Leonardo Lidi porta in scena al Teatro Parenti il testo di Tennesse Williams con una impronta personale – giustamente premiata – e una fedeltà alle intenzioni che restituisce al testo tutta l’intenzione disperata e cupa del suo autore: un lavoro drammatico e ammaliante.
Una scatola – o meglio, una gabbia, di un bianco violento e fredda come il marmo. Qui Leonardo Lidi ambienta la sua Gatta sul tetto che scotta, in scena al Teatro Franco Parenti fino a domenica 15.
Una prigione abitata di zombie, di vite svuotate e votate all’apparenza, simulacri di una famiglia felice che nascondono le zanne senza nemmeno troppa cura, e di fantasmi: una bambina invadente e inopportuna come non possono non esserlo i bambini, e Skipper, l’amico di Brick, protagonista consumato dall’alcool, dalla stanchezza di vivere e dalla nostalgia del ragazzo che forse era un amore, ma guai a rompere il cameratismo di due vecchi compagni di squadra insieme al sogno della loro carriera da giocatori di football: Brick non sopravvive alla morte del sogno. Lidi lo rende evidente, contrapponendo un Fausto Cabra intenso nella sua apatia senza speranza a un ricordo fatto carne – non a caso seminudo – ipercinetico e senza requie, che non si ferma nemmeno per alimentare il vuoto del suo amico con una bottiglia dopo l’altra, vuotate prima ancora di poter essere viste piene. Una distesa di vetri che fanno da inciampo a una sfrenata caduta verso l’abisso, e da contraltare a quello di uno specchio che – nell’inchiodare i protagonisti alla loro tragica e grottesca immagine di sé, funge anche da (quasi) unico spazio di nascondimento dall’immaginario mostruosamente perfetto che ognuno ha costruito per sé perché infliggesse all’altro una pugnalata.
La famiglia di successo di Mae e Gooper, i loro cinque figli “mostri senza collo” a far da contraltare alla maternità mancata di Maggie, la moglie di Brick, che per lei si trasforma in assenza di senso, come manca l’amore di un uomo che la rifiuta per punirla di aver instillato il dubbio dell’anormalità nell’unico sentimento provato per davvero. E per contro, l’amore di un padre, che riesce a essere insieme padrone e brutalmente profondo negato al perfetto figlio devoto, (che ne compensa l’assenza con un’avidità vendicativa e goffa) per affidarlo a quello a cui non è mai importato nulla di essere adeguato. E sopra tutti, come dei capricciosi, il padre e la madre, nutriti da un incontro di amore parossistico e odio spudorato, schiettezza greve e uno zuccheroso infantilismo fragile, pronto ad andare in pezzi non appena la grande bugia (la menzogna intorno a un cancro che accorcia tragicamente il tempo che resta al patriarca, avvicinando l’eredità) viene meno in una danza cupa e allucinata guidata da un medico in maschera nera di morte e con la colonna sonora dell’urlo straziato di chi vede la fine irrompere dentro una festa, per quanto asettica e funerea.
L’impronta registica di Leonardo Lidi è netta e originale, accurata profonda e più filologica.
Dimenticata la sensualità della gatta da film, a farla da padrone è la disperazione. Fuori misura quanto più è recitata e sincera quanto più è silenziosa.
L’enfasi è su quel che Tennessee Williams ha scritto – senza ambiguità – ma non sempre è stato reso: omosessualità – o piuttosto, omofobia – depressione, autoinganno e tutta l’ipocrisia di cui intessiamo (fino a farle coincidere) tutte le nostre vite.
Un credibilissimo Nicola Pannelli nei panni del padre che si prende la scena nel suo tentativo di scovare una verità pur cannibalizzata d’egoismo, e accanto al Brick di Cabra c’è una Valentina Picello la cui intensità emotiva riscrive l’immaginario di molti sulla protagonista di Williams restituendole la drammaticità che sgorga dalla ferita: un amore senza reciprocità e una fame spasmodica di solidità maturata in un’infanzia di povertà. Si fa notare anche Greta Petronillo, nei panni della bambina: è giovane, ma non quanto appare, e il suo controllo del ruolo ne restituisce la maturità interpretativa. Sono adeguati tutti, gli interpreti, Orietta Notari, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Nicolò Tomassini, scelti da Lidi con un’attenzione realistica. Una scelta che rende – e non è banale – merito al teatro di essere uno spazio di corpi autentici, che anche quando mette all’indice la finzione lo fa senza pretendere irrealtà da chi lo interpreta. Ma è soprattutto, quella del realismo, una dichiarazione di fedeltà e di rispetto al suo autore, restituita dalla traduzione senza ammorbidimenti di Monica Capuani, Tennessee Williams da questo testo pretende – e con esso racconta – una verità cruda e senza sconti: la messa a nudo del patetico gioco delle parti dietro cui tutti ci nascondiamo.
Esiste però un momento della vita – l’attraversamento di una soglia, fosse anche solo simbolica, in cui non si può più protrarre lo scontro tra aspettative e destino, realtà e autonarrazione – che pretende una verità spietata, fosse anche fuori tempo massimo. Sul palco allora si dice tutto quel che di solito si nasconde, indipendentemente da quante macerie lascerà dietro di sé, siano quelle della famiglia come istituzione – in cui le grida sono l’unico modo in cui ci si parla – o delle identità di ciascuno. Si censurano le ipocrisie ma anche la retorica con cui si maneggiano grandi temi per mascherare le proprie piccolezze. Che nessuno speri di uscirne innocente, purificato. La traversata dell’incubo attende tutti. Non resta che compierla, disturbati come quando si riconosce nel dolore una realtà senza fuga possibile, bruciati ma consapevoli che l’abisso su cui ci si è affacciati, ha visto dentro di noi.
ph. Luigi De Palma