La musica che gira intorno/ 36

In Musica

Classica, pop, rock, techno, soul, hip-hop, blues, caraibica, folk, jazz: i nuovi album, le ristampe, gli eventi musicali significativi

GLI APPUNTAMENTI
Se avete voglia di ballo e di ritmi techno, potete provare con i Chainsmokers, tra le più recenti meraviglie globali del genere (Ippodromo di San Siro, mercoledì 28). A me non dicono granché, a voi magari piacciono di più. Una variante tra il sanremese e il modaiolo è Francesco Gabbani (Carroponte, giovedì 29). Venerdì 30, sempre al Carroponte, una delle migliori realtà cantaurorali, Brunori Sas. Ce n’è persino per i metallari, io eviterei, nella festa estiva appena cominciata: sempre San Siro, sempre Ippodromo, Battlefield Metal Fest domenica 2 luglio. Lunedì 3 io sceglierei la cantautrice scozzese Rachel Sermanni (al Carroponte), ma voi preferite senz’altro gli ormai inutili Coldplay, unico vero concerto da stadio a San Siro. Martedì 4 all’Ippodromo sono di scena gli Evanescence, mercoledì 5 il Magnolia ospita l’islandese Soley, non male, ma l’appuntamento della settimana per me è Ani DiFranco, cantautorato fiero e combattente, al Carroponte.








 

I DISCHI
Claudio Lolli – Il grande freddo/ Non chiedere/ 400.000 colpi/ Sai com’è
Quanto l’ho amato, il bolognese Claudio Lolli. Dalle prime prove malinconiche di Aspettando Godot, era il 1972, a quel capolavoro che fu e resta Ho visto anche degli zingari felici del 1976. E quanto l’ho seguito e l’ho atteso, con le sue nevrosi e il suo impasto di spigoli e rotondità, di dolcezze e furori, mentre continuava a pubblicare dischi a intervalli sempre crescenti, per etichette sempre più piccole. Ora, dopo otto anni di silenzio, Lolli torna con Il grande freddo (****), frutto di una campagna di crowdfunding coronata dal successo. Con una voce resa più pastosa e grave dal tempo, accompagnato dagli antichi compagni d’avventure Danilo Tomassetta e Roberto Soldati già nel Collettivo Autonomo Musicisti, quelli che diedero scintillante veste sonora ai suoi zingari. Amore, politica, il desolato oggi, il tirare le somme, la nostalgia. Non chiedere cita Eugenio Montale, Sai com’è scritta con Marino Severini dei Gang è dedicata al partigiano Giovanni Pesce. Targa Tenco 2017 come migliore album dell’anno.



 

Mary J. Blige – Love yourself/ Set me free/ Telling the truth/ Hello father
Avrà voluto fare il gioco di parole con Scent of a woman, il remake americano di Profumo di donna con Al Pacino? Avrà voluto percorrere la strada già ormai molto battuta dell’empowerment, dell’orgoglio di sé («Say it loud, I’m black and I’m proud» cantava tanti anni fa James Brown) che ha fruttato recenti e belle prove ad Alicia Keys e alle sorelle Knowles, Beyoncé e SolangeStrength of o woman (***1/2) della soul singer newyorchese Mary J. Blige gioca piuttosto, com’è nelle sue corde e come la produzione precedente mostra in abbondanza, la carta dell’autofiction. In questo caso il divorzio da un marito traditore («All’inferno c’è un posto speciale per te», Set me free), il dolore, la riemersione, il contare su se stessi. Nu-soul con una spruzzata di hip-hop (ottimo Kanye West in Love yourself), ospiti à la page e citazioni sparse (Prince, Stevie Wonder). Niente di clamorosamente nuovo, ma l’effetto verità (verità e turbolenza in questo caso) c’è tutto e la voce di Mary J. continua ad affascinare.



