l due musicisti (pianista il primo, baritono il secondo) il 10 febbraio eseguiranno “Winterreise” al Conservatorio. Dopo dieci anni la Società del Quartetto ripropone il celebre ciclo di Lieder di Schubert in sala Verdi. Un capolavoro da molto tempo assente e due interpreti d’eccezione. Insomma, un evento
Se c’è un genere musicale nel quale una sola opera (o quasi) detiene la palma del capolavoro per antonomasia, questo è indubbiamente la liederistica, che trova nella Winterreise una delle sue opere più emblematiche.
Si sa, le canzoni d’arte di Schubert e compagni non sono musica “facile”, per chi organizza come per chi ascolta, soprattutto in Italia. La barriera linguistica, la presenza fagocitante dell’opera sono alcuni dei motivi, insieme a tanti pregiudizi, per cui la musica vocale da camera (in questo caso in tedesco, ma il discorso potrebbe allargarsi alle altre lingue) rimane un repertorio assai raro.

Andrè Schuen ( Foto @ Christoph Köstlin)
La recente programmazione della Società del Quartetto di Milano è in questo senso significativa: l’ultimo concerto dedicato interamente al Lied risale al 2015, e à l’affiche, in quell’occasione, c’era proprio la Winterreise. Ancora più impressionante è pensare che, negli ultimi quarant’anni, a fronte di cinque esecuzioni del Viaggio d’inverno (sei con la prossima), un altro monumento dello stesso autore, Die schöne Müllerin, è stato dato integralmente una sola volta per la stessa istituzione.
Composto da Schubert nel 1827, un anno prima della sua morte, il ciclo si compone di ventiquattro liriche di Wilhelm Müller, poeta che la storiografia tende a considerare – a torto o a ragione – di secondo piano, noto ai posteri forse unicamente grazie al compositore – anche i testi della Schöne Müllerin sono suoi. Vetta della musica “colta” occidentale, Winterreise non è simbolo solo del Lied, ma di un intero mondo artistico-culturale. Qui, infatti, il tema del viandante, centrale per Schubert e per il Romanticismo – come non pensare alla declinazione pittorica di Caspar David Friedrich – trova una delle sue espressioni più compiute e sensibili. Il viaggio d’inverno cui siamo di fronte è sì un percorso concreto, l’errare gelido e notturno di un amante respinto, ma è anche e soprattutto un cammino metaforico, una desolante promenade fra gli abissi della propria interiorità. È un viaggio straordinariamente moderno, che abbraccia temi delicatissimi ma imprescindibili come la solitudine, l’abbandono, la depressione. Va da sé che oggi ha tanto da dire, a tutti, e non solo ai connaisseurs del repertorio liederistico.
Non sono dunque pochi i motivi di interesse per questo ritorno alla Società del Quartetto di Milano, il prossimo 10 febbraio, tanto più che gli interpreti, il baritono sudtirolese Andrè Schuen e il pianista Daniel Heide, sono autorevoli specialisti del genere. Il duo può vantare una collaborazione ventennale e ha all’attivo un’apprezzabile discografia con Deutsche Grammophon (della prestigiosa etichetta Schuen è artista esclusivo), il cui nucleo è costituito proprio dal trittico dei grandi cicli schubertiani: Die schöne Müllerin (2021), Schwanengesang (2022, premio Opus Klassik 2023) e da ultimo, naturalmente, Winterreise (2024), soundtrack di A Winter’s Journey, film di Alex Helfrecht con John Malkovich, di prossima uscita.
Schuen è un musicista a tutto tondo: inizialmente avvicinatosi all’arte attraverso il violoncello, calca oggi le scene dei teatri, oltre che delle sale da concerto – il pubblico milanese avrà l’opportunità di ascoltarlo a breve anche alla Scala, nei panni di Donner del Rheingold. Dalla critica viene lodato per il suo calore timbrico e la sua intelligenza espressiva, nonché per la qualità eccezionale del suo legato, che lo inscriverebbe nell’illustre solco di un Fischer-Dieskau. Nel suo caso, poi, interpretare la Winterreise non è solo porsi di fronte a una partitura immensa, è anche rispondere a delle istanze personali: in un’intervista del 2024 affermava che il ciclo schubertiano è stato uno dei motivi principali che lo hanno avvicinato al canto, un’opera che l’ha accompagnato fin dall’inizio e che probabilmente continuerà a farlo per tutta la sua carriera.

Daniel Heide (foto @ Guido Werner)
Heide da parte sua è uno dei più apprezzati e richiesti cameristi della sua generazione, un interprete versatile e raffinato, con un’ampia e variegata produzione discografica. Nell’ambito della musica vocale, ha inciso fra gli altri Beethoven, Schumann, Mendelssohn, Liszt, Loewe, Debussy, Rihm – oltre a Schubert, naturalmente. Ma c’è anche la musica da camera tout court, in duo con la viola, o il pianoforte solo.
Insomma, un masterpiece da molto tempo assente e due interpreti d’eccezione: l’attesa del concerto è grande. L’attesa di sentire il gelo penetrare nella Sala Verdi, e di ascoltare risuonare, nel silenzio, gli ultimi echi lancinanti della ghironda.