Fino a domenica 14 al teatro Elfo Puccini, ad un anno dalla scomparsa di Licia Rognini Pinelli, in omaggio al coraggio e alla fermezza sua e di chi ha cercato la verità Renato Sarti e Laura Curino restituiscono alla città di Milano la memoria della strage di Piazza Fontana e della morte di Giuseppe Pinelli con un lavoro di composta dedizione, Necessario, per questo non solo ai più giovani
Si può raccontare anche la grande Storia a partire dai “saldi nodi d’amore” che la intessono? Si deve, a sentire Laura Curino e Renato Sarti, prima di far spegnere le luci sul “Rumore del silenzio”, al Teatro Elfo Puccini. E ci si passi pure il filo di sentimentalismo e retorica, perché il resto dello spettacolo, invece, fa di tutto per esserne privo. E snoda, incalzante allo stesso passo dei tempi, e con l’ostinazione di chi si sforza di tenere stretta la memoria che ci compone. Rapida come gli anni Sessanta in cui tutto cambiava, in cui sentirsi – se hai diciassette anni e vieni dal mare di Trieste – nel cuore del mondo dove tutto accade, dove l’arte di Brera si tiene ancora insieme alle osterie per giovani squattrinati pronti a pagare un pasto con una speranza di gloria in forma di abbozzo di tela.
Una cittá che conserva ancora la stessa dolcezza e lo stesso cipiglio di una ragazza che, in quegli anni, voleva imparare l’esperanto, e a lezione ha conosciuto un giovane futuro ferroviere che le regalava ogni sera un pacchetto di caramelle Charms che lei – a cui le caramelle non piacevano proprio – conservava tutte in un cassetto. Un tempo di felicità quotidiana e di voglia di cambiare il mondo. Ma non si possono fermare le lancette della storia, e dietro la curva di una manciata d’anni arriva un tempo molto più cupo, dove nel cuore di quella città si sente un boato che travolge e stravolge tutto, e insieme, la scena. Un boato di cui all’inizio non si conosce l’origine, ma ormai i tempi sono cambiati e “coi tempi che corrono, se fosse una bomba non sarebbe strano”. Non è una bomba sola. O meglio, non soltanto. Sono cinque, in tutta Italia, sono un complotto. Ma è nel cuore della Milano fatta ancora di persone semplici, contadini e lavoratori della terra, che lascia la devastazione di un cratere e 17 corpi smembrati – riconosciuti spesso soltanto da frammenti di chi erano, o da un paio di scarpe – e la confusione di chi, come Fortunato Zini, si risveglia nel centro dell’inferno sperando sia soltanto un incubo.
Invece é la strage di Piazza Fontana, che insieme alla Banca Nazionale dell’Agricoltura sventra un Paese e quello che avrebbe, forse, potuto essere. Come raccontare, allora, l’inenarrabile? Senza darsi il tempo di essere patetici, ma anche senza dar l’impressione di recitarlo: questa e la via scelta da Renato Sarti, che al tempo stesso si assume il compito di tener fermi altri due assunti: la storia non ha nascondigli e non e un romanzo, perciò richiede esattezza, precisione, chiarezza. Richiede di essere raccontata a luci accese, come a dimostrare che la verità non si nasconde e non si vela, nemmeno, dietro la rassicurante distanza dell’interpretazione. Alla scena resta soltanto la confusione successiva allo scoppio che, dopo, fa ingombrare tutto della montagna di carte della vita normale, ma anche dell’enormita di documenti che c’è voluta, poi, tra processi e battaglie legali, per ristabilire almeno un pezzo di verità, quella storica: la responsabilità dei fascisti Franco Freda e Giovanni Ventura e di un sistema, dietro di loro, un’organizzazione che ha trovato essenziali strumenti nello Stato quando si e incarnato in persone come Guido Giannettini, Agente Zero dei servizi segreti. E poi, il secondo assunto.
