Arriva il primo appuntamento della rubrica “Invito al viaggio: l’arte online”, a cura di Donata Pacchetti, ricercatrice e docente di Storia dell’Arte, in collaborazione con il sito arteinunclick.com. Un invito al viaggio tra le immagini da fonti digitali, che ci offre oggi qualche suggerimento per affrontare un viaggio online alla ricerca di Vincent Van Gogh, in compagnia delle risorse offerte dal Museo Van Gogh di Amsterdam e di altri link utili a scoprire il lavoro e la costante ricerca dell’artista.
Quando mi avvicino ad un artista cerco sempre di conoscerlo da diversi punti di vista, da un lato mi soffermo a guardare e a contemplare le sue opere, dall’altro provo ad entrare con rispetto ed attenzione nella sua vita, leggendo i documenti, le testimonianze e tutte le fonti a lui e al suo contesto connesse. A questo proposito la pubblicazione delle fonti in forma digitale ha avuto un’importanza straordinaria perché permette, a chi lo voglia, di aggirarsi fra diverse risorse online attraverso un viaggio virtuale che aiuta ad aggiornarsi in tempo reale senza dovere per forza acquistare un catalogo o recarsi nelle singole biblioteche se non in un secondo momento, quando il lavoro richiede di potere essere rifinito e presentato.
Parlare di un artista come Vincent Van Gogh può sembrare facile e un po’ scontato, perché è uno degli artisti più conosciuti e apprezzati al mondo. La sua pittura regala colori e forme straordinari e le sue pennellate, materiche e talvolta gestuali, attirano lo sguardo con forza ed emozione. Van Gogh il pazzo, Van Gogh il genio isolato, Van Gogh il bevitore di assenzio. Ma chi era veramente Van Gogh? Possiamo davvero pensare che tutta la sua ricchissima produzione sia esclusivamente il risultato della sua emotività, della sua malattia e del suo essere un genio nel senso romantico del termine? Possiamo davvero credere che bastino un pennello e una tavolozza per dar voce a qualcuno? Non è forse un dovere cercare di conoscerlo meglio e regalargli quel po’ di ascolto e comprensione che ha sempre tanto faticato ad avere? Io credo proprio di sì ed è per questo che da quando ero studente ho cominciato a leggere con attenzione le sue lettere. Ma ciò che non so scordare è l’emozione che ebbi quando scoprii che il Museo Van Gogh di Amsterdam aveva pubblicato online il completo epistolario!

Questo sito meraviglioso ci propone una ricerca per periodo, per corrispondente, per luoghi e per lettere con disegni. Possiamo scegliere di leggere la lettera trascritta con a fianco le immagini delle opere di cui parla – come nell’esempio proposto – o con a fianco le note ma, cosa davvero straordinaria e fondamentale per chi fa ricerca, possiamo leggere la lettera scansionata in originale. Cliccando su facsimile scomparirà la trascrizione e comparirà il manoscritto con tanto di schizzi e disegni da Vincent realizzati. Come nell’immagine qui riportata.

