Il paragone è su tutti i media: la terribile crisi che Cuba sta vivendo per mano di Trump ricorda il tempo buio e pieno di privazioni degli anni ’90, il Périodo especial seguito al crollo dell’Unione sovietica. Tempo in cui una giovane giornalista italiana trascorre un anno all’Avana, senza visto, con pochi soldi e molta voglia di restare…
Mi sono ricordata del mio anno a Cuba, più di trent’anni fa, dopo che Donald Trump ha decretato il suo criminale embargo del petrolio e l’isola è precipitata in una spaventosa crisi economica che i giornali hanno paragonato al Período Especial, la catastrofe provocata dal crollo nel 1991 dell’Unione Sovietica da cui Cuba dipendeva per la propria sopravvivenza economica. L’anno che ho passato a Cuba era quello dal ’94 al ’95, nel pieno della crisi e la miseria era nera, aggravata dagli apagones, i black out, continui e dalle mille privazioni che rendevano la vita per i cubani terribilmente gravosa. I dettagli di quella miseria, che per una serie di motivi diventò anche la mia, mi si sono presentati alla mente tutti insieme, uscendo tutti insieme e attingendo agli appunti che avevo scritto in quel periodo, mentre leggevo della disperata situazione della Cuba di oggi.

Una mattina mi son svegliata.. Il primo giro lo facevo la mattina presto, dopo la colazione che consumavo insieme ai vicini-clienti di Maya nel grande patio intorno a cui si raccoglieva la casa e in cui ci rimbeccava schiamazzando un variopinto pappagallo che tutto l’isolato conosceva come Coti, abbreviativo di Cotorra che vuole dire appunto pappagallo. Maya serviva caffè e uova (quando si trovavano) per arrotondare lo scarno stipendio che le pagavano in un qualche economato, otto dollari al mese insufficienti per vivere anche con l’integrazione della libreta, la tessera di razionamento che negli anni grami del Período Especial assicurava forse un chilo di fagioli e quattro pagnottelle secche e piatte che avevamo soprannominato “el pan de Fidel”. Oltre a servire quelle colazioni a pochi pesos Maya affittava due stanze del suo palazzo splendido e cadente nel centro del Vedado e un dollaro a notte, in una delle due abitavo io.

La colazione era il pasto più lungo delle mie giornate, e diventava infinito per effetto delle chiacchierate con quei selezionati vicini commensali: la ballerina Mercedes del Balet, la Scuola di Ballo della famosa Alicia Alonso nel palazzo accanto al nostro, a cui l’impeccabile chignon in cui raccoglieva i capelli neri e lucidi e la puntigliosità delle mise conferiva una distinzione per cui era nota nel quartiere, e l’architetto Arturo, un signore pelato e ironico detto per scherzo el compañero Arturo per il suo irriducibile odio per Fidel.
La mia camera era un locale grande e impressionantemente alto, con il pavimento coperto di mattonelle sbiadite e una porta lunga e stretta alta quasi fino al soffitto. Delle due finestre, una, piccola e alta, dava sul cortile del palazzo accanto, il prestigioso Balet di cui sopra, l’altra, che si affacciava sul patio, era coperta da un armadio vacillante su due gambette in legno fradicio. Le pareti, bianche, scrostate e gonfiate in alcuni punti da enormi bolle di umidità, erano quasi completamente spoglie, se si eccettuava un crocefisso gigantesco proprio di fronte al letto, un calendario e un’enorme tela senza cornice su cui erano dipinte grandi macchie marroni e nere su uno sfondo bianco che si confondeva con la parete. Il letto, che era enorme, oscillava a ogni movimento, e in perfetta sincronia con il letto si muoveva il lampadario, lungo e stretto come quello di un ospedale, e che di un ospedale proiettava la stessa luce mortale e fredda. Infine, nella stanza c’era anche un ventilatore, autentico prodigio tecnologico in mezzo a quel cumulo di cimeli.
L’immagine tutta italiana delle assolate case habanere, inondate di sole tropicale, era svanita a mano a mano che passavano i giorni e al suo posto c’era questo senso di angustia, la stanza alta e stretta schiacciata tra pareti di alte case, grigie e bianche e tanto alte che il sole ne stava fuori.
Ma per il resto il palazzo di Maya era una meraviglia: gli ammacchi, le pareti che in molti punti cadevano a pezzi, i mobili raccattati e i soffitti filati di crepe, incurvati per l’umidità, aggiungevano fascino al fascino: tutte le stanze, alcune delle quali non erano altro che mucchi di calcinacci, si affacciavano su un enorme patio pieno di piante tropicali e di fiori. Tra le porte e il patio si aprivano enormi archi bianchi, e un altro arco in ferro battuto separava la sala d’ingresso perennemente in penombra, con volte altissime e sedie a dondolo, dalla camera da pranzo, adibita alle feste e alle cene importanti, aperta anch’essa sul patio. Dei quattro lati che delimitavano il patio tre appartenevano alla casa di Maya, mentre il quarto era il muro di confine che separava il palazzo dalla casa di fianco, molto più piccola di quella di Maya ma altrettanto vecchia, rovinata ed elegante. Attraverso il muro, alto poco più di un uomo, c’era un via vai continuo di cose in prestito, informazioni e pettegolezzi. Ogni tanto i vicini si incontravano, per esempio quando Coti scappava dal trespolo e si rifugiava nel giardino dei vicini, e tutti da casa di Maya lo rincorrevano con i rastrelli. Ma le relazioni tra le due famiglie erano in gran parte mediate dal muro.
