Shepp, Lamarr, Fresu & Co. Il jazz invade Milano

In Musica

Dieci giorni di musica con i maggiori big della scena non solo afroamericana. La storia del jazz transita per Milano con i vecchi leoni (Shepp, Hancock, McLaughlin, gli italiani Rava, Fresu, Bollani) e le giovani o meno giovani star della scena internazionale: Devon Lamarr, i Rymden, Bosso e Guidi per citarne solo alcuni. Ma consultate il programma e buone serate!

“Man, if you have to ask what is it, you’ll never know” diceva Louis Armostrong a proposito del jazz. Molti anni più tardi Baricco avrebbe parafrasato l’aforisma in Novecento – “Quando non sai cos’è allora è jazz”. Come dire che il jazz lo senti, lo hai dentro; non ti devi porre troppe domande al riguardo, ti siedi, ascolti e via. Miles Davis alla fine del suo concerto all’isola di Wight aveva risposto a una domanda riguardo al genere di musica che stava suonando con un laconico “Call it anything”. 

JAZZMI ospita un grande numero di artisti i cui ambiti musicali sono così vasti da poterli davvero chiamare “anything”: nei giorni scorsi si sono esibiti tra gli altri Florian Weber, Delvon Lamarr Organ Trio e Judith Hill che, se messi insieme, rendono conto della varietà che contraddistingue questo genere musicale, inclusivo per eccellenza, e il tradizionale festival milanese che coinvolgerà molte sale musicali e teatrali di Milano fino al 10 novembre. Allora bisogna lasciare da parte l’istinto analitico che contraddistingue la nostra cultura europea per buttarsi senza remore nel calderone della musica; chi vuol esser lieto sia…

Florian Weber si è esibito al Teatro Gerolamo in un concerto “piano solo” che ha lasciato il pubblico della piccola sala entusiasta, tanto da far esclamare al pianista già alla fine del secondo pezzo “Thank you very much, you are so welcoming!” sorpreso per via degli infiniti applausi. Nessuno quella sera sapeva esattamente cosa aspettarsi poiché le sue registrazioni e i suoi concerti non sono mai “a solo”: l’ultima uscita discografica per la ECM è stata con il proprio quartetto e la precedente in duo con il trombettista Markus Stockhausen, e sono album già piuttosto diversi tra loro.

Nonostante l’evidente tensione con cui Weber è salito sul palco però, una volta iniziato a suonare è parso trasfigurato dalla musica e dall’esecuzione: ci sono casi in cui l’ansia può rovinare un concerto, ma non è stato questo. Florian Weber ha suonato per un’ora e mezza senza interruzione proponendo brani originali provenienti da tutti i suoi progetti: Melody Of A Waterfall dal suo Lucent Waters dedicata a Lee Konitz o Emilio da Alba dedicata al figlio, per fare solo due esempi di un vasto repertorio da scoprire. C’è un grande maestro con cui bisogna fare i conti quando si sceglie di esibirsi in un solo concert: Keith Jarrett. Ebbene Florian non maschera (a ragion veduta) l’influenza subita e diversi brani sono sfociati in ostinati ritmici su cui la mano destra infilava frasi più “fuori” del suo solito. Infatti, escluse queste, il suo jazz è accessibile, morbido verrebbe da dire: il lato lirico della musica viene fuori nei temi cantabili (e cantati, Florian non ha smesso di raddoppiare il suo pianoforte con la voce nemmeno per un attimo) e nelle armonie calde e smussate.

La ciliegina sulla torta è stata il bis in cui il musicista ha provato a fare un esperimento chiedendo al pubblico quattro note sulle quali improvvisare un pezzo (la, si bemolle, do e fa) – esperimento riuscito alla grande.

Ma abbiamo detto come JAZZMI abbia riunito musicisti di provenienze davvero diverse. Il Delvon Lamarr Organ Trio (nella foto l’esibizione alla Triennale) non potrebbe suonare più distante dal pianista tedesco di così. Il gruppo, che ha base a Seattle, trae ispirazione dalla musica nera per eccellenza, il soul, condito con elementi jazz, blues, rock e funk. L’organo di Lamarr ricorda più Booker T. che Jimmy Smith e sui suoi grooves, tenuti in piedi grazie al batterista Doug Octa Port, il chitarrista Jimmy James si è profuso in una serie di assoli a dir poco spettacolari. Con la sua Stratocaster bianca in omaggio a Hendrix è perfino arrivato a suonare con la lingua come il grande maestro, e come lui sembrava parlare attraverso la sua chitarra: lenti bending col suono fortemente distorto, feedback, insomma tutti i richiami possibili al The Star-Spangled Banner di Woodstock. Nella scaletta ci sono state un paio di perle inedite tra cui un brano che sarà inserito nell’album che il trio sta per registrare e una versione di People Get Ready da far venire la pelle d’oca. La spontaneità e l’intesa che lega gli interpreti ha permesso alla musica di fluire liberamente, senza dare l’impressione di una troppo rigida scansione formale e lasciando le improvvisazioni andare per la loro strada. Anche il bis è stato memorabile, una versione funk di Baker Street da canticchiare sulla via verso casa.

Il primo album di Judith Hill è stato prodotto nel 2015 da Prince, con il quale lei aveva lavorato come backing vocalist. Nel 2018 è uscito il suo secondo (e per ora ultimo, anche se aspettiamo fiduciosi il prossimo) e nel concerto di domenica al Blue Note ha proposto una raccolta di brani scelti da entrambi i lavori. Con la band, in cui figuravano tra gli altri la madre alle tastiere e il padre al basso, Judith Hill si è esibita in uno spettacolo mozzafiato per l’entusiasmo e l’energia che ha trasmesso al pubblico. Accompagnandosi ora alla chitarra, ora al pianoforte, ha cantato con una voce potente, elastica, capace di una grande varietà timbrica ed espressiva che ricorda soltanto le più grandi – non c’è da stupirsi delle sue collaborazioni con artisti del calibro di Stevie Wonder o Michael Jackson. Il suo funk è travolgente e “pop” senza scadere nella banalità e deve qualcosa a Sly and the Family Stone dei quali, verso la metà della serata, ha suonato una cover di I Want to Take You Higher che ha letteralmente inebriato il pubblico. Difficile stare seduti a un concerto come questo.

Infine, alcuni degli appuntamenti futuri mostrano in particolar modo fino a che punto sia arrivato lo sperimentalismo nel jazz e quanto questa categoria stia ormai perdendo ogni significato. La ricerca della pianista Kaja Draksler, amante di Cecil Taylor e della ricerca timbrica della cosiddetta musica contemporanea, si trova a fianco di Ghostpoet, artista inglese difficilmente ascrivibile a un genere specifico, e, come abbiamo visto, quando non sai cos’è… Questa sera (6) Melissa Laveaux con Mauro Ottolini e prossimamente la sassofonista Nubya Garcia. Per non dimenticare i grandi: Archie Shepp e il nostro Fresu (Hancock, Mc Laughlin, Rava e Bollani sono già passati). Questi sono soltanto alcuni degli artisti presenti a JAZZMI che posseggono una concezione di musica originale che personalmente sarei molto curioso di vedere… del doman non c’è certezza.