In scena alla Scala Il Crepuscolo degli dei, ultima giornata del colossale Ring wagneriano che a marzo verrà proposto a giorni alterni per due volte consecutive in settimane adiacenti. In eccesso la regia dello scozzese McVicar che avrebbe goduto di una maggiore essenzialità, molto applaudita la direzione, pur con qualche discontinuità, di Alexander Soddy, buona la prova del cast
Mettere in scena il Ring di Wagner, titolo breve per l’Anello del Nibelungo, ovvero la Tetralogia di quattro opere – L’oro del Reno, Walkiria, Sigfrido e Crepuscolo degli dei, quindici-sedici ore di musica – è come riaffrescare la Cappella Sistina. Diciamo rinfrescare, restaurare. Operazione che in musica è possibile,
perché la musica esiste se la fai, anzi necessaria: un teatro deve visitarlo spesso quel tempio sacro, di continuo, se intende pure lui vivere, crescere, affermarsi, attrarre spettatori, soddisfarli, mantenersi alto nella stima del mondo.
La Scala questa visita al tempio di Wagner la celebra in questi giorni: ha finito di confezionare la Götterdämmerung (Il Crepuscolo degli dei), che resta in scena ancora per tre recite (8, 12 e 17 febbraio), e si prepara all’impresa che fa tremare chi esegue e fibrillare chi ascolta: eseguire le quattro opere del Ring a giorni alterni per due volte consecutive in settimane adiacenti (1, 3, 5, 7 marzo il primo ciclo; 10, 11, 13, 15 il secondo). È la replica dell’impresa che la Scala ha perfezionato con successo nel maggio-giugno del 2013 (tutto esaurito sei mesi prima, pubblico per più di metà straniero, attratto dal Wagner di un teatro italiano, seppure il primo fra tutti). La Scala non stenterà a riempire anche questo nuovo doppio ciclo, ma le buone notizie finiscono qui. Perché questa volta non c’è il wagneriano eccellente Daniel Barenboim sul podio (in due si alternano, Simone Young e Alexander Soddy), e il quadruplo spettacolo ideato da David McVicar con le sue giovani assistenti – Anna Postlethwaite per i costumi, Emma Kingsbury per i costumi e David Finn per le luci – non evita di far rimpiangere quello di Guy Cassiers del 2013, che aveva idee.
Schiacciato da Wagner. McVicar – s’è detto e ripetuto – è un regista intelligente, scozzese, di scuola britannica, concreto e pragmatico, che ha fatto spettacoli di qualità anche alla Scala (La Calisto di Cavalli e Les Troyens di Berlioz), ma sembra essere stato schiacciato dal peso di Wagner e del ricco mantello di spettacoli che il teatro totale del Ring si è caricato e ricamato sulle spalle in anni di storia. Visivamente la regia di McVicar si appoggia su alcuni oggetti-simbolo che attraversano il Prologo (L’oro del Reno) e le tre giornate: una grande mano aperta a palma in su, che il corso degli eventi piega e infine spezza; e una maschera funeraria di Wagner che s’incarica di rappresentare o almeno suggerire l’aspra natura in cui si susseguono i passaggi di mano (e di artiglio) dell’anello sottratto al tesoro subacqueo del Reno: in particolare l’altura rocciosa in cui Brünnhilde, figlia prediletta di Wotan, consuma la pena della sua disobbedienza al padre-dio (non dio-padre) circondata da fiamme che solo l’eroe puro, Sigfrido, potrà penetrare per unirsi a lei in un amore eterno ma spezzato, spezzato ma in fondo eterno.
Il Crepuscolo degli dei, ultima giornata del Ring, riprende i due elementi scenici dominanti, lasciando a luci ed effetti video (di Katy Tucker, non male) – tra i quali un ovvio cerchio luminoso su pannello frontale a saliscendi -, il compito di far balenare gli elementi che governano tutto: il fuoco di Brünnhilde, che sarà anche il fuoco del Walhalla in fiamme insieme ai suoi miseri dèi senza onore, e l’acqua del Reno alla quale torna l’anello magico ch’è la causa di tutti i mali, per ripristinare le regole dell’universo wagneriano. La cifra visiva è piena di innesti fantasy, di molte maschere tenebrose e distorte, che culminano nel grande teschio d’oro che appare sul finale del Crepuscolo a minacciare tragedie e sembra la carlinga di un cacciabombardiere; costumi, mises, acconciature e trucchi sono molto neo, iper e plus (non plas, maledizione, è latino).



