La critica d’arte nell’era dei testi generati

In Arte

C’è un momento curioso che molti di noi hanno iniziato a riconoscere durante la lettura di testi sull’arte contemporanea. Dopo poche righe qualcosa stona. Non è un errore, al contrario, è proprio l’assenza di errori a far scattare il sospetto. Penzo e Fiore ci regalano le loro riflessioni sull’IA, maturate leggendo i molti testi che circolano nel nostro ambiente. Ricordandoci che il pensiero ha l’aspetto squisitamente umano di chi ha sangue e carne nelle vene.

C’è un momento curioso che molti di noi hanno iniziato a riconoscere durante la lettura di testi sull’arte contemporanea. Dopo poche righe qualcosa stona. Non è un errore, al contrario, è proprio l’assenza di errori a far scattare il sospetto. Sappiamo già che qualcuno non apprezzerà quello che stiamo per dire. Poco male. Non è una denuncia, né una crociata contro la tecnologia, semplicemente è un’osservazione maturata leggendo cataloghi, press release, testi critici, statement d’artista e articoli che circolano nel nostro ambiente.
Riconoscere un testo scritto con l’intelligenza artificiale è spesso molto più semplice di quanto si creda. Non servono software di detection o strumenti sofisticati, basta leggere. Che poi, in un mondo in cui scrivere è diventato così veloce, siamo proprio sicuri che anche i lettori si moltiplicheranno alla stessa velocità? Negli ultimi mesi, infatti, si è diffusa un’abitudine piuttosto evidente. Persone che per anni hanno comunicato con post brevi, spesso frettolosi, talvolta sgrammaticati, improvvisamente pubblicano saggi impeccabili su qualunque argomento. Geopolitica culturale, pedagogie radicali, antropologia del paesaggio, ontologie dell’archivio. Tutto nello stesso tono. Tutto con la stessa compostezza.

“Persone che per anni hanno comunicato con post brevi, spesso frettolosi, talvolta sgrammaticati, improvvisamente pubblicano saggi impeccabili su qualunque argomento.

Il salto è vertiginoso.
Fino a ieri una frase scritta al volo su Facebook, oggi un trattato. I testi prodotti dalle macchine hanno una fisionomia piuttosto riconoscibile. Non tanto per quello che dicono, quanto per il modo in cui lo dicono. La prima spia compare spesso già nelle righe iniziali. È la formula che ribalta una definizione. Non è una mostra ma una piattaforma. Non è un oggetto ma un dispositivo. Non è una ricerca ma un ecosistema. È una figura retorica efficace, ma quando diventa l’ossatura di un intero discorso significa che qualcuno sta semplicemente riformulando frasi plausibili.
Poi arriva la punteggiatura disciplinata. I due punti scandiscono il ragionamento con una precisione didascalica, quasi scolastica. Introducono spiegazioni, chiarimenti, categorie. Poco dopo compaiono le lineette, che precisano ulteriormente ciò che era già stato spiegato. Il discorso procede poi spesso per triadi. Tre concetti alla volta. Estetica, politica, società. Memoria, identità, trasformazione. Materia, gesto, racconto. Il numero tre è il numero perfetto, il numero sacro, e per questo la retorica classica lo ama, ma quando ogni frase arriva in pacchetti da tre, qualcosa comincia a suonare sospetto.

Tre concetti alla volta. Estetica, politica, società. Memoria, identità, trasformazione. Materia, gesto, racconto. Il numero tre è il numero perfetto, il numero sacro…”

A guidare il testo compaiono poi le frasi di transizione. In questo senso. In questo contesto. Più in generale. Al tempo stesso. Sono segnali stradali che mantengono il traffico del discorso perfettamente ordinato. Il problema è che spesso il percorso porta nello stesso punto da cui era partito. C’è anche una questione di categorie lessicali. Nel mondo dell’arte e della curatela ci sono dei termini che ricorrono, come dispositivo, piattaforma, pratica, processo, infrastruttura, ecosistema, narrazione. Parole legittime. Parole utili. Ma quando si addensano tutte insieme, e soprattutto senza un caso concreto a cui appoggiarsi, producono una specie di nebbia elegante.
Anche i verbi sono rivelatori. L’opera non dice, non mostra, non contraddice. Interroga. Attiva. Articola. Esplora. Problematizza. Verbi perfetti per sostenere un discorso senza compromettersi troppo. Poi c’è la geometria del testo. I paragrafi hanno quasi sempre la stessa dimensione. Quattro o cinque righe. La pagina sembra progettata prima ancora che qualcuno abbia iniziato a scrivere. La grammatica è impeccabile, nessun inciampo, nessuna deviazione. Non compare mai quella piccola frizione che ogni tanto attraversa la scrittura umana. La pagina non puzza mai di calzini sporchi. 