Maya non faceva altro che spignattare, lavare, stirare, preparare bocaditos e spremere frutta dalla mattina alle sette fino alle 9 di sera, si lamentava del troppo lavoro e imprecava contro il suocero, il Tuerco, quando lo incrociava, ubriaco, nel patio, tre volte al giorno, e sempre all’ora dei pasti. Contro Tuerco, ubriacone e perdigiorno anche se simpaticissimo si sfogavano la stanchezza e la frustrazione di Maya, le ambizioni e le speranze svanite anche le rare volte che Tuerco non era ubriaco e aveva fatto quel giorno tutto quello che Maya gli aveva chiesto di fare, anziché sparire la mattina e farsi rivedere soltanto per mangiare. “Maledetto scroccone”, sibilava Maya appena vedeva il Tuerco. “Ti andasse di traverso tutto quello che ti mangi a ufo. Potesse esploderti il fegato per il bere e potessi schiantarti con quella maledetta moto tanto che di te non si ritrovi nemmeno un pezzetto e sia impossibile ricostruirti. E dopo, una volta morto, volesse Dio precipitarti nell’inferno e lì farti cuocere in eterno, tra sofferenze così grandi che passeresti il tempo a piangere e a pentirti per tutto quello che hai fatto passare a me e alla mia povera famiglia”. Quando Alberto, il marito di Maya, tornava dal lavoro, elegantissimo, con la giacca e i calzoni blue che Habanatour forniva a tutti i dirigenti, Maya gli raccontava, per prima cosa, che il Tuerco si era ubriacato di nuovo, e Alberto, che durante la settimana non beveva e su questo punto non sentiva storie, benché stanco morto era costretto a cercare il padre nella sua stanza, a sgridarlo e a umiliarlo davanti a tutti, per non perdere la faccia davanti alla moglie.
A spasso per l’Avana. Uscivo dalla casa insieme all’ultimo vicino per imbarcarmi in quel primo giro di perlustrazione lungo strade che conoscevo a memoria, e in cui incontravo sempre le stesse facce e, salvo sorprese, sempre nello stesso ordine. Avevo bisogno di ritualità, di punti fermi che compensassero la totale follia di quel viaggio. Ero partita per L’Avana per restare uno, due mesi al massimo e invece continuavo ad allungare quel soggiorno una settimana dopo l’altra fino a quando quelle settimane diventarono un anno. Un anno con il visto per un mese. E con i soldi per un mese che a mano a mano che il mio soggiorno andava avanti imparavo ad arrotondare con piccoli traffici che non è onorevole ricordare adesso, anche se sono passati trent’anni e avevo la giustificazione di essere giovane e molto povera e alla fine erano i più innocui tra i negocios con cui sopravvivevano i cubani e non ammazzavo né derubavo nessuno, né spacciavo droga o altro.
In quel mio primo giro sempre uguale percorrevo il pezzo di Calzada che portava dalla mia casa all’Hotel Presidente, un albergo rosa e fucsia appena rifatto, all’angolo tra Calzada e Avenida de los Presidentes e mi spingevo poi fino alla tienda in dollari la cui scarsa offerta, quasi miserabile, offriva una stringata scelta di prodotti tra cui la margarina, essenziale per la mia dieta quotidiana, e un olio dal sapore evanescente. A volte arrivavo fino al Malecón, mi sedevo sul muretto che separava la città dal mare, guardavo le onde scure dal colore ostile e immaginavo la Florida a 150 chilometri, le coste della Florida dall’altra parte dello stretto.

Quel breve tratto, forse duecento metri, che separava la mia casa dal Presidente tra palazzine coloniali tenute alle meglio rappresentavano un piccolo spaccato della vita a Cuba nel Período Especial visto che ogni volta incontravo una marea di persone che fosse mattina, sera o notte, che ci fosse sole o pioggia, luce o buio sulla Calzada: inquilini delle case vicine che facevano ora sulla strada benché tutti avessero, ufficialmente, un lavoro molto malpagato che serviva per la maggior parte a riempire le pause tra una fase e l’altra della “lucha”, la lotta quotidiana per trovare il cibo al mercato nero, il pezzo di ricambio per l’auto per i pochi che l’avevano o per la cucina, il cesso, l’attesa estenuante della guagua, gli autobus che passavano ogni due, tre ore e nelle cui fermate si accalcavano file scoraggianti di aspiranti passeggeri. Per colpa della lucha, molto più che per quel lavoro svolto con il contagocce, i cubani erano sempre distrutti e si lamentavano in continuazione della fatica di quella vita infame.