Ma non è quel che si vede a dispiacere, piuttosto quel che non appare: ovvero il lavoro di regia. La gestualità è un campionario di retorica e fruste ovvietà: braccia spalancate, mani sulla fronte, corsette tanto per fare, giri di scena senza intenzione; Brünnhilde che con la mano a visiera guarda il suo Siegfried volar via sul destriero Grane (il solito giovane mimo che diventa cavallo di metallo su protesi paralimpiche, come nella già vista e fischiata corsa delle Walkirie); Gunther, signore dei Ghibicunghi, che
accoglie l’arrivo di Siegfried (che non ha mai visto) salutando il pubblico con la manina. I tormenti interiori, i dialoghi pensosi, la natura cangiante dei personaggi, ci arrivano meccanici e stereotipati. Non era questo il McVicar che conoscevamo.
Anche Götterdämmerung è uno spettacolo afflitto dal troppo pieno. McVicar trova la via dell’essenzialità quando spoglia la scena sulla morte di Sigfrido, capolavoro di musica, lasciando il suo corpo come uno straccio nel deserto. Togliere è un gesto sempre risolutivo. Da quel momento il Crepuscolo sembra sulla
via giusta. Ma alla fine McVicar s’inventa la torbida danza di un muscoloso mimo mezzo d’oro che, al di là del suo significato (sfuggito a molti) sovrappone la carne all’astrazione. E, soprattutto, continua anche dopo che Wagner ha finito. L’orchestra muore con gli dei, ma il mimo continua a danzare a pieni glutei nel silenzio, svuotando di significato quel che Wagner ha cesellato in musica. Esecrabile.

A macchia di leopardo. Il pubblico lo ha molto applaudito, ma anche Alexander Soddy, direttore giovane e di valore, in Götterdämmerung ha lasciato perplessi: nella divina lunghezza dell’ultima opera, Soddy, pure preciso e attento nel fraseggiare, non trova continuità di clima e risultati. Le parti convincenti si alternano a macchia di leopardo con i passi ruvidi, pesanti e generici. Solo il cast garantisce una quasi sempre buona qualità di canto. Si stacca sopra tutti Camilla Nylund, Brünnhilde sempre solida nella parte più disperatamente esigente che un soprano drammatico si trovi ad affrontare. Claus Florian Vogt, giovane ma pur sempre decano dei tenori wagneriani, ha ancora materia buona per Siegfried, ma anche lui sembra contagiato dalla genericità espressiva dell’insieme. Norne e Ondine sono a posto (Christa Mayer, Szilvia Vörös, Olga Beszmertna, Lea-Ann Dunbar, Svetlina Stoyanova, Virginie Verrez). Nel breve ma importante intervento di Alberich (che non sappiamo perché abbia le maniche da costrizione dei pazienti psichiatrici ), canta molto bene Johannes Martin Kränzle, anche meglio di Günther Groissböck (Hagen) e Russel Braun (Gunther). Si prende applausi grati e non solo di stima la grande Nina Stemme (Waltraute), che, se la voce non è più degli anni d’oro, nella linea di canto e nell’espressione ha la forza di sempre.

Wagner politico. Forse è sfuggito, ma il Ring ha una verità anche per noi, oggi. Il tema che attraversa tutto il pensiero della Tetralogia è, in forma di fiaba, un tema politico. L’anello d’oro che passa di mano in mano scatenando tradimenti, falsità e morte, quando torna nelle acque del Reno, cui appartiene, decreta la fine degli dèi. C’è solo un modo per spezzare il cerchio di violenza che genera: essere strappato dalle mani dei potenti.
Ricchezza e potere insieme sono una bomba già pronta a esplodere. Ne sappiamo qualcosa?
Richard Wagner Götterdämmerung. Dirigono: Alexander Soddy (8 febbraio), Simone Young (12, 17 febbraio). Regia di David McVicar.
Intorno al Ring alla Scala due mostre, diversi incontri e iniziative editoriali: qui il programma completo.
Foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala