Buscetta story secondo Bellocchio tra politica e tragedia, teatro e famiglia

In Cinema

“Il traditore”, reduce ingiustamente senza premi dall’ultimo Festival di Cannes, racconta la parabola del primo e più celebre pentito di mafia della storia, dal 1980 alla morte a fine millennio. E l’ottimo Favino fa dell’uomo che per primo ha sgretolato il muro di omertà che circondava la malavita siciliana, un carismatico e assai maschile simbolo della vecchia, “onorevole” Cosa Nostra, in guerra con la spietata corte della nuova Mafia. Il quale alla fine sceglie di “confessarsi” al giudice Falcone

Delle quasi due ore e mezzo di cui è composto Il traditore, l’ultimo lungometraggio (il n. 30, tra fiction e documentari, a 54 anni dallo splendido debutto con I pugni in tasca) di Marco Bellocchio, forse ingiustamente ignorato dall’ultimo palmares di Cannes, restano in mente soprattutto le concitate, drammatiche, istruttive scene del maxiprocesso di Palermo, avviato nel 1986 con 475 imputati e conclusosi con 346 condanne. Che fu istruito, come si dice nel linguaggio giudiziario, in primo luogo a partire dalle confessioni al giudice Giovanni Falcone di Tommaso Buscetta, detto Masino o “il boss dei due mondi”, imprenditore agricolo per sua certificazione, protagonista di questo ben diretto e interpretato biopic. Come si sa, il maxiprocesso, e soprattutto le indagini precedenti che portarono alla sbarra decine e decine di figure di spicco della malavita siciliana, furono il primo caso su vasta scala di rottura, dentro e fuori il perimetro dell’organizzazione criminale, del muro di omertà che per decenni aveva contribuito a garantire alla mafia la possibilità di agire con molta libertà di manovra nel proprio territorio.

Queste sequenze restano impresse, oltre che per la loro importanza nella cronaca e nella storia italiana, per il forte impianto teatrale con cui Bellocchio le ha messe in immagini: che poi è la chiave, in termini narrativi e cinematografici, dell’intera operazione dell’oggi 79enne regista emiliano. La ricostruzione storica della sceneggiatura (sua a di Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo e Francesco La Licata, al lavoro per oltre due anni) mirava, ha spiegato il regista, a fare “un film non convenzionale ma semplice, popolare”, mettendo insieme gli spunti di cronaca (l’attentato a Falcone) e i risvolti politici (c’è anche un riferimento al processo a Giulio Andreotti), le logiche economiche (il business della mafia ma non solo), le crisi psicologiche, infine le tragedie personali legate ai regolamenti di conti interni a Cosa Nostra.

Nel film tutto ruota comunque attorno a questa figura di “traditore conservatore” (la definizione è di Bellocchio), che lascia la Sicilia e Palermo nel 1981, latitante dopo un’evasione dalle carceri Nuove di Torino, alla vigilia della resa dei conti tra i palermitani di Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti e i corleonesi di Totò Riina (Nicola Calì) e Pippo Calò (Fabrizio Ferracane). Buscetta se ne va portando in salvo a Rio la sua nuova compagna e i figli avuti con lei, ma abbandonando in balia delle cosche concorrenti quelli di primo letto, prontamente massacrati, come il fratello. Certamente lui va in Sudamerica per tenere vive le relazioni coi produttori locali di quella droga che deve invadere i mercati europei, ma la sua è soprattutto una scelta di sopravvivenza. Come sarà quella, tre anni dopo e in seguito all’arresto da parte della polizia brasiliana con conseguente estradizione in Italia, di combattere l’odiata e disprezzata “nuova Mafia”, decidendo di collaborare con la magistratura.   

Benché Falcone nel film dichiari apertamente di non credere fino in fondo alla contrapposizione tra la vecchia Cosa Nostra e  la nuova Mafia, nel racconto di Buscetta è invece dominante e assume anche questa la forma della rappresentazione: la prima è identificabile con la perdente fazione di Bontate, fatta di uomini d’onore (così peraltro si autodefinisce il boss pentito nel film, e fino alla fine, “nonostante” la confessione), che hanno principi storicamente formati e non derogabili, come non uccidere donne e bambini e non spacciare eroina. Abbiamo visto questa tesi in altri film, in primis Il padrino di Francis Ford Coppola, da cui Bellocchio ha tratto qualche ispirazione fin dalla sequenza iniziale.

La seconda, la nuova Mafia, viene dipinta come un’organizzazione spietata, che per soldi e potere è disposta a tutto, in termini di cieca violenza, connessioni politiche, commerci maledetti, umanamente distruttivi. Come l’eroina. “Meglio comandare che fottere” è lo slogan di Riina riportato dallo stesso Buscetta, al contrario donnaiolo incallito. E i primi minuti del film ci mostrano puntualmente il figlio di primo letto di don Masino, tossicodipendente, in preda a una terribile crisi sotto gli occhi disperati e indignati del padre, suggerendo l’ipotesi che il rifiuto della droga possa essere stata una delle motivazioni forti, insieme pubblica e privata, della scelta del “boss dei due mondi” di combattere la nuova fazione guidata da Riina. Una lotta condotta con tutti i mezzi: prima del “pentimento” e della collaborazione con le istituzioni della Repubblica, aveva dato il beneplacito alla risposta militare ai corleonesi condotta dai pochi amici rimasti come Totuccio Contorno (nel film  l’ottimo Luigi Lo Cascio, a vent’anni dalla sua interpretazione di Peppino Impastato in I cento passi). L’unico che lo seguirà fino in fondo, anche nello scontro/rappresentazione con i boss emergenti, nelle aule del maxiprocesso.

C’è chi ha ipotizzato una forma di fascinazione per il carismatico protagonista del film nella visione di Bellocchio e nell’eccellente incarnazione, anche linguistica, di Pierfrancesco Favino, ingrassato di otto chili e invecchiato di molti anni soprattutto nella fase finale del film, quella della morte “nel suo letto” americano, come don Masino aveva sempre sperato. Però Il traditore non ne fa un eroe romantico, né sposa davvero, a mio parere, la tesi difensiva di Buscetta, ovvero la lotta degli uomini d’onore contro i mafiosi senza principi. La stessa criticata stretta di mano che conclude la parabola del suo rapporto col giudice Falcone (nel film Fausto Russo Alesi) non credo vada vista come la prova di una sorta di “amicizia”, in qualche modo maturata in quella serie di colloqui che molto hanno chiarito di parecchi “misteri” d’Italia e non solo. Favino ha parlato invece di “rispetto siciliano tra due persone che si capivano pur essendo su sponde opposte”.

Bellocchio riconosce a un uomo ignorante, che viene dalla terra e poco ha studiato, un’intelligenza di molto superiore a quella di altri “colleghi”. Così l’incontro tra due personalità di spicco, dello stato e dell’antistato come si dirà poi, sintetizzato dall’epitaffio pronunciato nel momento del commiato da Buscetta (“ora bisogna soltanto decidere chi morirà per primo fra noi”), è quello fra due testimoni privilegiati, i quali non si nascondono la potenza di una organizzazione che ha dalla sua molte complicità “popolari” e troppi appoggi politici ed economici. Non solamente in Sicilia, come mostrano le recenti inchieste sulla diffusione delle pratiche mafiose nel Nord italiano, in molti paesi d’Europa e perfino fuori. Due uomini decisivi, ma poi in parte “sconfitti” dalla storia, al di là dell’evidente diversità dei due destini. Sconfitti come lo è stato Aldo Moro, il cui rapimento con omicidio da parte delle Brigate Rosse è stato al centro di uno dei film più riusciti e compatti di Bellocchio, Buongiorno, notte. Forse mettere insieme film e figure lontani ha qualcosa di arbitrario, o invece si potrebbe dire che il regista pare attratto da grandi personalità dalla tragica fine, anche se vincenti sul piano morale e in relazione al loro peso storico.

In questo film la figura di Buscetta è giocata molto anche su toni, pensieri, atmosfere private e sul rapporto padre-figli più che marito-moglie (presenza un po’ decorativa, nonostante la protagonista Maria Fernanda Candido sia attrice molto bella e interessante). Perché Il traditore è un film molto al maschile, che parla di un mondo criminale governato da regole estremamente maschili, compresa una certa concezione dell’onore che il protagonista rivendica più volte. E al cui centro sta Buscetta, un uomo che ha ucciso e progettato omicidi, ma il cui delitto più grave, nell’immaginario dei suoi pari, è stato certamente tradire. Perché questa colpa, secondo tutti meno che per lui, va molto al di là delle cosche e dei loro scontri, per il valore simbolico e le conseguenze che comporta e ha comportato nella realtà. Falcone diceva, negando invincibilità e immortalità al crimine, “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi avrà una fine”. Forse anche questo ha convinto Buscetta a raccontare ciò che sapeva.

Il traditore, di Marco Bellocchio, con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Piergiorgio Bellocchio, Nunzia Lo Presti, Bebo Storti, Fausto Russo Alesi, Nicola Calì