Nel tragitto incontravo, prima, seduti sul sidecar del Tuerco, autentico cimelio che ogni volta era un’impresa far partire, il Tuerco e Narciso, l’anziano nero che abitava nella casa diroccata due palazzi dopo il nostro, entrambi ubriachi già alle nove del mattino. “Ehi, amiguita” mi chiamava Narciso che aveva l’aspetto di un vecchio corvo e la stessa voce, stentorea e arrochita. “Come va Narciso, è già spuntato il sole?”. Era una metafora che avevano inventato loro due per dire che avevano trovato il rum. “Ih! Ih! Ih!” tossicchiava Narciso scuotendosi per le risate “Eh! si, oggi c’è proprio un gran bel sole”. Qualche volta mi diceva: “Ho tre figli, uno più bello dell’altro, e tutti e tre innamorati di te”. Non era vero, naturalmente, ma da tempo cercavano di andare via da Cuba, e sposare una italiana era uno dei sistemi. I figli di Narciso erano effettivamente bellissimi, alti e forti e non somigliavano affatto al padre. Incontravo il più giovane tre metri più in là. Era un mulatto ventenne, che sembrava un toro: “Buon giorno, come sta?” mi chiedeva educatissimo. Dal secondo piano di una casa moderna, tutta scrostata, Manolo il dolciaro, seduto sulla verandina con i piedi sulla ringhiera, mi chiamava: “Pss, pss, bellissima”. Il cameriere nero e invariabilmente sorridente, che notte e giorno presidiava il club in cui andavo a comprare le sigarette populares a dieci pesos cubani, quando non trovavo il guercio all’angolo, mi salutavava ogni volta come se non mi vedesse da mesi: “Ehi, finalmente, e come stai?”. Qualche volta incrociavo Cesar, un mulatto grassoccio che abitava nella casa all’angolo: “Sei sparita”, diceva con tono di supplica, come se stesse per piangere. “Quand’è che posso farti una visita?”.
Sopravvivere. Era illegale affittare una stanza come quella che avevo preso nel palazzo di Maya, comprare al cambio nero e mangiare nelle prime paladar, i ristorantini artigianali ricavati nelle case. E lo era soprattutto stare sull’isola con un visto scaduto da mesi, con il terrore che mi chiedessero i documenti per un qualche caso e si accorgessero che ero clandestina e mi portassero nel carcere del Combinado del Este e mi mandassero via da Cuba. Io non volevo andarmene da Cuba nonostante la fame, la fatica e la preoccupazione di svegliarmi ogni mattina con l’angoscia di procurarmi da mangiare. Gli altri italiani che vivevano nell’isola facevano avanti e indietro da Nassau a Cancun da cui rientravano in giornata, allo scopo di prorogare i termini del soggiorno, ma per me era un sistema troppo caro: il volo andata e ritorno costava minimo duecento dollari, quanto mi bastava per vivere un mese. Non era illegale invece vendere ai turisti lo yogurt di soia che forniva la libreta e che i cubani schifavano e prendere la percentuale sugli affitti che gli amici in visita pagavano agli habaneros con qualche stanza libera nelle loro case, quello era solo un pochino scorretto, o poco da amici, ma avevo troppa fame per farmi scrupoli eccessivi ed era subentrata in me una strana logica: per loro cinque euro in più al giorno non erano nulla, per me erano due giornate almeno senza preoccuparmi di come procurarmi da mangiare.

In bicicletta. Dopo quel primo giro di perlustrazione tornavo a casa a prendere la bicicletta china, cinese, su cui andavo davvero alla scoperta dell’Avana o con cui mi spingevo, da un certo punto in poi del mio soggiorno, fino all’Hotel Copacabana, nel quartiere Miramar, il più elegante dell’Avana pur negli evidenti segni di degrado e alla cui piscina avevo accesso grazie all’abbonamento che mi avevano regalato tre ricchi pensionati italiani, prima di andarsene da Cuba. Nuotavo a lungo e ordinavo agua de la pila, del rubinetto, e a volte, quando arrivava qualche raro pagamento o concludevo qualcuno di quei miei negocios, mi concedevo il lusso di una pizza che dividevo a metà con Ana Iris, una studentessa di inglese che era diventata la mia amica del cuore. La bicicletta me lo ero comprata all’inizio del mio soggiorno, quando ancora vivevo nel Miramar, per venti dollari, da una certa Sonia. L’avevo provata un po’ sulla Septima prima di decidermi a comprarla, e mi sembrava che nel complesso funzionasse, nonostante la catena coperta di ruggine e benché tirasse decisamente a destra. Ero così eccitata dal fatto di avere finalmente un bicicletta mia che alle 8 del giorno dopo ero già arrivata, con la china, all’Avana Vecchia, dopo avere attraversato il Miramar, superato il Puente hierro che lo separa dal quartiere Vedado e percorso tutto il Malecón, il lungomare più bello del mondo. Quando, rientrando – anziché ripercorrere il Malecón avevo preso le strade interne al Vedado fino all’Hotel Nacional – avevo imboccato la discesa che portava dall’albergo al mare, mi ero accorta che i freni non rispondevano: un camion era sbucato improvvisamente da una strada laterale, avevo frenato a vuoto e avevo dovuto sterzare a destra per non schiantarmi. Ma dato che andavo molto veloce ero finita contro un negozio ed ero caduta sbucciandomi il polpaccio. Avevo corso come una lippa fino a casa di Sonia, e mezz’ora dopo ero di fronte al suo portone. “Sei una delinquente!”, avevo gridato, anche perché non avevo mai sopportato Sonia. “Ti giuro che ti denuncio”. Sonia aveva implorato il cielo, aveva urlato anche lei, aveva giurato che i freni avevano sempre funzionato benissimo. Le avevo detto: “Provali, allora”. Era salita sulla bicicletta e aveva stretto i freni che stringevano a vuoto. Aveva guardato di nuovo il cielo con aria affranta, giungendo le mani. “Sabotaggio”, aveva esclamato.
