Stockhausen elettronico a Milano Musica

In Musica

Milano risuona di musica elettronica. Le opere più significative del grande compositore vengono eseguite in diverse sale della città. E dopo il successo di “Hymnen” al Conservatorio e di “Oktophonie” all’Auditorium San Fedele, ora tocca al Planetario dove nelle prossime settimane si potranno ascoltare i “Klang”, tra le ultime composizioni scritte da Stockhausen

I like Stockhausen’s music. Ricorda un po’ alcuni vecchi slogan pubblicitari e di primo acchito suscita in voi probabilmente la stessa ritrosia e scetticismo che ha destato in me. Scherzi a parte, con questo titolo è stato inaugurato il ciclo che il Festival Milano Musica 2019 dedica all’universo sonoro di Karlheinz Stockhausen, per un totale di cinque concerti sparsi per la città. I primi due visti al Conservatorio il 20 ottobre e all’Auditorium San Fedele il 21 ottobre (ne parleremo più avanti), gli altri saranno al Planetario (26 ottobre, 2 e 9 novembre). Il bello è che lo slogan ammiccante di questa iniziativa non è così estraneo al grande compositore tedesco, figura entrata a far parte della mitologia della musica insieme a Bach, Mozart e Beethoven e per ciò stesso ormai  musicista di culto per una fitta schiera di fan. Luca Francesconi, a cui quest’anno è dedicato il Festival, studiò con lui durante il 1981 dopo aver assistito all’esecuzione scaligera di Donnerstag aus Licht, rimanendone affascinato.

L’occasione richiede di stappare la bottiglia migliore poiché, nonostante la fama e la consolidata importanza, la musica di Stockhausen risente troppo del peso culturale del suo compositore ed è conosciuta in prima persona molto meno di quanto meriterebbe.  Ad accompagnarci nella lettura della prima parte di questo articolo sarà Stimmung (1968), un brano scelto apposta per la sua originalità, che non si assocerebbe subito a lui.

Stockhausen è probabilmente il compositore più pop tra i grandi del secolo scorso: citato in differenti contesti musicali e considerato all’unanimità un genio dalla fervida creatività, ambizioso, megalomane perfino. I ricordi dei vecchi alunni lo ritraggono spesso come un uomo difficile con cui avere a che fare, dalla personalità forte ed estremamente selettiva. Ricordiamo, a costo di scadere nel gossip, la sua presenza sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967) con l’espressione severa, l’accenno che viene fatto a lui nell’autobiografia di Miles Davis in riferimento alla produzione di On the Corner (1972) o quello nelle note di copertina di Freak Out! (1966) dei Mothers of Invention. Nella biografia ufficiale del suo sito si possono leggere i “traguardi fondamentali” della sua musica dal 1950 e la lista è lunga, mostrando oltre ai risultati anche la strabordante autostima e orgoglio di sé che il compositore aveva: musica seriale, puntillistica, elettronica, spaziale, statistica, rituale, per gruppi, formula-composition, intuitiva, spirituale, universale, perfino cosmica (!!!); insomma molto più di un compositore, un mistico, un teologo, uno scienziato.

Ascoltare oggi Stockhausen vuol dire prima di tutto svecchiarlo, ripulirlo dai troppi luoghi comuni che gli si sono appiccicati (e che lui non si è certo impegnato a smentire), dai troppi “per sentito dire”. Il rischio che corrono le grandi figure del passato è quello di venire manipolate facilmente, sintetizzate nel modo più comodo alla contemporaneità e così cristallizzate: più qualcuno ha fatto parlare di sé, più ha generato controversie e più è difficile averne un’idea propria, serena ed equilibrata. Allora, finalmente, ecco l’occasione per scoprire chi e cosa Stockhausen può essere e può valere per ognuno di noi, al di là di tutto ciò che se ne è detto.

In questo marasma di composizioni per l’occasione sono state scelte soltanto opere con musica elettronica e concreta per dare un taglio unitario all’iniziativa: Hymnen, Third Region (1969), Oktophonie (1991) e tre brani dal suo ultimo, imponente, ciclo (purtroppo non ultimato) Klang (2004-07), Sedicesima ora: UVERSA, Ventesima ora: EDENTIA e Ventunesima ora: PARADIES. Uno degli epiteti con cui viene più spesso ricordato Stockhausen è quello di pioniere della musica elettronica, ma poi ci si ferma invariabilmente al suo primo importante Gesang der Jünglinge (1955-56). Per avere soltanto una vaga idea dell’inesauribile ricerca musicale di Stockhausen potremmo però estrarre a casaccio tre brani dal suo catalogo; l’ampiezza del raggio di sperimentazione va dalla musica “puntillistica” di Kreuzspiel (1951) a quella “intuitiva” di Aus den sieben Tagen (1968) in cui spariscono le note dalla partitura per lasciare spazio a suggestive indicazioni letterarie (“play a vibration in the rhythm of the universe, play a vibration in the rhythm of dreaming […]” – non è uno scherzo). Al 1970 risale invece Mantra, punto di partenza per la tecnica della formula-composition in cui una formula sorgiva viene elaborata (secondo espansioni o diminuzioni ritmiche e intervallari) e usata come materia prima per ricavare macro e micro-forma. Con Sirius (1975-77) proseguì invece l’esplorazione del misticismo e dell’esoterismo che lo portarono infine agli ultimi cicli di Licht e Klang, dedicati rispettivamente ai giorni della settimana e alle ore del giorno, specchio di una personale, eccentrica cosmogonia ispirata tra gli altri dal Libro di Urantia.

Certo, non sono in pochi coloro che di fronte a tale misticismo rimangono sconcertati, senza sapere bene come conciliare una visione del mondo così “originale” con la propria, quella musica con questo mondo. Ecco allora giungere in nostro soccorso l’astrofisico Fabio Peri che terrà prima di ogni concerto al planetario un approfondimento scientifico legato al concetto di tempo, nella speranza di offrire spunti di riflessione, se non una chiave di lettura, sui brani proposti.

Vero successo intanto per i due concerti che si sono già svolti. Al Conservatorio il direttore portoghese Pedro Amaral (sotto nella foto) ha condotto la neonata Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano in una doppia esecuzione di Hymnen davvero efficace: nonostante la complessità della partitura, tanto per gli strumentisti quanto per il direttore alle prese con la sincronizzazione con la parte elettronica, il brano vibrava di vita propria tanto da far sembrare il pezzo più vicino all’emotività neoromantica che all’intellettualismo post-seriale da cui Stockhausen era uscito.

Anche all’Auditorium San Fedele il risultato non è stato da meno e l’esperienza d’ascolto di Oktophonie all’acusmonium (con la regia del suono di Giovanni Cospito) ha lasciato il pubblico senza parole per lo stupore. Adesso non ci resta che aspettare i prossimi appuntamenti al Planetario

Immagine di copertina: Rob Croes / Anefo