Al teatro Out Off fino a domenica 1 febbraio, Elena Arvigo porta in prima nazionale uno spettacolo intenso, in cui compone i testi di Svetlana Aleksevic, epistolari e pagine letterarie, componendo mano a mano una rete di frammenti di vita per raccontare la guerra e allontanarla con la forza con cui può farlo solo chi la conosce.
Un vaso da fiori sopra un tavolo, un mappamondo, lampade circondate da molti libri. E poi un paravento dietro cui far scorrere altre storie e altre ombre, e una cassa da cui estrarre altri volti. È una scena, quella che Elena Arvigo porta sul palco del Teatro Out Off fino a domenica, nei suoi Appunti per il futuro, che nella sua calda domesticità di luci soffuse e abat jours, sintetizza mondi, e soprattutto voci, vite. Quelle dei 25 milioni di morti causati, nella sola allora Unione Sovietica, durante la seconda guerra mondiale. Una cifra impossibile da contare e da immaginare, una cifra composta, per piú di due terzi, da civili. Una cifra composta di vite, non soltanto di chi le ha perdute, ma di chi resta. Come le donne, a cui la guerra non ha il volto, nelle parole di Svetlana Alekseivic che questi appunti compongono. Su di lei, in un testo vivo e vibrante di intensa compostezza, Arvigo ha composto una tessitura di racconti intrecciando le voci delle donne – rimosse dal racconto della guerra, delle sue battaglie e delle sue ferite nella stessa misura che dalla pace.
Parole che emergono da un tempo che ha conosciuto soltanto la guerra per far emergere la stessa domanda che da decenni si pone il filosofo Miguel Benasayag: dov’é la singolaritâ del vivente, ciò che fa unica la vita? Forse, lo si può scoprire dentro la morte, o sul suo confine e su quello del ricordo, nel dialogo di lettere a cui sarà negata una risposta. O in quello “genere letterario che somigliasse il più possibile al mio modo di vedere il mondo” che Insieme alla scrittrice bielorussa nata in Ucraina, anche Arvigo ha costruito, facendo dell’impegno civile e della spinta etica accanto all’intenzione artistica la cifra con cui costruisce i suoi lavori. In cui ad essere protagonista è la quotidianitá senza orpelli dentro cui, l’ascolto attento e partecipe di Alekisevic sa fare emergere la veritá più tagliente e indicibile, e tutta la vanità demente della guerra, a confronto spietato con l’immaginario del tutto “astratto eroico e seducente” che di essa si impegna a fornire il maschile, il potere, e chiunque vi si uniformi di fronte a un occhio che giudica. Libere da esso, le donne di Aleksievic possono finalmente trovare fiato per opporre un femminile sovraesteso al maschile disastroso che – quasi sempre – scrive le pagine di guerra, e una immagine di vita fatta di dettagli minuti e imprevedibili a un racconto di morte.
Nell’arazzo del lavoro di Arvigo, che si precisa e si modella col procedere delle repliche, c’è la voce di cura di chi non lascia un uomo morire da solo, fosse un amore o un nemico, e quella di battaglia, l’orgoglio di chi chiede solo di essere guardata e la paura di chi nasconde il suo nome. La paura e l’incoscienza. Ci sono quindicenni mandate a morire per un ideale sfumato immediatamente ma col bisogno di conservare un ideale retorico di eroismo da consegnare ai propri figli per sprofondare in un buio insostenibile, e i ragazzi, ancora oggi, educati fin da piccoli “alla possibilità di prendere la mira”. Anche per questo, si rivela significativa la scelta di tracciare un percorso che muove dalla Seconda Guerra mondiale e passa per Chernobyl, fino al presente e a un corpo d’attrice che si muove, programmaticamente, dentro e fuori dalla scena. Attraverso frammenti di memorie semplici, di cui è fatta la realtà intima e non quella ufficiale e sono composte le cicatrici della guerra, proprio mentre alle donne – quasi sempre a loro – e sempre stato ripetuto che “i ricordi non fanno storia e nemmeno letteratura”. Si rivelano, invece, per quello che sono: un gesto a suo modo sacro di restituzione di umanità proprio laddove, come in guerra, ammazzare non è altro che un gesto meccanico.
Tra le tazzine di tè e di caffè e tappeti persiani, Elena Arvigo sfolge una trama intensa senza cedere ad effetti enfatici, accostando alle donne incontrate dalla cronista molte altre voci: quelle tramandate dalle lettere dal fronte di Stalingrado, Marguerite Duras ma anche Ornella Vanoni, che occhieggia verso la fine – dopo le canzoni in russo – per rivendicare insieme a Boris Vian che “Vengano a cercarmi, possono spararmi, io armi non ne ho”. Tante storie di morte da omaggiare con un tappeto di fiori – “la morte di ciascuno e la morte intera” – si trasformano, grazie al mestiere e al talento, in una storia di vita, persino d’amore quando alla fine cammina vicino. E un richiamo, pieno di grazia come il filo di perle che indossa quanto di nettezza, come il nero del lutto, alla consapevolezza, in un tempo in cui (e basterebbe la biografia dell’autrice a raccontarlo) la guerra è più prossima dal tempo in cui quelle donne aprivano la porta a una cronista venuta da lontano, convinte di essere rimaste vive per raccontarlo a lei. L’unica cosa che, forse, é rimasto ancora il tempo, e il senso, di fare, e di lasciare come appunto al futuro.
Ph. Manuela Giusto