Quando non potevo usare la bicicletta, giravo in autostop, pidiendo botella come si dice a Cuba. Di solito cercavo di salire nei camion che mi caricavano dietro e nei pick-up, per non parlare con il conducente e non rischiare che mi facesse pagare la corsa. La parte scoperta dei camion era sempre zeppa di gente che aveva fatto l’autostop prima di me, e per salire non c’era bisogno che mi vedesse il conducente, bastava aspettare che il camion si fermasse a un semaforo, fare un segno a quelli sopra, prendere la rincorsa ed ecco che si allungavano mille braccia per tirarti su. Quando non trovavo camion e mi toccava accettare i passaggi sulle auto, dicevo di essere una brasiliana arrivata qui clandestinamente, e di non avere un soldo.
Al mercato. Due volte alla settimana andavo al mercato agro-puecuario 19 entre a y b, dieci strade sopra casa mia, che benché povero e sguarnito come tutti quei mercati era uno dei più forniti in città. Compravo una libbra di carne di maiale, un po’ di banane e yucca. La carne costava trenta pesos cubani alla libbra, che al cambio attuale corrispondeva a un dollaro. Mischiandola con molte patate ci tiravo su due spezzatini. Arrivavo al banchetto, indicavo la carne che volevo e insistevo perché le togliessero il grasso. Il ragazzo della carne protestava: “Il grasso fa parte della carne”. “Qui non c’è carne, c’è solo grasso”, dicevo. Il ragazzo levava un po’ di lardo e pesava il pezzo di carne. Controllavo la bilancia, che era un po’ taroccata, dicevo: “Questa bilancia bara” spostavo l’indicatore, dicevo: “Adesso pesa bene”. Uno lì vicino sospirava: “E’ arrivata la fiera”. Il ragazzo della carne, che era uno giovane e con gli occhi ardenti, mi diceva: “Perché non ci sposiamo, io e te?”. Qualcuno da lontano gridava: “Sposarsi con la fiera, bell’affare fai”. “Le fiere si ammansiscono” rideva il ragazzo della carne.
Quando avevo soldi mi compravo una cajita da un dollaro per pranzo: una scatoletta di cartone che conteneva un mini-pasto completo a un dollaro, con carne, fagioli, tostones e pomodori, e una fetta di lattuga sul fondo della scatola. Le cajitas dell’agro erano le più buone perché la carne era fatta sul momento e i fagioli erano in umido, affogati in un sugo speziato e squisito. Compravo yucca e lattuga e a volte un pezzo di lardo di maiale per il minestrone, che sistemavo dentro la borsa così, con il sangue e tutto, perché mi dimenticavo sempre che all’agro non avevano carta, e bisognava portarsela da casa.
Un altro posto in cui trovava sempre qualcuno di conosciuto era la Tienda della 70, il supermercato più grande e fornito dell’Avana, ma anche questo, che all’inizio mi era sembrato un luogo infame, era diventato troppo caro per me. E infine c’erano le grandi caffetterie economiche intorno alla Rampa, dove si compravano le pizze con un dollaro, dopo avere fatto una fila infinita. Ma non incontravo mai nessuno, nemmeno i più miserabili tra quelli che conoscevo, nei ristoranti di stato in cui andavo a mangiare quando la mia situzione economica precipitava fino a una vera indigenza, nudi locali disadorni e poveri in cui un pranzo completo costava meno di 300 lire. Il pasto era costituito da riso bianco scotto e pessima carne di coniglio o di tacchino, succo di mango annacquato e una banana, ed era mangiabilissimo se uno aveva proprio fame, ma nessuno che avesse un po’ di amor proprio si sarebbe mai abbassato ad andare in uno di questi ristoranti, che erano sempre pieni di vecchi operai, di coppie ordinarie e di tutta la gente che a Cuba era nel gradino più basso della scala sociale.
