La banalità, mediocre, del Male

In Teatro

Foto© Masiar Pasquali

Franca Nuti in scena al Piccolo con A German Life, diretta da Claudio Beccari, offre una straordinaria prova d’attrice

Foto© Masiar Pasquali

Franca Nuti in scena al Piccolo con A German Life, diretta da Claudio Beccari

Chi vuol rendersi conto di cosa voglia dire essere un gigante della scena, deve andare a vedere cosa è capace di fare, quanto è capace di scavare dentro una coscienza infelice anche solo con un movimento o una pausa, Franca Nuti in 90’ sul palco del Piccolo Teatro in A German Life, diretta da Claudio Beccari.

È la vera storia di una donna ormai molto vecchia che confessa, avendo trascorso la vita in mezzo agli orrori nazisti, segretaria di Goebbels, ministro della propaganda, infine prigioniera dei russi, l’indifferenza verso le mostruosità che ha vissuto, con la solita giustificazione già sentita di “noi non sapevamo”, non credevano che i campi di concentramento fossero la mostruosità che erano. Nessun senso di colpa, quindi, solo qualche fragilità umana di fronte ai figli di Goebbels che muoiono insieme al papà suicida. 

Nuti, una delle attrici che hanno sempre sfidato le fatiche del palcoscenico – si ricorda al vertice l’Ignorabimus di Ronconi, 9 ore in vesti maschili – se ne sta seduta in poltrona in mezzo alla scena, vestita elegante, con un piccolo tavolino, qualche carta sparsa. 

Ci arriva tutto, in platea, non solo quello che dice il bel copione biografico di Christopher Hampton (lo scrittore due volte Oscar di Le relazioni pericolose e The Father), ma anche quello che loro pensano. Sono due, la donna vera, dal nome wagneriano di Brunhilde, e l’attrice che la interpreta e cerca di non condividere quei pensieri ma solo di far luce sui perché rimasti inespressi.

60 anni fa, all’Odeon, inteso come teatro, la giovane Nuti fu Lena, sorella di Franz Albertazzi che si portava sulle spalle la responsabilità del nazismo nei Sequestrati di Altona di Sartre, bomba esistenzialista. Oggi, dopo tanto tempo e tanti spettacoli, passata dalle Carmelitane di Bernanos agli Spettri alle sorelle cecoviane e a tanto altro, la grande attrice torna su quel nodo cruciale del secolo scorso. E mettersi nei panni, a lei umanamente così poco congeniali, di quella donna disumana che non parla mai d’amore ma se mai di abiti e della bella Germania felix, è una fatica immensa che esegue con una miniera di annotazioni sottopelle, usando il jolly delle pause e delle indecisioni di una donna che si confessa dopo aver superato i 100 anni. Nel monologo che a Londra è stato di Maggie Smith e che con lei sarà presto un film, la Nuti si riflette ma in uno specchio deformante e il miracolo è che ce lo fa capire, anche quando la tentazione di una assoluzione in nome del Tempo è grande.  

Ma non è solo la banalità del Male come scrive Hannah Arendt nel famoso saggio, ma anche la sua mediocrità, la sua normalità. Testimone la vita di questa Brunhilde Pomsel (1911-2017), casalinga e indefessa segretaria, nella Germania anni 30-40, passata nel secolo degli orrori senza lasciarsi scalfire, quindi assolvendosi, stando in un angolo, pronta a raccontare ai posteri la sua verità priva di morale.

 A German Life (fino al 16 maggio al Piccolo Grassi), nasce dalle testimonianze lasciate pubblicamente alla stampa dalla vecchissima Brunhilde che rivendica il diritto di ignorare come hanno detto altri al processo di Norimberga che si riflette nel capolavoro di Kramer Vincitori e vinti. «È la sua linea di condotta, ogni tanto sospetta la follia ma poi vince sempre la sua natura leggera e inconsapevole, non vede il Male, non sa da dove venga né come si combatta», dice coraggiosa Franca, straordinaria nell’assumere a 92 anni il peso di questa contraddizione che ha squarciato il mondo e ogni sera mette a dura prova la sua coscienza. 

Brunhilde era una ragazza tedesca anni 30, come tante se ne incontrano nei romanzi di Fallada o di Isherwood: lavora prima per un broker ebreo, poi per la German Broadcasting (quasi un ossimoro) ed infine dal ’42 al ’45 è segretaria di Goebbels, poi suicida con la famiglia. Come si entra nel mistero di tale coscienza? «Pensando, interrogandosi, soffrendo, scansando le mille contraddizioni e pensando alla mia esperienza di guerra fascista, che fu così diversa, avendo avuto un fratello in campo di concentramento. Ragiono sul fascino delle adunate, delle divise, dei discorsi, il cui risultato saranno 60 milioni di morti in guerra e 6 milioni di ebrei nelle camere a gas. Ma lei rifiuta ogni complesso di colpa, a 105 anni resta paladina dell’indifferenza, sostiene di non aver avuto scelta, dimenticando che la scelta l’abbiamo tutti dentro». 

Un gigante, appunto.