 

Fleet Foxes – Kept woman/ Third of May-Odaigahara/ If you need to, keep time on me/ I should see Memphis
Sei anni sono un intervallo lungo tra un disco e l’altro, soprattutto quando hai solo due album alle spalle. Sei anni sono l’intervallo fra il secondo disco dei Fleet Foxes, Helplessness blues, e questo The crack-up (****), l’incrinatura, che si ispira nel titolo a Francis Scott Fitzgerald. Che cosa è successo in questi anni? Assestamenti nella formazione del gruppo di Seattle, qualche defezione (il loro batterista è diventato nel frattempo l’acclamato Father John Misty), il leader Robin Pecknold che se n’è andato a studiare letteratura alla Columbia University. Lo stile intanto non è cambiato crescendo semmai in levigatezza e sapienza: un post-folk di grande libertà che batte sentieri inconsueti senza scordare i maestri, Neil Young e Dylan su tutti. Undici brani in scaletta, lunghi in alcuni casi fra i sei e gli otto minuti, con un collage di frammenti e sonorità che ricorda, nell’attitudine free form più che nella musica, i Radiohead aurei di Ok computer.



 

Beth Ditto – Fire/ Oh my God/ Do you want me to
Femminista, lesbica e grassa («Stimola la mia creatività nel vestirmi») l’americana Mary Beth Patterson in arte Beth Ditto negli anni passati ha fatto molto parlare di sé per l’arte e per la vita. Frontwoman dei Gossip, la si è ammirata per la vocalità esplosiva, per il carisma live e per le altrettanto esplosive sortite mediatiche, in cui di volta in volta si spogliava o dichiarava con grande scandalo degli animalisti di avere mangiato carne di scoiattolo. Sciolti i Gossip, Beth Ditto debutta con l’album Fake sugar (***1/2). E se la voce fa ancora gridare al miracolo, le canzoni che si è scritta non sempre reggono la prova: piacevole pop-rock con qualche goccia di miele e qualche impennata più elettrica. Non male, ma niente di più.


 

The Jesus and Mary Chain – War on peace/ Song for a secret/ The two of us
Fratelli coltelli anche gli scozzesi Jim e William Reid, come i Gallagher degli Oasis: nel 1998 la band si sciolse nei peggiore dei modi a Los Angeles, con Jim sbronzo e strafatto che inveiva contro William sul palco. Nove anni per rimettere insieme i cocci e, dopo una reunion nel 2007 e qualche anno di concerti in tempi più recenti, arriva anche il nuovo disco che si è fatto attendere per 19 anni. Che dire di Damage and joy (***1/2)? Chi si aspettava le chitarre shoegaze degli anni ’90 ascolterà soddisfatto, chi rimpiange il noise furioso di Psycocandy non lo troverà. La nuova miscela però è personale e calibrata, la buccia brillante, le code o gli attacchi rumoristici non mancano, come neppure i ritornelli pop e le voci femminili (qui Isobel Campbell, Bernadette Denning e Linda Reid). Un lavoro godibile.


 

Taj Mahal & Keb’ Mo’ – Don’t leave me here/ She knows how to rock me/ Diving duck blues/ Squeeze box
Due bluesmen di rango, 75 anni Henry Saint Clair Fredericks in arte Taj Mahal, 66 anni Kevin Moore in arte Keb’ Mo’, più eclettico il primo e più ortodosso il secondo. Insieme hanno realizzato il sontuoso e solare TajMo (****) che spazia dal soul al blues, dalla musica africana a quella caraibica. Partecipano, come ospiti di lusso, amici come Sheila E., Bonnie Raitt, Joe Walsh (Eagles) e Lizz Wright. Da segnalare un vecchio classico di Little Richard (She knows how to rock me, con arrangiamento à la Ry Cooder), un blues canonico ad alto tasso alcolico reso con asciutta autorevolezza (Diving duck blues di Sleepy John Estes) e una sorprendente versione di Squeeze box degli Who. Una festa.