Andavo in giro per la Habana Vecchia e il Miramar ma anche al Fanguito, il miserabile quartiere dalle strade di fango e a volte mi spingevo fino alle zone più lontani e malfamate di Guanabacoa e San Miguel del Patron, sfrecciando tra le vecchie Lada con la mia bici disastrata. Ma soprattutto andavo in Centro Habana che era il quartiere più antico e popolare, l’anima povera e tradizionale dell’Havana, in gran parte nera, dove si concentravano tutte le usanze e le caratteristiche che non trovavi altrove, ed era così grande che ogni perlustrazione era una scoperta, e a volte mi perdevo nelle strade dissestate su cui si affacciavano palazzi rovinati. Nel Centro Habana c’era una certa anima così marginale che i cubani la snobbavano, locali così squallidi da diventare quasi suggestivi come il Bela Vista, in cui trascinavo gli italiani di passaggio quando insistevano che volevano vedere la Cuba vera. Eccola la Cuba vera: quella balera scalcinata illuminata da una luce fredda come negli ospedali, e in genere deserta salvo qualche casalinga in bigodini e vestaglia e qualche signore di mezza età che parlava da solo a un tavolino e in genere si addormentava davanti allo spettacolo nonostante gli sforzi del presentatore, uno che sembrava che avessero tirato appena fuori dal letto, gli avessero messo addosso una marsina lisa e lo avessero portato lì a presentare quello spettacolo deprimente: un travestito alto e grande con spalle e braccia da lottatore fasciato in un vestito azzurro coperto di lustrini, avvolto in un rudimentale boa di struzzo ma dotato di una voce divina, profonda e toccante.

Un altro posto vero ma questa volta pieno di carattere era il Mercado Cuatro Caminos, che avevo scoperto un giorno in cui per il mal tempo era scattato l’allarme su tutto il Malecón, onde gigantesche si infrangevano sulla muraglia e precipitavano poi sulla strada con un rumore di cascata. Il lungomare era bloccato alle macchine e alle biciclette e così avevo tagliato per l’interno, addentrandomi in stradine sempre più piccole e sordide e seguendo curve a gomitolo e viuzze sconosciute una uguale all’altra, anonime e interminabili, finché non mi ero trovata in una via completamente dissestata, con l’asfalto rotto in molti punti, fiancheggiata da portici in rovina, da colonne scorticate fino allo scheletro, rappezzate e aggiustate alla meglio. Le case affacciate sui portici, di cui si vedeva l’interno dalla strada, erano brutte e buie e anche queste rappezzate e aggiustate, ma incredibilmente piene di gente – gli abitanti erano solo neri – e così pulite che i pavimenti si vedevano brillare da lontano. Schierato di fronte a uno dei portici, si apriva il gigantesco mercato Cuatro Caminos, il più grandioso emporio alimentare dell’Avana che con la sua incredibile rassegna di animali vivi, di tonnellate di frutta ammassate sui banchetti o per terra, di venditori bianchi e neri a prima vista più cenciosi di quelli degli altri agro, delle piramidi di yucca, patate, cipolle, fagioli sparpagliati per terra e raccolti alla benemeglio sopra fogli ingialliti di giornale mi aveva fatto un’ impressione simile a quella che avevo provato otto anni prima davanti alla cattedrale dell’Avana: era anche quello un monumento, in qualche modo. Fuori dell’agro, lungo le due strade di Matadero e di Monte, c’erano almeno quattro negozietti di yerberos, venditori di erbe magiche e medicinali, il cui uso è stato proibito fino a pochi mesi fa, ennesima conquista della tolleranza, pieni di erbe, amuleti, ferri di cavallo e polveri, pozioni magiche, quadretti portafortuna e le pietre di cascadilla, una polvere bianca che, a cospargerla sul corpo e sulle mani, pareva che favorisse la sorte. Su un banchetto di uno degli yerberos avevo visto un fascio di bacchette di legno e avevo chiesto al venditore, un tizio con un cappellino americano, se i palos in legno che vendevano erano solo per la stregoneria “palera”. Il venditore si era un po’ imbarazzato. “Non solo” aveva detto “Servono anche per accendere il fuoco, se uno vuole”.
Ho un amico in Italia… E poi c’erano loro, gli jineteros. Che si avvicinavano con larghi sorrisi, chiedendo: “Permette una domanda, lei è italiana?”. Poi dicevano: “Ho un amico in Italia, si chiama Giuseppe, o Antón io, o Giovanni. Vive a Napoli, o a Milano, o a Bologna. Uno con i capelli a caschetto, o corti, o lisci, bravissima persona”. Ma molte volte non erano così educati. Ero seduta a un tavolino da sola a bere una birra, o un caffé, ed ecco che due jineteri si sedevano al mio tavolo, attaccavano discorso e mi chiedevano se potessero offrirmi qualcosa. Che accettassi o rifiutassi ne approfittavano per ordinare anche per sé panini, birra e pollo e le prime volte pensavo a come fare per non fargli pagare la mia parte, perché sapevo che erano poveri. Ma non c’era pericolo. Quando arrivava il conto i cubani non facevano nemmeno il gesto di mettere mano al portafoglio, e il cameriere stesso guardava me, aspettandosi che fossi io a pagare. Questa manfrina si ripeteva regolarmente quando ero sola. Le prime volte avevo pagato la mia parte lasciando gli jineteros a cavarsela mentre il cameriere mi guardava allibito, poi avevo deciso di affrontare il problema sul nascere, impedendo ai ragazzi di sedersi. “Per favore”, dicevo. “Davvero non ho soldi, non posso pagarvi niente. Cercatevi una straniera più ricca, con me non si fanno affari, sono nella merda anch’io”, e i cubani ridevano: “Che razza di straniera”, dicevano, allontanandosi. “Ma da dove arriva questa?”.
