Il principe dei sogni belli o il ring della verità

In Teatro

In scena fino a domenica al Teatro Franco Parenti un poetico e lucido scontro tra un padre e un giovane figlio dei tempi. Con Il principe dei sogni belli, Tobia Rossi firma un testo di grande qualità e ricchezza di spunti, con due interpreti di emozionante sincerità.

“Non c’è finzione, è la realtà di chi interpreta. Io scelgo un attore per ciò che è, non per quello che interpreta. Altrimenti, sarebbe ripugnante” Così Pier Paolo Pasolini spiegava ad Agnès Varda la propria idea del rapporto tra veritá e finzione, per le strade di New York. Un approccio utile a leggere anche “Il principe dei sogni belli”, di Tobia Rossi, in scena al Teatro Franco Parenti, in molteplici versi. Benchè infatti questo lavoro sia formalmente presentato come una favola nera, di favola ha ben poco, salvo che si voglia limitarsi a leggere come elemento qualificante le squame che uno dei due protagonisti in scena porta sulla schiena, e – attraverso di esse, e una massa elettrica di capelli blu – la sua autoidentificazione con Dragon, un personaggio, quello si, di finzione, protagonista di un manga giapponese. 

Eppure le squame e i capelli sono posticci, e lui lo sa. Non cosi Bruno, il figlio dell’uomo che gli siede davanti, che ha 23 anni, e autistico, e in quello stesso manga ha trovato il senso e il linguaggio per raccontare la propria vita a un mondo che non riesce a sintonizzarsi con lui. Ne con i suoi bisogni, che a 23 anni hanno la forma dell’esigenza di un contatto sessuale che e, a sua volta, una possibilità di dialogo con il mondo, e forse qualcosa di piu se vale la l’esegesi che Dragon farà della scelta che spinge Bruno – tramite suo padre – a desiderare lui e lui soltanto, a dimostrazione di molte cose – in un testo dai piani di lettura complessi e stratificati – tra cui di quanto il dire di sé, lungi dall’essere una competenza da considerare presente o assente in una cartella clinica, si possa esprimere in infinite varianti. 

Compresa quella di abitare una finzione narrativa come la propria, unica possibile. come una forma di quella che lo stesso Pasolini ha chiamato “realtà visuale”. Il riferimento Pasoliniano potrebbe rivelarsi calzante anche considerando che Dragon, nei lucidissimi 18 anni di chi ha molto vissuto, potrebbe essere l’evoluzione dei ragazzi di vita che popolavano i romanzi del poeta di Casarsa, e con loro condivide l’ironia tagliente, una saggezza che lo esorbita, una marginalità che lo spinge a usare l’arma del ricatto, quando la situazione gli renderà evidente di poterlo fare, con l’assenza di scrupoli prodotta naturalmente dall’assenza di alternative. 

Quelli delle borgate conservavano l’alterità rurale che per il loro narratore li definiva, mentre questo è un perfetto figlio dei nostri tempi: armato di smartphone, porta i suoi tatuaggi e i suoi piercing al tavolo di un McDonald, per contrattare quello che, oggi, con una dizione più precisa e meno bigotta si chiama “sex work”. Gli uni e l’altro, tuttavia, sono portatori di una sincerità radicale, una sorta di antiretorica purezza che mette Elio, il padre di Bruno, e con lui tutta la società che li osserva, alle proprie contraddizioni e ipocrisie: alla verità, dunque, che emergono luminose e brucianti proprio nel venire rappresentante. E il merito è anche dell’interpretazione: Riccardo Festa incarna con un’intensità commovente e mai patetica l’impotenza di Elio, padre ferito e innamorato, forzato dal desiderio di dare a suo figlio le possibilità che il mondo gli nega e la fatica di riconoscere un limite e provare ad abitarlo, quando sai che non compete a te ma alla persona a cui vorresti consegnare il mondo.

Elio è un padre che porta tutte le ambiguità di un caregiver, sospeso tra quello che non riesce a dire e la realtà che ha costruito intorno a suo figlio – e prima ancora a se stesso – per migliorare la qualità della sua vita e provare e allontanare entrambi da cui non sa come proteggere suo figlio, tanto più ora che e rimasto solo e lo schermo che separava Bruno dalla realtà – sua moglie Carla, con tutte le sue certezze sulle colpe del mondo, sono venute meno. E allora meglio seguire Bruno – protagonista in assenza, come troppo spesso accade a tutti coloro che non hanno, per prendere parola, una lingua che il mondo e disposto a considerare e validare – dentro un mondo fatto di personaggi immaginati ma che possono quello che sembra irraggiungibile: amare, innanzitutto.  

Noemi Francesca da corpo a un ragazzo che non potrebbe essere più spietatamente toccante nella sua sapiente indolenza, autentico nelle posture e nei toni di un poco più che adolescente quanto basta a inserire in questo, gia densissimo, lavoro, anche la coloritura ulteriore di un conflitto tra generazioni – i figli di oggi e i loro padri – che come in ogni tempo pur affannandosi faticano a capirsi. Forse per questo la regia intelligente di Pierpaolo Sepe li oppone ai due lati di un tavolo che funge da metaforico ring, o ai lati opposti di una scacchiera abbastanza in alto da dover cercare l’appiglio del terreno e in cui, col procedere delle mosse, il re/padre si scopre, nei  suoi bluff e le goffe fughe in avanti,  ad uno scacco dove la posta in gioco e il delicatissimo castello di carte di due vite che finiranno col modificare una terza.  

Una verità che emerge, come dl buio della scena una luce che palpita, e che tuttavia, nel farsi abbaglio, a tratti serve per celare piú che per mostrare, come il posizionamento di profilo dei due protagonisti ne nasconde spesso gli occhi, e come i costumi dei ruoli interpretano – dentro come fuori dal palcoscenico: finzione che non sono altro che una ulteriore, piú profonda, veritá. Tutto questo, fa del Principe dei sogni belli (fulmineo, nella sua brevità, e calibratissimo) uno spettacolo di altissimo livello, in cui Tobia Rossi è capace di tener dentro i desideri inconfessabili, dal corpo al futuro, il tema del diritto all’affettività delle persone con una disabilita, il loro modo di stare nel mondo e di esserne percepiti, il diritto degli altri di sovradeterminarli e il modo in cui lo fanno. 

Ma anche il mestiere difficile dell’essere genitori adeguati, crescere insieme: la capacità di mettere in discussione, come individui, il modo in cui cerchiamo di rapportarci con il mondo. E, ancora una volta, se la finzione – o meglio, la rappresentazione – sia un modo per fuggire le cose o per decodificarle, un tradimento della fiducia di chi non ha strumenti per difendersi o la via per accedere a un grado, più profondo anche se non necessariamente consolante, della realtà. E – di essa come di questo lavoro – qualsiasi frammento meglio risuoni in chi osserva, è abbacinante. Non come i poteri di Joshi, il personaggio del manga in cui Bruno identifica se stesso, ma come il momento di chiarezza che nella vita di ogni giorno cerchiamo e – di noi e dell’altro – ci sfugge.

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