Il sole di York brucia sulla messa in scena sullo show della crudeltà

In Teatro

Ne “Il sole di York brucia” con la consueta originalità di lettura e accuratezza testuale, sostenuta da un ottimo Stefano Panzeri, la Confraternita del Chianti porta a Campo Teatrale fino a domenica un Riccardo III
che si concentra su quanto perfidamente scenografica sa essere la vendetta del potere di chi é – o si è sentito – rifiutato e sconfitto.

Riccardo III è un capolavoro. Si potrebbe dire un cult, misurandolo su questa versione dove “l’inverno del nostro scontento” finisce con la musica da discoteca e una corona di neon colorati. In effetti, le sue parole sono state prese a prestito, saccheggiate nel tempo dalla letteratura fino a farne sfumare l’origine e la vividezza, dalla rivendicazione del reietto fino alla maledizione dei fantasmi che lo tormentano, con un comando “domani nella battaglia pensa a me”. Shakespeare lo suggeriva e può farlo oggi con la stessa forza anche in una nuova temperatura: basta soltanto la parola a realizzare i desideri più mostruosi. Ed è da lì che la Confraternita del Chianti sceglie di rileggerlo, affidandolo interamente, in Ialla tagliente ironia e al disperato istrionismo di Stefano Panzeri, unico corpo, fisico e vocale, che maneggia la realtà costruita dai suoi incubi, e forse ad essi la piega. Qui Riccardo è deformato non dalla natura ma da una grottesca e sanguinosa fame di potere e vendetta che dimostra quanto spesso la mostruosità sia innanzitutto negli occhi di chi si guarda.

È dentro questo specchio distorto che trova la radice di una ritorsione senza quartiere di cui gli altri sono soltanto marionette, impalate sulle picche di condanne già eseguite. Nella rilettura di Chiara Boscaro e Marco Di Stefano, che non lesinano sulle metafore ironicamente contemporanee, dove una semplice scarpa in meno basta ad evocare una pretesa deformità, il capolavoro shakespeariano riesce a stare interamente dentro un’ora agile e strettamente legata al presente senza deformare a suo comodo il testo originale, né farne un bigino per studenti svogliati. Diventa invece la messa in scena del desiderio segreto degli ultimi, il cinico e spietato redde rationem a chi lo ha escluso, umiliato, sbeffeggiato, a cui si attribuiscono i toni colorati, lievi dello showman, il ghigno strafottente di cui si veste il potere quando, ribaltando le gerarchie, può chiamare a sé tutti gli occhi mentre nessuno lo può più fermare. La Confraternita svela – così – anche il fascino segreto dei cattivi, e – senza moraleggiare – il carisma per cui ci si scopre un po’ a riderne un po’ a volergli assomigliare, senza sapere se – ad affascinarci – è il chirurgico rovesciamento che si compie con melliflua e acuminata naturalezza, o ancora prima l’immersione nell’incubo, nella follia della maschera del pazzo a cui, però, la possibilità di dire tutto è data proprio dall’insospettabilità.

La Confraternita del Chianti si muove, come spesso fa, su un confine radicalmente umano, sguasciando via da ogni decodifica netta, e lo fa con intelligenza e libertà interpretativa, e lo fa grazie a un interprete che sembra avere in questa cifra divertita e spietatamente sincera il suo luogo naturale. La regia di Marco Di Stefano lo asseconda e lo avvolge, contornandolo di una geometria precisa di marionette, loro sì programmaticamente deformi, firmate da Luigi Revelant, che svelano i volti nella progressione della follia come le vittime di un sequestro e attraverso cui quello che è forse il cattivo per antonomasia del Bardo interpreta, animandole, tutte le proprie sfumature. La drammaturgia di Chiara Boscaro sa far emergere le punte acuminate delle parole di Shakespeare tenendo insieme una fedeltà filologica al suo dettato ma anche senza nessun timore di sfrondarlo dai punti dove il ritmo – all’orecchio contemporaneo – non sarebbe sincrono con quello del suo protagonista.

Così facendo è tutto meno che incoerente dire che ne emerge uno show con qualcosa di lisergico e un protagonista magnetico in giacca blu acceso coi revers sul colletto, e insieme William Shakespeare in purezza, nei suoi cattivi più orribili proprio perché più verosimili. Gli esempi di chi si incapriccia e gioca con la morte altrui con un volto deformato come le sue intenzioni e surreali segni del potere li vediamo forse più fuori scena che sul palco, a cui resta il compito di demistificare con sarcasmo le ipocrisie delle corti e di potenti che parlano sempre ad uso di un pubblico, plaudente o agghiacciato che sia. Ci vuole questo tipo di intelligenza scenica e sapienza artistica per saperlo osservare e restituire, come un brivido dentro una risata.

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