Le interviste, le inchieste. Per non perdere del tutto il senso di identità e dare un minimo di senso al mio soggiorno a Cuba ogni tanto facevo interviste, che oltre a essere proibite dato che non avevo accredito né visto, erano per lo più inutili perché a chi mai poteva interessare quello che mi raccontava Javier Sotomayor, uomo record del salto in alto cubano? Appoggiato al Mercedes rosso fiamma, guadagnato in Spagna in occasione di una qualche vittoria, unico segno tangibile di gloria insieme al titolo di Principe di Asturias, con coprisedili massaggianti e aria condizionata davanti allo stadio Latinoamericano dove lo avevo beccato tra un allenamento e l’altro, rispondeva svogliatamente alle mie domande e intanto organizzava con i suoi compagni una festa per quella notte, uno dei tanti campioni senza una storia speciale, una vita di umiltà decorosa prima della gloria, e poi di gloria e della stessa umiltà decorosa. E così anche la poco originale inchiesta sulla medicina psichiatrica a Cuba che avevo cominciato con un certo impegno e abbandonato dopo aver conosciuto quel personaggio macondiano che era il dottor Acuña? C’ero arrivata lungo una catena partendo da una ex spia e passando per un medico, anche lui ex agente dei servizi, per poi approdare al direttore di un qualche ente che si occupava di turismo di salute. Il direttore mi aveva promesso come sempre mari e monti, cioé di presentarmi mezzo mondo medico cubano, ma l’avevo dovuto chiamare per settimane e solo alla fine, dopo molte telefonate e insistenze, ero riuscita a farmi fissare un appuntamento con qualcuno di importante del Mazorra, l’ospedale psichiatrico.

L’appuntamento era per le 9,30 nell’ufficio del direttore del turismo di salute, una palazzina bianca nel Vedado a dieci minuti da casa mia. Ero arrivata puntuale nonostante piovesse e la bicicletta si rifiutasse – come sempre quando pioveva – sia di frenare sia di camminare, tanto che alla fine l’avevo dovuta trascinare io fino al posto dell’appuntamento, e frenare poi con i piedi quando avevo ridisceso le stradine che precipitavano nella Calzada – ma naturalmente il tipo del psichiatrico non c’era. “Mi dispiace, l’uomo ha avuto dei problemi” mi aveva detto il direttore del turismo di salute “ma qui c’è una persona che può interessarle conoscere” indicandomi il dottor Acuña. Avevo stretto la mano a un uomo grassoccio con corti capelli a spazzola e occhi furbi, seduto con importanza su una sedia a dondolo. Era completamente vestito di bianco, con molte collane colorate al collo: in altre parole, un santero. Il direttore si era dileguato lasciandomi sola nel patio col dottor Acuña. Eravamo rimasti in silenzio per un po’, poi l’uomo aveva tirato fuori da qualche parte un biglietto da visita e me lo aveva dato come mi stesse facendo chissà che regalo. L’avevo buttato nella borsa senza guardarlo. Non me ne importava niente del dottor Acuña e non volevo intervistarlo né parlare con lui. Ero furiosa con il direttore del turismo di salute che mi aveva fatto arrivare fino a lì con la pioggia a perdere tempo, ero furiosa con tutti i cubani ed ero furiosa con me che continuavo a fidarmi e a dargli retta. Ma il dottor Acuña, offesissimo: “Guardi il biglietto” mi aveva urlato, costringendomi a ripescare dalla borsa il cartoncino variopinto con una scritta lunga tre righe che riassumevano il lungo e autorevole curriculum del dottor Acuña, nome e cognome stampati più grandi insieme alla professione del dottore: “Psiquiatra-babalaw”. Babalaw è la massima carica della religione afrocubana yoruba. “Sono l’unico psichiatra-babalaw di questo paese” aveva detto l’uomo “credo che più che un articolo sul mondo medico e psichiatrico varrebbe la pena che facesse un’intervista a me”. Avevo guardato la pioggia che continuava a cadere fitta intorno al patio e avevo deciso che intervistare il dottor Acuña era sempre meglio che imbarcarmi in una passeggiata sotto quell’acqua e così avevo tirato fuori una penna e il quaderno per le interviste che mi aveva regalato Maya, e avevo fatto qualche domanda al dottor Acuña. Quest’ultimo non aveva in realtà niente di interessante da dirmi. Non aveva nemmeno voglia di rispondere alle mie domande. “Mi hanno intervistato tante volte, giornalisti di mille paesi, sono così stufo di domande”. Avevo fatto il gesto di chiudere il quaderno, ma il dottor Acuña mi aveva bloccato imponendovi la mano pesante e aperta come se si fosse trattato di un’ostia in chiesa, e come un’ostia consacrandolo con l’imposizione salvifica delle sue cinque dita: “Sa che per un’intervista così i giornali americani pagherebbero migliaia di dollari?”