Inutile dire che gli epistolari sono tra le fonti più preziose che abbiamo. In questo sito non ci sono solo le più famose lettere al fratello Theo ma anche le lettere di Theo a Vincent e la corrispondenza con altri famigliari, amici, artisti ecc. C’è tutto quello che ci può davvero aiutare ad ascoltare e capire l’artista. È un meraviglioso viaggio a fianco di Vincent che mi ha illuminato e stupito per l’attenzione, lo studio, l’applicazione e la serietà di cui Van Gogh nutriva la sua pittura. Ci racconta anche i suoi tormenti certo, ma anche la sua consapevolezza di proporre un’arte che, soprattutto all’epoca, non sarebbe piaciuta a tutti: “…Volevo che desse l’idea di uno stile di vita completamente diverso dal nostro: quello della gente civile. Quindi non voglio certo che tutti lo ammirino o lo approvino senza sapere perché. […]
Se un dipinto contadino odora di pancetta, fumo, vapore di patate – va bene – non è malsano – se una stalla odora di letame – benissimo, è a questo che serve una stalla – se il campo ha un odore di grano maturo o di patate o – di guano e letame – questo è davvero salutare – soprattutto per la gente di città”.
Vincent ci dà indicazioni sul colore delle cornici che le sue opere avrebbero dovuto avere per far meglio risaltare il soggetto: ci vuole una cornice dorata per dare luce a I Mangiatori di patate:
“[…] Per quanto riguarda i mangiatori di patate, è un dipinto che sta bene in oro, ne sono sicuro. Tuttavia, starebbe altrettanto bene su una parete tappezzata con una carta da parati dai toni intensi del grano maturo. […..] Tenetelo a mente se volete vederlo come dovrebbe essere visto. Questa associazione con una tonalità dorata dona luminosità anche alle aree inaspettate e attenua l’effetto marmorizzato che si ottiene se lo si posiziona su uno sfondo opaco o nero. Le ombre sono dipinte di blu, e il colore oro si sposa bene con questo. Ma è meglio che sia bianca quella della camera da letto e di alcune opere sui campi di grano: “La cornice, poiché nel dipinto non c’è il bianco, sarà bianca. […] Le ombre e le ombre portate sono state rimosse; il disegno è colorato con tinte piatte e semplici, come le stampe giapponesi.”
Ci parla più volte dei colori e delle tele: leggiamo ordini di colori inviati al fratello, ordini di tele, riflessioni sui colori degli impressionisti, sui colori complementari, sui gialli dei girasoli, sui toni della camera da letto e sul suo timore che lo spessore della materia cromatica da lui utilizzata potesse imbarcare la tela. E poi cita frequentemente i suoi artisti e i suoi stili artistici preferiti. Ai meno conosciuti Monticelli e Mauve, accosta spesso Daumier e Delacroix, all’arte degli impressionisti preferisce l’arte giapponese di cui, con il fratello, raccolse più di cento esemplari. E la cosa straordinaria è che il sito del museo di Amsterdam ci accompagna nel viaggio con biografia, approfondimenti e indagini scientifiche che ancor meglio ci permettono di conoscere l’artista. Si segnalano, per fare un esempio, lo studio sulla camera da letto e sui suoi colori originali, ora sbiaditi dal tempo.

Oppure gli studi sulla rivoltella ritrovata nel campo dove lui si sparò. La meraviglia è che si pensa di consultare semplicemente un sito di un museo e invece si scopre un mondo, si intraprende un viaggio che può durare giorni e si torna dal viaggio arricchiti ed entusiasti. Su arteinunclick potete trovare i link di collegamento da me selezionati su Van Gogh, che vi invito a visitare. Oltre alle lettere, al museo di Amsterdam e ad alcuni link a questo collegati si segnalano in particolare What Vincent Saw: A Photographer’s Journey dell’Art Institut di Chicago con le belle foto che raccontano il viaggio nei luoghi di Van Gogh intrapreso da suo nipote Willem in compagnia del fotografo Peter Pollack e La découverte des Racines de Van Gogh dove il Dr. Wouter van der Veen studioso di Van Gogh e collaboratore del Museo di Amsterdam, del Museo d’Orsay ecc. racconta delle emozionanti scoperte relative all’ultimo dipinto di Van Gogh Le Radici
Ma dopo questo percorso chi possiamo dire che fosse realmente Vincent Van Gogh? Conoscerlo meglio non significa avere la presunzione di aver capito tutto, ma solo avere qualche certezza in più. Vincent fu di certo un uomo di una sensibilità eccezionale, con uno spirito di osservazione incredibile soprattutto in relazione al colore; soffrì di una patologia, non ancora del tutto chiara, che gli causava crisi devastanti che, negli ultimi tempi, gli rendevano difficile persino tenere in mano un pennello, ma non smise mai di applicarsi con serietà, costanza, consapevolezza e rigore al suo lavoro. Guardate la sua cassetta di fili colorati per studiare gli accostamenti di colore, ascoltatelo scrivere e saprete qualcosa in più di lui.

Se vogliamo chiederci quanto la sua malattia abbia inciso sulla sua sensibilità artistica lo possiamo fare tenendo però sempre presente un dato importantissimo: Vincent soffriva di una patologia ma non era la sua patologia. La malattia l’ha accompagnato e purtroppo inevitabilmente condizionato ma l’artista era gigantesco e la ricerca e la sua passione per l’arte hanno sempre sostenuto una serietà e un rigore professionale che andavano ben oltre la malattia e nutrivano con costanza il suo talento.
Mi piace ora salutarlo con le sue stesse parole augurandoci che nessuno di noi perda mai di vista la luce della sua stella.
“[…] Nella vita di un pittore, la morte forse non è la cosa più difficile.
Personalmente, dichiaro di non saperne nulla. Ma la vista delle stelle mi fa sempre sognare, con la stessa semplicità con cui mi fanno sognare i punti neri sulla mappa, che rappresentano città e villaggi.
Perché, mi dico, i punti luminosi del firmamento dovrebbero essere per noi meno accessibili dei punti neri sulla mappa della Francia?
Proprio come prendiamo il treno per andare a Tarascona o a Rouen, prendiamo la morte per andare su una stella”.