 

Lastanzadigreta – 4-4-2/ Erri/ Vita di Galileo/ Camarade Gagarine
Attivo dal 2009, il collettivo torinese Lastanzadigreta teorizza e pratica la “musica bambina” (e democratica): un approccio gioioso, la mobilità dei ruoli, l’interplay, lo “sporcarsi le mani” con la vita. E in musica niente basso e batteria, basta una marimba, molti strumenti di recupero (glockenspiel, tubi e bidoni, didjeridoo, un vecchio harmonium Farfisa) e una selva di strumenti a corde. Dopo due ep, l’album Creature selvagge (****), pubblicato dalla storica etichetta degli Yo Yo Mundi e frutto di un riuscito crowdfunding, ha ottenuto la prestigiosa Targa Tenco per l’opera prima. Tra post-rock ed echi folk, da segnalare la filastrocca sbilenca 4-4-2, la cameristica Camarade Gagarine, la stralunata Vita di Galileo ed Erri, su testo di Erri De Luca.



 

Mariss Jansons dirige Gustav Mahler e Richard Strauss
Mariss Jansons, nato nel 1943 in un nascondiglio di Riga da una famiglia di origine ebrea dopo che il nonno e lo zio materni sono stati uccisi nel ghetto dai nazisti e dai loro scagnozzi lettoni, cresciuto anche musicalmente a Leningrado, è uno dei più grandi direttori dei nostri tempi. Difficile enumerare le orchestre che ha diretto, da Oslo a Londra, da Los Angeles a Pittsburgh passando per Amsterdam. Dal 2003 Jansons è direttore principale di una delle tre grandi orchestre sinfoniche tedesche, la Bayerischer Rundfunks di Monaco. Con loro ha inciso due dischi straordinari per rigore interpretativo, misura e sottigliezza: la meravigliosa Sinfonia n. 9 di Gustav Mahler (*****) con i suoi tempi insoliti di valzer e di rondò-burleske, esecuzione per me superiore a quella pur grandissima di Claudio Abbado, e la monumentale, sublimemente cartolinesca Eine Alpensinfonie op. 64 di Richard Strauss (****1/2). Un gigante alle prese con due giganti.


 

Cedar Walton – Autumn leaves/ Summertime/ Softley as in a morning sunrise/ The shadow of your smile
Tra i grandi pianisti della storia del jazz, tra i maestri, metto senz’altro il texano Cedar Walton (1934-2013), nato a Dallas e cresciuto nel Colorado, dal 1955 newyorchese come il conterraneo Ornette Coleman. Pianista in molte eccellenti formazioni (Benny Golson e Art Farmer, i Jazz Messengers di Art Blakey per i quali fu anche arrangiatore), accompagnatore di Abbey Lincoln, cresciuto alla scuola del bop, autore di brani che nel tempo sono diventati standard (Ugetsu, Bolivia), Cedar Walton mette una fluidità esecutiva che rasenta il virtuosismo al servizio di una vena lirica asciutta e ispirata. The VIP trio. The standards (****1/2), un album del 1988 ripubblicato di recente in cui lo affiancano il bassista Pat Senatore che fu con Stan Kenton e il batterista Billy Higgins compagno di avventure di Ornette Coleman, Thelonious Monk e John Coltrane, offre dieci versioni scintillanti di classici, standard appunto. E Walton riesce a incantare con il suo lavoro di prosciugamento e con le sue articolazioni melodiche mai banali, sempre nervose e inattese.



 

IL RECUPERO
Nick Cave and The Bad Seeds – From her to eternity/ In the ghetto/ Into my arms/ God is in the house/ More news from nowhere
Trent’anni di avventura musicale al calor bianco per l’australiano poi berlinese e infine londinese Nick Cave, santo e tossico, vocione post-punk e bluesman fangoso, esecutore meraviglioso di cover (i suoi Cohen e Dylan sono da manuale, come In the ghetto già cavallo di battaglia di Elvis Presley che trovate qui), cantore di assassini e angeli, balladeer scabro e ispirato negli ultimi dieci anni, poeta e scrittore e attore e molto altro. Con alcune presenze fisse e molti cambi di formazione, lo hanno accompagnato nel viaggio i Bad Seeds. Questa Lovely creatures (****1/2), antologia senza inediti, monumentale Best of dal 1984 al 2014, offerta in formati differenti (edizione standard di due cd con 21 brani e superdeluxe con tre cd e 45 più un dvd di due ore e un libro, quella che ho ascoltato), è un compendio che lascia pieni di ammirazione.