. Ho aperto le braccia, avevo detto: “Tutto quello che ho sono cinquanta centavos di pesos, e comunque non siamo negli Stati Uniti. Perché non mi ha detto subito che avrei dovuto pagare?”. Il dottor Acuña aveva sollevato la mano dal mio quaderno e l’aveva agitata nell’aria come per scacciare il sospetto che l’intervista fosse effettivamente in vendita. “Che buffone” avevo pensato, ma ero più divertita che incazzata. In ogni caso era un attore molto più credibile della maggior parte dei cubani. “Vorrei che lei mi capisse” aveva continuato il dottor Acuña “Vede, il problema non è contingente ma generale. Quello a cui mi riferisco è un problema di equilibrio naturale che quasi mai, soprattutto di questi tempi, viene rispettato. E’ ormai un fatto ammesso dalla scienza che in natura bisogna dare e ricevere. Chi riceve deve dare, e viceversa. Se questa legge non viene rispettata…” – e a quel punto aveva compiuto il suo gesto più teatrale: si era buttato all’indietro con un movimento così brusco che la sedia a dondolo aveva cominciato a oscillare furiosamente e un cigolio come di ferro non oliato si era immediatamente avvertito intorno a noi – “… se questa regola non viene rispettata, allora il meccanismo delle cose si altera, e l’equilibrio in natura si spezza per sempre”. C’era stato mezzo minuto almeno di silenzio che per il medico doveva forse impressionarmi e per me era pieno di imbarazzo e di noia, la solita noia in quel mondo sempre uguale, uguale perfino tra i medici dello spirito come il dottor Acuña. Alla fine avevo detto: “Sarei lieta di invitarla a casa mia per farle assaggiare un piatto di spaghetti italiani”. E il viso del dotto Acuña si era illuminato di un sorriso smagliante, salvo ricomporsi in fretta nella solita espressione di superiore importanza. Alzandosi per congedarmi mi aveva detto: “La chiamerò alla fine di questa settimana per accordarci sul pranzo e sul seguito dell’intervista”. Ma non aveva aspettato i quattro giorni che mancavano al sabato. Il giorno dopo mi aveva telefonato la prima volta, e poi mi aveva chiamato ancora e ancora fino a quando Maya e Moraima, esasperate dal dottor Acuña che lasciava messaggi di fuoco e insisteva odiosamente per farsi invitare non gli avevano detto che me ne ero andata a Camaguey e che per favore non mi cercasse più. E invece era passato a casa mia a bordo di una auto sportiva come se ne vedono poche anche da noi, nera e cromata. A bordo c’erano due inglesi pallidi raccattati chissà dove. Il dottor Acuña era, come al solito, vestito di bianco e portava molti collari. “Due amici inglesi” mi aveva detto, e a loro: “Una giornalista italiana venuta apposta a Cuba per intervistarmi”. Avevo chiesto in inglese al più pallido e sperduto: “Che cosa ci fate con quest’uomo?”. L’uomo aveva aperto le braccia. “Nemmeno sappiamo chi é. Dice di essere uno psichiatra. Lei lo conosce bene?” Ero indecisa se metterli in guardia, poi avevo pensato che erano affari loro e che si arrangiassero. Con un’agilità da gazzella il dottor Acuña era salito sulla macchina e salutandomi con la mano era sparito in un secondo contro la linea grigia dell’orizzonte. Quel giorno non aveva chiamato per mangiare spaghetti. Due giorni dopo ero nella mia stanza con due amici quando il Tuerco mi aveva portato un bigliettino quadrettato in cui con agile calligrafia rossa stava scritto: “L’ho chiamata molte volte, non c’era o era nascosta. Mi faccia sapere per favore, giorno, data e ora dei famosi spaghetti. Attentamente, dottor Acuña”.