La bomba non ha lasciato macerie solo della storia e della coscienza di un intero Paese, ma anche di decine di vite, di chi è rimasto. Di bambini di 6, 10, 12 anni, a cui non restava altro da fare, una manciata di giorni dopo, nella nebbia spessa che Milano non conosce più, che girare intorno alla bara del loro papà. Ammutoliti, come lo era stato chi aveva dovuto assumersi il compito di dire a una moglie che suo marito era morto e non ne aveva avuto la forza. Mentre alle mogli, alle madri, tocca trovarne abbastanza per provare a immaginare un dopo, una vita da continuare. Trovare, a costo di dover cercare il libretto delle cambiali nelle tasche dei brandelli d’abiti rimasti all’obitorio, un mondo per ricominciare. E lo fanno, dopo aver rifiutato le condoglianze vuote di un disorientato Presidente del Consiglio, e strappato dalla bara dei loro cari la bandiera di un Paese che non li ha protetti e – a lungo – non lo farà dopo. E la città, a piangere i suoi morti, compatta in un silenzio che – alle orecchie di quello stesso ragazzino e futuro che ora lo ascolta, suona come il più lacerante degli urli. E tuttavia, mentre Piazza Duomo piange i suoi morti scandendoli con i singhiozzi trattenuti di una bambina a fare da metronomo, ci sono altre due, bambine, che hanno incartato per il papa un pacchetto di sigarette come regalo di Natale e non sanno che non lo vedranno tornare. I cassetti di casa, anche quello delle caramelle, l’hanno già rovesciato degli uomini in borghese, carta su carta, sopra i regali di Natale per le sue bambine, Claudia e Silvia, che hanno – anche loro, come i figli di Pietro Dendena, di Giovanni Arnoldi, una quantità di anni che si può contare sulle dita di due mani.

Il ragazzo delle caramelle, Pino Pinelli, nel 1969 è diventato un uomo, un padre, è sempre un militante anarchico, ha 41 anni. Uno dei tanti interrogati, in quelle ore, nel terrore di chi li conosce che sa che “adesso, gli daranno la colpa di tutto”, anche se non solo non hanno fatto niente, ma niente di male, su di loro, si potrebbe mai trovare. Eppure non serve avere un motivo, o forse semplicemente accade (questo, 55 anni dopo, ancora non lo sappiamo) perchè quell’uomo muoia, la notte del 15 dicembre, nell’impatto quattro piani sotto la finestra della Questura. A sua moglie e a sua madre lo diranno i giornalisti, perché il commissario risponderà, invece “sa signora, qui abbiamo molto da fare”. E il compito di continuare, e di pretendere risposte che non avrà, con fermezza e con coraggio, resta a sua lei, Licia Rognini, la ragazza che aveva sposato pochi anni prima con i padri, uno anarchico e uno socialista, entrambi fuori dalla chiesa.
La ragazza e poi la donna a cui Laura Curino si rivolge, con la dolcezza e l’accorato rigore dell’interprete di razza, in un dialogo che percorre tutta la densissima ora e mezza di questo lavoro. Un “tu” che, più che incarnarla, in modo più acuto e forse più suggestivo, evoca la presenza di una donna che manca da un anno esatto al momento in cui si va in scena – ed a questo anniversario si deve il provvidenziale ritorno in scena di questo testo – ma che ha intriso del proprio coraggio e del proprio esempio tutti i cinque decenni che ci separano dal 12 dicembre 1969. Nonostante la postura composta che gli interpreti scelgono, e difficile non cedere alla commozione, rivedendo due sorelline che si accapigliano su quanto fosse lecita la speranza.

Ma, ci si augura, e anche inevitabile sentirsi chiamati al senso di responsabilità, mentre questo esempio da antologia di teatro di narrazione e di teatro radicalmente politico, restituisce le voci di Licia e di Pino, la diciottesima vittima della strage, e quelle delle altre diciassette, a una platea fortunatamente piena di ragazzi, a una platea a cui gli oggetti di ogni giorno sembreranno forse archeologia (che effetto fa, a un diciassette del 2025, un mangiadischi?) eppure di certo sono serviti ad avvertire – anche per non averla voluta rendere soltanto una storia efficace da raccontare, pur se è anche questo tutta la forza di una verità che tocca a loro conservare, oggi che mentre si velano le colpe del fascismo resta la voce di Licia, che – le parole pronunciate da Laura Curino sono omaggio, calore e tenerezza intrise di poesia, franche come colei a cui vengono rivolte – è stata “tu, noi, persino voi”, pagando il prezzo di non essere più, come chi resta, soltanto “io”.
Foto di copertina: © Jacopo Gussoni
Foto interne: © Laila Pozzo