vanno dal gospel al rap, dal blues al caraibico. L’ambiente (Kill your mama), la cultura afroamericana (The gospel), le famiglie allargate (Blended family), le dipendenze (Illusion of bliss), la bellezza naturale delle donne alla quale la Keys dedica anche la campagna #nomakeup (Girl can’t be herself), le follie del fanatismo (Holy war, dove “la guerra è santa e il sesso è osceno”). Con Here (****), sesto album della sua carriera, la newyorchese Alicia Keys, attiva dal 2001, firma il suo lavoro più completo e maturo.


Massimo Giuseppe Bianchi – Toccata e fuga Bwv 565 di Bach
Talento versatile, quello del pianista Massimo Giuseppe Bianchi. Apprezzato esecutore del sommo Johann Sebastian (il suo album più recente, Around Bach, ***1/2, è stato pubblicato in ottobre dalla Decca), studioso competente del ‘900 italiano (Respighi, Castelnuovo-Tedesco, Ghedini e altri), performer ardimentoso di vere e proprie maratone (le nove sinfonie di Beethoven nella trascrizione per pianoforte di Liszt), è attivo anche nel jazz (improvvisazioni per due pianoforti con Enrico Pieranunzi, collaborazioni con Paolo Damiani e Louis Sclavis). Il 29 novembre lo si è ascoltato nella Sala Arte Povera del Museo del Novecento nell’ambito del Progetto Marino Zuccheri and Friends organizzato da Nomus.

Il 6 dicembre nella stessa sede Concerto del Collettivo 21. Saranno eseguite le opere vincitrici della selezione Progetto Marino Zuccheri and Friends e inoltre musiche di Berio, Manzoni, Donatoni, Sciarrino.