Nel collegio-prigione che “guarisce i gay”: un perfetto prodotto indie

In Cinema

“La diseducazione di Cameron Post”, di Desiree Akhavan ha vinto il Premio della Giuria al Sundance Festival e sembra fatto apposta, con metodo un po’ algido, per conquistare i cuori politically correct. Perché nel raccontare i dolori di una ragazzina scoperta a baciarsi in macchina con una compagna e rinchiusa dalla zia bigotta per redimersi, più che un personaggio costruisce un eroina-manifesto dell’impossibilità di incasellare vite e personalità in ruoli prestabiliti. Che non puoi non abbracciare

La diseducazione di Cameron Post, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, è una pellicola rosa più che arcobaleno, un perfetto prodotto indie da rassegna di Park City. Diretto da Desiree Akhavan, qui al suo secondo film dopo Appropriate Behaviour (2015), sulla base della sceneggiatura a quattro mani firmata dalla produttrice Cecilia Frugiuele e dalla regista stessa, è basato sull’omonimo libro di Emily M. Danforth, di cui si viviseziona solo una porzione di testo, la seconda, dilatandone tempi e luoghi in una soluzione ovattata e trasognata.

1993: in un paesino del Montana dimenticato da Dio, la giovane Cameron Post (Chloë Grace Moretz) viene sorpresa dal fidanzatino a baciarsi con Coley (Quinn Shephard) sul sedile posteriore di un’automobile la sera del ballo della scuola. Orfana di entrambi i genitori da quando aveva dodici anni e affidata alle “cure” della zia iperbigotta, la giovane viene spedita in un centro religioso di riabilitazione, God’s Promise (la promessa di Dio), con l’intento di curarla e “guarirla” dall’omosessualità. Incompresa dall’unica figura adulta rimastale e scettica verso metodi educativi alquanto bizzarri, Cameron stringe una forte amicizia con altri due pazienti, Adam (Forrest Goodluck) e Jane (Sasha Lane), fondando così un’improbabile clan lgbt. I nuovi compagni di classe di Cameron sono un’isola di ragazzi perduti arcobaleno. Alcuni si sentono colpevoli e in conflitto per aver deviato dalla retta via, altri sono orgogliose pecore nere senza alcun interesse nel lavarsi di dosso il “peccato”.

La regista tiene d’occhio Cameron, che, con cautela, trova la sua strada tra loro. “To pray away the gay” è lo slogan del centro, il cui programma include la “ginnastica con Gesù” e momenti di pubblica confessione della vergogna orchestrati dall’algida dottoressa Lydia Marsh e dal fratello, il reverendo Rick, un pentito portato sulla giusta via dalla sorella. “Immagino che i Breeders (ndr.: gruppo rock degli anni ‘90) non cantino una lode al Signore”, commenta il Reverendo mentre sequestra a Cameron una cassetta di musica. Gli studenti rinunciano al diritto alla privacy e guariscono quando odiano se stessi, rinnegando la propria natura. La Dottoressa e il Reverendo leggono la posta dei pazienti e decidono se recapitarla, poi entrano nelle stanze di notte con la torcia per assicurarsi che nulla di osceno stia accadendo.

Il film è ancorato al viso della Moretz (già protagonista in Hugo Cabret Sils Maria), che da sola, con la sua recitazione muscolare, ancora lo spettatore a tutti i novanta minuti di durata. La regista sceglie di dedicarsi con lenticolare attenzione ai giorni di permanenza di Cameron nel campo militar-religioso per poter declinare e studiare tematiche d’universale interesse come la ricerca del senso di appartenenza e la realizzazione del sé. Mossa da una sensibilità autobiografica, quella di un’americana figlia di genitori immigrati che a vent’anni fu ricoverata presso un centro di riabilitazione per problematiche del comportamento alimentare, Akhavan vede nella storia di Cameron la parabola dell’impossibilità di incasellare vite e personalità in ruoli e funzioni prestabiliti.

Squisitamente indie come colori e sapori, torbido e onirico nel non-dispiegarsi di una vicenda che supplica il tifo da stadio per la sua eroina, La diseducazione di Cameron Post sarebbe un gioiellino se non fosse per il “patto sleale” cui piega i suoi spettatori. Per poter digerire i turbamenti della giovane Cameron bisogna infatti chiudere un occhio e fingere di non considerare l’altra metà del cielo, cioè quella dei turbamenti della “famiglia” della giovane e le ragioni che la obbligano ad essere ghettizzata pur di non dover esibire la “lettera scarlatta” dell’omosessualità. Peccato che il film finisca per essere una macchietta del Sundance, un prodotto dal posizionamento perfetto, gentile e patinato, da salotto buonista, che non rendendo onore alla fisicità della Moretz non sfiora neppure la perfezione del testo.

La diseducazione di Cameron Post, di Desiree Akhavan, con Chloë Grace Moretz, John Gallagher Jr., Forrest Goodluck, Jennifer Ehle, Marin Ireland, Quinn Shepard.