Non compare mai quella piccola frizione che ogni tanto attraversa la scrittura umana. La pagina non puzza mai di calzini sporchi.

Un altro segnale riguarda la velocità con cui qualunque cosa diventa simbolo, la pittura diventa memoria. La luce diventa trasformazione. Lo spazio diventa metafora. Ogni materia viene tradotta in concetto, senza che ne sia stata descritta la natura. Il tono resta moderato dall’inizio alla fine. Il testo suggerisce, propone, invita a considerare. Raramente afferma qualcosa con decisione. Ancor più raramente prende posizione. La struttura generale funziona perfettamente. Introduzione, contesto, interpretazione, chiusura. Tutto si incastra con ordine quasi accademico. Quello che spesso manca è qualcosa di molto semplice.

La presenza.

Non ci sono tavoli di lavoro. Non ci sono fornaci accese. Non c’è un laboratorio con la polvere sul pavimento o il rumore dei ferri sul banco.

Non ci sono tavoli di lavoro. Non ci sono fornaci accese. Non c’è un laboratorio con la polvere sul pavimento o il rumore dei ferri sul banco. Non c’è una giornata storta, un errore, un dettaglio materiale che resista alla teoria. Il discorso resta sospeso in una dimensione concettuale dove tutto è già stato tradotto in linguaggio. Anche il ritmo delle frasi è sorprendentemente uniforme. I periodi hanno una lunghezza simile, il testo respira sempre nello stesso modo, non accelera mai, non rallenta mai. Alla fine arriva quasi sempre una frase riassuntiva. Una chiusura pulita che ricapitola con ordine ciò che abbiamo appena letto.
Il testo ama anche bilanciare continuamente le prospettive. Da un lato. Dall’altro. Tuttavia. Eppure. Una dialettica elegante che permette di restare sempre in una posizione neutra. Poi compaiono le frasi che commentano il discorso mentre lo costruiscono. È interessante notare. È importante sottolineare. Vale la pena ricordare. Il testo diventa una specie di guida turistica del proprio ragionamento, funziona, scorre, non inciampa e non rischia, creando sospetto proprio per il suo essere così limpido ed equilibrato. 

Sarà a quel punto che vorremo l’errore, lo scivolamento tutto umano, lo stridere dei denti della macchina, l’indizio che sarà in grado di svelarci il lato più squisitamente umano di chi ha sangue e carne nelle proprie vene

La scrittura umana raramente è così disciplinata. Ha deviazioni, cambi di direzione, contraddizioni. A volte è persino disordinata, ma dentro quel disordine resta qualcosa che la macchina fatica ancora a imitare, ossia la traccia di un’esperienza reale. Forse il punto non è smascherare i testi scritti con l’intelligenza artificiale, cosa nemmeno particolarmente difficile. Il punto è chiedersi perché così tante persone abbiano deciso di delegare proprio la parte più delicata del lavoro culturale, il pensiero, perdendo l’ebbrezza generativa del produrlo con la propria testa e con le proprie mani.
Nel sistema dell’arte la scrittura non è una formalità, è il luogo in cui le opere vengono interpretate, discusse, contraddette, a volte perfino difese. Quando questa funzione viene affidata a un generatore di frasi plausibili succede qualcosa di inquietante. I testi diventano più eleganti, più ordinati, più corretti, ma anche molto più simili tra loro. Quando tutti i testi però cominceranno ad assomigliarsi così tanto da appiattire tutte le frizioni del discorso e del pensiero, il problema non sarà più nemmeno un po’ tecnologico, ma tutto culturale. Sarà a quel punto che vorremo l’errore, lo scivolamento tutto umano, lo stridere dei denti della macchina, l’indizio che sarà in grado di svelarci il lato più squisitamente umano di chi ha sangue e carne nelle proprie vene.

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