L’occhio saggio dei Dardenne su Ahmed, ragazzino radicale, e radicalizzato

In Cinema

Premio della Giuria (alla migliore regia) al Festival di Cannes 2019, per “L’età giovane”, l’ultimo film dei due fratelli belgi, che affrontano un tema assai scottante oggi nel loro paese: l’estremismo islamico e la jihad in Europa. Anche stavolta l’approccio è oggettivo e compassionevole, benché il giovanissimo protagonista abbia in animo di uccidere una sua insegnante, non essere abbastanza fedele al Corano. E lo stile, sempre addosso alla realtà e ai personaggi (anche in un film di fiction) ha il rigore di sempre

Ahmed (Idir Ben Addi), protagonista del nuovo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne L’età giovane, ha tredici anni e un obiettivo, assurdo e sanguinoso: uccidere la sua insegnante (Myriem Akheddiou), musulmana come lui, rea di aver proposto di far apprendere ai ragazzi l’arabo utilizzando anche le canzoni e non soltanto il Corano, come sostenuto dalla tradizione. L’imam del quartiere (Othmane Moumen), al quale Ahmed si affida ciecamente, l’ha definita un’apostata, meritevole di morte. E il protagonista, con l’intransigenza cieca degli adolescenti e il fanatismo tipico di una visione distorta del mondo e della religione, non trova di meglio che assalirla con un coltello in mano.

Prontamente arrestato, finisce in un centro di recupero per adolescenti problematici e in molti si fanno in quattro per aiutarlo, parlare con lui, comprendere il suo gesto, cercare di offrirgli la possibilità di uno sguardo diverso sul mondo. A partire dalla sua famiglia, assolutamente laica e totalmente incapace anche solo di intravedere le ragioni della sua scelta, a parte un cugino martire dell’Islam morto da qualche parte e probabilmente diventato un mito per un ragazzino cresciuto senza padre. Ma tutto sembra inutile. La torre di avorio in cui il giovane Ahmed (questo è il titolo originale del film) si è rinchiuso sembra semplicemente inespugnabile.

I fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne registi e sceneggiatori belgi vincitori per due volte della Palma d’oro a Cannes (con Rosetta nel 1999 e L’enfant nel 2005), che quest’anno grazie a L’età giovane hanno avuto il gran premio della giuria alla miglior regia, affrontano per la prima volta nella loro lunga e folta filmografia il tema dell’integralismo islamico, argomento quanto mai sensibile in un paese come il loro ripetutamente insanguinato da tragici attentati. Ma non si discostano affatto dal consueto modo di raccontare, osservando la realtà senza giudicarla ma ponendo invece domande, spesso scomodissime, senza mai fornire confortevoli risposte.

È uno sguardo fenomenologico quello dei Dardenne, un cinema che non spiega niente, si limita a mostrare: a volte sorprende, spesso risulta urticante. La macchina da presa tallona come sempre i personaggi, li insegue, si colloca a pochi centimetri dai loro volti: e, semplicemente, guarda. Senza pietà, eppure con infinita compassione. Un cinema che racconta la società dal punto di vista degli ultimi, dei più deboli, di chi ha un lavoro precario o comunque una collocazione precaria nel mondo.

Un’idea di impegno sociale che potrebbe far pensare al lavoro di Ken Loach – più che apprezzabile, intendiamoci! Ma Loach spesso affida ai suoi personaggi discorsi fin troppo articolati sulla giustizia e l’ingiustizia, la società e l’individuo, il bene e il male. I protagonisti dei Dardenne invece, sono prevalentemente muti. O, per meglio dire, afasici. Troppo fragili per parlare, scorticati, decorticati quasi, come legumi pronti per la cottura. Senza difese. Se non precarie. E il mutismo è una di queste. La caparbietà è un’altra. Una caparbietà che si rivela spesso priva di senso e di obiettivi. Nel film persino l’imam, pur essendo un pericoloso fanatico, a un certo punto si tira indietro. Gli apostati devono morire, dice ad Ahmed, ma non oggi, meglio aspettare che abbia inizio la jihad. Aspettare, un verbo che i personaggi dei Dardenne non conoscono. E soprattutto non sanno minimamente praticare.

C’è un tratto di ottusità adolescenziale nei personaggi che mettono in scena. Sempre. Anche quando sono già più o meno ampiamente usciti dall’adolescenza. C’è un’incapacità assoluta di venire a patti con il mondo, di parlare e inevitabilmente di ascoltare gli altri, qualunque cosa abbiano da dire. Un’incapacità radicale di dire noi, di essere con gli altri. Una radicalità di sguardi (e di scelte) che sembra ahimè sposarsi alla perfezione con lo sguardo assoluto e le scelte sanguinose del radicalismo islamico.

L’età giovane, di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, con Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson.