Con Geologie del tempo, il nuovo progetto dell’artista visiva kuwaitiana Monira Al Qadiri per la decima edizione di Viaggio in Sicilia, Planeta Cultura conferma il proprio impegno nel mettere in relazione arte contemporanea, paesaggio e identità del territorio. Inserita nel programma di Gibellina 2026 OFF e realizzata in collaborazione con la Fondazione Merz, l’iniziativa rinnova un percorso ventennale di dialogo tra artisti internazionali, memoria dei luoghi e comunità siciliane.
Incontro Monira Al Qadiri al caffè del teatro Massimo a Palermo. È una calda giornata di maggio e parliamo di come mai si trovi qui. Mi spiega che è stata invitata dalla azienda vinicola Planeta che da vent’anni, a cadenza biennale, accoglie artisti per una residenza nomade in Sicilia, un’iniziativa dal nome “Viaggio in Sicilia”.

La formazione di Monira è veramente particolare. Araba del Quwait è nata in Senegal, suo padre è un diplomatico, è cresciuta in Quwait ma nel 1990, durante la prima guerra del Golfo, si trasferisce in Giappone, un contesto allora più sicuro, dove inizia la sua formazione artistica.
La scelta del paese cui andare dice molto di Monira. Vuole trasferirsi in Giappone perché le piacciono i cartoni che vede abitualmente alla televisione. Impara la lingua in pochi mesi. “Non so quante lingue conosco”. E vi frequenta l’Accademia d’arte. Perché, le chiedo. “Mia madre è un’artista, ho sempre respirato questa atmosfera”. È in Giappone che si innamora dell’arte contemporanea. Ed è anche in Giappone che conosce l’arte classica, nei suoi musei. Quando lascia il Sol Levante per tornare nel Kuwait si rende conto che la cosa che le è più familiare è l’arte islamica.
È un bel percorso quello che fa Monira. Una riconsapevolizzazione, una rinascita della sua self consciousness, delle sue origini. La sua formazione passa dall’Accademia d’Arte. “Facevo pittura” dice sorridendo. “Una pratica che non ho mai più frequentato”. Ma per l’esperienza araba prova un certo disagio. “Forse è normale per un’araba, ma provo un certo fastidio, anche malinconia. La religione è presente in maniera ossessiva”.

Parlandomi della sua esperienza umana, oltre che artistica, Monira esprime una realtà che non conoscevo. La “petrocultura”. In che consiste, le chiedo. “È una realtà potente, in fondo anch’io ne sono figlia. Denaro, ricchezza, potenzialità incredibili. Il denaro del petrolio domina tutta la vita dei paesi arabi”. Oggi Monira vive col marito libanese a Berlino. “Anche in Libano siamo stati bombardati”.
Arriva in Sicilia per merito del comitato scientifico del progetto, composto da Valentina Bruschi, Vito Planeta e Beatrice Merz che l’ha notata all’ultima Biennale di Sharjah, negli Emirati Arabi. In Sicilia trova una realtà che le è in qualche modo familiare. Le tracce arabe nell’isola sono ancora potenti. Il paesaggio lo è. Monira visita il museo di Storia Naturale Giammellaro di Palermo e scopre lo scheletro del piccolo elefante, il Palaeoloxodon Falconeri. È un elefante nano, alto non più di un metro. Datato a cinquecentomila anni fa. Ha una particolarità: sebbene abbia gli occhi nella loro posizione laterale il cranio mostra una cavità al centro della fronte. Da dove cresceva la sua proboscide. Un ciclope in parole povere. È questa la particolarità che attira l’artista. Un ciclope! Nella terra del ciclope per antonomasia. Polifemo.

Tenuta Planeta Ulmo, Sambuca di Sicilia (AG). Marmo, 88 × 70 × 85 cm.
Ph studio505, courtesy l’artista e Planeta Cultura
Ed è un richiamo anche alla città di Catania dove un piccolo elefante “U Liotru”, una statua settecentesca, sostiene un obelisco. È la Sicilia del mito che affascina Monira. L’artista fa del cranio dell’elefante nano una riproduzione in marmo, che è la sintesi di diversi crani di elefante nano osservati dall’artista in musei differenti, ed è oggi custodita in un luogo che fa pensare a un episodio mitico.
È proprietà della casa vinicola Planeta di Ulmo a pochi chilometri da Sambuca di Sicilia, un paese bellissimo conservato con orgoglio dai suoi abitanti. C’è anche un piccolo, delizioso teatro costruito alla fine dell’Ottocento.
L’opera, in marmo, dialoga con questi riferimenti.
Mitologia, racconto, fiaba. Una narrazione alla ricerca della propria identità.
In copertina: Monira Al Qadiri al Parco Archeologico di Selinunte, Trapani, ph Federica Jannuzzi