James Robertson e la storia di una terra che resiste

In Interviste, Letteratura

La Scozia raccontata da James Robertson

“Il faro non domina il mare, esiste malgrado il mare”. Così fanno i ciottoli sulla riva. Sono bianchissimi e levigati, abituati ai capricci delle onde. La terra, comunque vada, oppone resistenza, soprattutto se il suolo in questione è quello scozzese.

Nel suo ultimo romanzo, edito in Italia da Paginauno Edizioni, James Robertson racconta una storia della Scozia. Ci parla di quel nevralgico sessantennio, compreso tra il secondo dopoguerra e il 2008, che seppe rivoluzionare il destino del mondo. Dalle Highlands alle miniere di Borlanslogie, dalle periferie di Drumkirk a Glasgow, da Edimburgo a Cnoc nan Gobhar, la Scozia, così come moltissime altre terre, si avviava a diventare un paese post-moderno.

Se la geografia sa mantenersi ferma, le idee e le generazioni sono destinate a mutare. É proprio il cambiamento ciò che affascina di più l’autore: il modo in cui il progredire del tempo ci colpisce, sia come individui che come società. Scrive Walter Scott: “non siamo consapevoli di quanta strada abbiamo percorso, finché il nostro occhio non punta l’ormai distante vetta da cui siamo discesi”. Allo stesso modo James Robertson guarda al passato per potersi districare nel presente e, forse, anche per trovarci un po’ di quello che deve ancora succedere.

La Devolution, il nazionalismo, il referendum per l’indipendenza sono i frutti di un disincanto che, a partire dagli anni Cinquanta, allontana progressivamente il popolo scozzese dalla corona britannica. L’impegno comune contro il fascismo, il mito dell’Impero e la sicurezza garantita del Welfare State non sono più dei validi motivi per rinunciare alla propria autonomia, soprattutto dopo Margaret Thatcher.

La Scozia cambia, non solo a livello politico, ma anche religioso, culturale, etnico, cambiano i rapporti tra uomo e donna.

Tutto questo viene esplorato attraverso la voce vivida della fitta rete di personaggi, di diversa provenienza, età ed estrazione sociale, a cui l’autore riesce – magistralmente – a dare vita. Il lettore, dal canto suo, non può far altro che affezionarsi a ciascuno di loro. Li può osservare e comprendere mentre imparano a convivere con le proprie debolezze e a difendere ostinatamente i propri ideali.

Sono gli uomini e le donne degli anni Cinquanta, poi i loro figli, poi i loro nipoti. Ognuno di loro ci accompagna per un tratto di strada. Alcuni rimangono per tutto il tragitto, di altri, invece, si perdono le tracce. Ciascuno ha il proprio modo di parlare. C’è chi conosce il gaelico, chi canta in scozzese, chi impreca in un inglese forzato, tutti però sanno a memoria quelle vecchie ballate che ogni tanto, se si è fortunati, si possono ascoltare al Sandy Bell’s.

La Scozia è un paese piccolo e le vite dei personaggi finiscono per sfiorarsi, urtarsi, mescolarsi in un intreccio che sorprende e, a tratti, commuove. L’autore riesce a mantenere alto il livello di suspense per tutte le 770 pagine di una storia – e di tante storie – che non si vorrebbe mai finire di leggere.

Non c’è da preoccuparsi però, la Storia prosegue, con i suoi eterni ritorni e l’intreccio delle vite che la animano. Nessuno si senta escluso. Come andrà a finire, poi, chi lo sa? Forse, si può provare ad andare in cucina, “dove c’è la vecchia zia Greta che fa il tè, e chiederle cosa succede alla fine”, ma meglio non farsi troppe illusioni.

Nel frattempo, abbiamo chiesto a James Robertson qualcosa di più sulla sua di storia.

«Come nasce il progetto di Solo la terra resiste?»
«Ciò che mi interessava raccontare era un pezzetto di Scozia e della lotta per la sua autodeterminazione politica. Sono fatti che mi hanno toccato personalmente. Negli anni Ottanta e Novanta sono stato attivamente coinvolto nella ricostruzione del parlamento scozzese e nella resistenza al governo Thatcher. Ricordo di aver pensato, a quel tempo, di essere parte di una storia di cui, in futuro, avrei voluto scrivere. Inizialmente pensavo di ambientarla negli anni Ottanta, poi sono andato più indietro, agli anni Cinquanta, perché serviva scavare più a fondo per dare un quadro più completo. Volevo spiegare perché la Scozia degli anni Cinquanta fosse così diversa da quella del 2008. Mentre scrivevo continuavano a succedere molte cose e sarei potuto andare avanti ancora, ma a un certo punto ho deciso di fermarmi, se no non ci sarebbe mai stata una fine».

«Come si può riuscire a spiegare la Storia attraverso un romanzo? Esiste un giusto mezzo tra realtà e fiction?»
«Non è stato facile. Dovevo sempre ricordarmi che stavo scrivendo un romanzo. Eppure, se la fiction si basa su fatti reali, bisogna dare basi sufficienti al lettore perché possa comprendere il background storico e perché la narrazione possa avere un senso. Bisogna stare attenti però: dare troppo spazio alla realtà potrebbe frenare la fiction e limitarla. É un equilibrio molto difficile».

«I personaggi coinvolti nella narrazione sono molti. Come sono emersi? Da dove arrivano?»
«Per alcuni personaggi ho preso spunto da persone realmente esistite, conosciute all’epoca, poi adattate alle esigenze della narrazione. Due personaggi in particolare sono nati prima degli altri: Don e Jack. Sono due amici che difendono visioni politiche diverse: Don è socialista, guarda ad una politica basata sulla lotta di classe; Jack crede nell’indipendenza, è nazionalista. Un altro personaggio controverso è quello di James (Peter) Bond – “il vero 007”, prima che arrivasse Sean Connery – inviato dai Servizi Segreti a spiare la crescita del nazionalismo. Attraverso di lui mi interessava indagare un tema: cosa succede quando uno stato si sente minacciato dalla nascita di un nuovo movimento politico. Solitamente reagisce per difendersi e molte persone rimangono intrappolate in questo schema. I personaggi nel corso del romanzo prendono una vita propria, diversa da quella che avevo immaginato. E tu non puoi far altro che fidarti di loro e della storia».

«Pensa che la letteratura abbia un ruolo conoscitivo non solo per chi legge ma anche per chi scrive?»
«Sì, per me è stato così. Una delle ragioni per cui scrivo romanzi è proprio perché mi piace stare a vedere dove mi portano. Se io sapessi in anticipo tutto quello che scriverò penso che mi annoierei. Per me è fondamentale il mistero. Mentre si scrive, le cose si evolvono ed è impossibile sapere con certezza come una storia andrà a finire, se sei tu che la stai scrivendo. Certo, si può avere una idea generale del finale, ma non se ne possono conoscere tutti i dettagli: le cose vanno come vogliono. É un processo di esplorazione. Un po’ come nella vita reale: non si può sapere con esattezza dove stiano andando a finire.».

«Quali sono state le difficoltà che ha incontrato durante la scrittura di questo romanzo?»
«É stato difficile tornare indietro nel tempo. E poi sicuramente non è stato facile riconoscere il superfluo: all’inizio il libro era molto più lungo. In questi casi c’è bisogno di un buon lettore esterno, che possa guardare le cose con un certo distacco. A un certo punto la griglia dei personaggi era diventata così fitta e complicata che ne ero un po’ spaventato. Mi sono preso un mese di stacco da tutto per riordinare le idee e dedicarmici completamente. È stato un po’ come creare un quadro, un quadro di Bosch: quando fai un passo indietro apprezzi il senso dell’intero, ma se ti avvicini cogli tutti i particolari».

«La fotografia svolge un ruolo importante nel romanzo…
…si, in questo romanzo la fotografia ha un ruolo fondamentale, fa un po’ da cornice alle vicende, grazie alla storia di Mike e Angus. In effetti, foto e musica sono due temi che si muovono attraverso il libro. Servono per illustrare la storia che sto descrivendo a parole. L’idea iniziale era di inserire fisicamente delle fotografie nel testo».

«Ha fiducia in un possibile approccio multimediale alla lettura?»
«Dipende dal testo. Alla base secondo me deve sempre esserci un testo che stia in piedi da solo, ma sarebbe molto interessante esplorare nuove possibilità. Chi lo sa, magari in futuro si potrà ascoltare la colonna sonora di un libro e questo potrebbe funzionare molto bene».

«C’è stato un momento preciso nella sua vita in cui ha capito che avrebbe voluto fare lo scrittore?»
«Ho saputo che avrei fatto lo scrittore sin da quando ero molto giovane. Diciamo intorno ai 6 o 7 anni. Appena sono stato fisicamente in grado di scrivere. Amavo molto ascoltare le storie. Quando ho visto i primi libri e ho saputo che c’era qualcuno li scriveva ho pensato che fosse quello che volevo fare anche io. Certo non è stato semplice. Bisogna saper accettare le critiche e i rifiuti, perché quelli arrivano. Ma bisogna anche credere fermamente nelle proprie capacità, essere resilienti».