A distanza di otto secoli, la vita di un poeta nato in una terra crocevia di culture millenarie, costretto a fuggire da un regime sanguinario e diventato esule, parla a Kader Abdolah con tutto il dolore di una ferita curata nella rinascita della scrittura. Così si istituisce questa alleanza che sta alla base del racconto della sua nuova opera: la storia di un grande pensatore libero del XIII secolo, che ha attraversato il tempo intatto, per essere conosciuto da noi.
“Qui si è nascosto qualcuno,
Qualcuno che mi ha agguantato,
Qualcuno che mi tira indietro
E non mi lascia andare.”
Ancora un volta il grande Kader Abdolah costruisce il ponte tra cultura musulmana e Occidente per farci conoscere il vero Islam con Quello che cerchi sta cercando te, pubblicato come sempre da Iperborea nella traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo.

Si tratta di un viaggio mistico nella vita e nella poesia di Rumi (pensatore libero, propagatore e innovatore di una cultura millenaria, vissuto del XIII secolo, poeta): è questo il tema dell’ultima opera di Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello scià e poi da quello di Khomeyni, dal 1988 rifugiato politico nei Paesi Bassi.
Ed è qui che comincia a scrivere nella ‘lingua della libertà‘, inizialmente con storie sospese tra nuova immigrazione e fantasia surreale (come nel suo bellissimo romanzo d’esordio, Il viaggio delle bottiglie vuote), poi riscoprendo antiche narrazioni e tradizioni del suo popolo (come in Scrittura cuneiforme e La casa della moschea), poi ancora riscrivendo a modo suo i classici come Le mille e una notte (un articolo si trova qui), o addirittura la vita di Maometto con Il messaggero, in cui la sua voce scompare per far posto a una narrazione impersonale, quella del popolo del Profeta.

Con questa biografia di Rumi, sublime poeta e mistico, Abdolah riprende la sua vena più autentica, riscoprendo nell’antico cantore un profugo in fuga, proprio come lui. E così il punto di partenza del racconto è quando il piccolo Rumi è costretto a fuggire col padre davanti al terrore mongolo:
E l’ho seguito ovunque, mentre sul suo cammino incontrava i pensatori dell’epoca e gradualmente imparava a conoscere il mondo… Senza volerlo, avevo colto l’uomo orientale nei suoi momenti più puri e più belli. Non era uno dei soliti libri pieni di bazar, donne velate, in e hammam, e nemmeno di Aladino e la sua lampada magica; era un libro che parlava di noi, degli esseri umani.
Kader Abdolah conclude la sua introduzione dicendosi convinto che questo libro resterà nel tempo, così come è del nome di Rumi, per il quale si adopera di diffondere la memoria nell’Occidente, poiché ‘la vita genera perle come questa una volta soltanto’.
I suoi versi sono tradotti in molte lingue (da anni negli Stati Uniti una delle sue raccolte di poesie è tra i dieci libri più letti), e anche molti artisti lo amano.
Madonna, per esempio, ha cantato alcune su liriche, e Brad Pitt ne ha una tatuata sul braccio:
“There exists a field, beyond allnotions of right and wrong. I will meet you there” (piuttosto trasgressiva, no?).
Tornando alla biografia di Rumi, poeta e mistico sufi, è nato nel 1207 a Balkh e morto a Kenya (oggi rispettivamente in Afghanistan e in Turchia), era rampollo di un’antica e illustre stirpe: suo padre era una guida spirituale, erede di una famiglia di narratori, poeti e mistici.
Quando Gengis Khan invase l’antica Persia, il padre fuggì con lui. Sentiva che la vita gli aveva messo tra le mani una gemma d’inestimabile valore.
Quell’evento lasciò un’impronta indelebile nel giovane Rumi, rendendolo un poeta capace come nessun altro di esprimere il dolore, la nostalgia, il desiderio, il senso di perdita e insieme un amore assoluto, fusionale per l’uomo e la natura.
La sua tomba è diventata un’importante meta di pellegrinaggio a Kenya, in Turchia, una specie di Mecca per i suoi seguaci, visitata ogni anno da migliaia di persone. Così, come per i turchi il nome di Rumi è amato, così è anche per gli afgani, che lo considerano un loro poeta poiché è nato nella loro terra; e più in generale in Iran lo considerano persiano perché scriveva in lingua persiana.
Kader Abdolah ha scelto per i lettori cinquantatre racconti e novantadue poesie. Tra queste, quella che si intitola Il codice ha il sapore di una dichiarazione di poetica e di vita.
Quando inseguo le cose
Che penso di volere
I miei giorni sono un focolaio
Di ansia e inquietudine.
Ma quando me ne sto nel mio posto tranquillo
Ciò di cui ho bisogno viene a me
In tutta calma e senza sforzo.
Ho capito che
Ciò che voglio, vuole me. E anch’esso mi cerca.
E’ un codice di vita,
Ma solo per chi
presta ascolto a questo segreto.