Si fa festa. A un certo punto avevo cominciato ad andare a une festa dietro l’altra, dentro case tutte belle e rovinate e tutte caratterizzate dalla stessa atmosfera di povertà e di disagi, perché non c’era acqua o luce, non c’era da mangiare né da bere e la sola musica che si ascoltava erano le mielose melodie di Fito Paz. Ma almeno avevo smesso di comprare il rum per tutti, nessuno mi chiedeva più soldi, e tiravo fuori le sigarette dalla tasca una per volta, perché non me le rubassero. Mi ero ritrovata non ricordo per quale strada fosse finita in quel gruppo di artisti e aspiranti tali che, benché fossero tutti senza un soldo come qualunque cubano, rappresentavano qualcosa tra i giovani in città, una specie di intellighenzia trasgressiva e disinibita, che attingeva all’Oriente e alla Parigi culturale degli anni ’40. La disinibizione del gruppo si limitava in realtà al fatto che alcuni avevano due relazioni nello stesso tempo, come tutti i cubani, solo che qui si faceva alla luce del sole e nessuno era geloso, che si parlava di sesso liberamente e che i ragazzi portavano i capelli lunghi e l’orecchino e il mood era un po’ figli dei fiori fuori tempo massino ma con una certa dignità estetica, un certo senso culturale. Il risultato era un’elite trasgressiva e inaccessibile, guardata con invidia da molti. A volte andavo a feste di italiani che conoscevo in giro, quei pochi italiani che vivevano nel Período Especial a Cuba, feste che organizzavo io nelle loro ville al Miramar, dato che erano tutti benestanti, e in cui compravano loro da mangiare e bere e a cui invitavo tutti i miei amici cubani e per una volta si festeggiava davvero, senza badare a spese.

Nel salotto letterario. Ero andata alla tertulias della poetessa Reina María Rodríguez, vincitrice del prestigioso premio Casa de las Américas e così via, dopo che da mesi tutti gli intellettuali, veri e finti, artisti e mezzi artisti dell’Avana, mi parlavano dell’unico salotto letterario della città, un luogo in cui gli scrittori si incontravano ogni giovedì per leggere opere che nessuno gli pubblicava in mancanza di carta e di interesse e soldi degli editori.
Andavano da Reina artisti che avevano vinto premi all’estero, poeti veri o aspiranti e persone più autorevoli come il critico Antón Arrufat e la direttrice della rivita bimestrale di arte plastica Revolucion y Cultura. La casa di Reina era una terrazza-soffitta al quarto piano di un palazzo scalcinato in Anima, una strada lunga e distrutta che tagliava in due Centro Habana, dove i bambini giocano tutto il giorno alla pelota e i vecchi passano il tempo seduti sui gradini di case ingiallite e opache per il tempo.
Dalla terrazza in cui si svolgeva la tertulia si vedeva un panorama di case antiche e sbrecciate e di tetti rosso scuro, coperti di tegole smosse.
Il giorno in cui mi decisi ad andare a una tertulia di Reina, c’erano già una ventina di persone intente a bere un té leggero che sembrava acqua. Reina si affaccendava a servirlo a tutti e intrattenere questo e quello. Aveva lunghe capelli scuri ed era bellissima e avrei scoperto che oltre a organizzare quelle tertulias meritorie e semiclandestine era una poetessa straordinaria.
Quasi tutti erano scrittori, ma quasi nessuno di loro aveva mai pubblicato nulla. Avevo stretto qualche mano, un ragazzo grosso e con una larga faccia afflitta mi aveva detto presentandosi: “Mi chiamo Chago, ho una libreria all’Avana Vecchia e sarò presto il più grande scrittore cubano vivente”. Di lì a un’ora erano arrivati tutti gli altri. Gli ospiti più importanti erano Antón Arrufat, il famoso drammaturgo, a cui i capelli e la barba brizzolati, perfettamente curati, davano un’aria molto autorevole, e Francisco López Sacha, un mulatto di mezza età, scrittore e direttore di una rivista letteraria, in gilet e calzoni variopinti. C’erano anche un paio di scrittori giovanissimi, molto timidi e trasandati, che si erano seduti uno accanto all’altro e per tutta la sera avevano parlato solo tra di loro: come Chago avevano l’orecchino in un orecchio e i capelli raccolti.
Quando la terrazza si era riempita, Reina aveva presentato il poeta che avrebbe letto la sua opera quella sera e Richard, un ragazzo biondo e riccio, si era alzato tra gli applausi. Poi, a sorpresa, aveva presentato i due giornalisti presenti, cioé me e un certo Andreas, svizzero. Avevamo alzato le mani, altri applausi. Richard aveva cominciato a leggere il suo poema: era molto emozionato e gli tremava la voce. Non riuscivo a capire tutto perché l’opera era ingarbugliata e piena di riferimenti a scrittori che non conoscevo. Dopo mezz’ora si era interrotto di colpo: il poema era finito. Avevamo applaudito con forza, soprattutto avevano applaudito Arrufat e tre ragazze che non avevano fatto altro che parlare tra loro durante tutta la lettura. Si era alzata Reina, aveva detto: “Chi vuol prendere la parola?”. Antón Arrufat aveva sollevato autorevolmente la mano e aveva cominciato a commentare il poema ma non aveva finito di pronunciare l’ultima parola che era intervenuto Sacha. Arrufat aveva parlato di Lezama Lima e del barocco cubano, Sacha aveva citato Severo e i grandi classici. Era una discussione tra loro due, su un terreno su cui nessun altro era in grado di seguirli. Sembrava di assistere a un duello di fioretto, in punta di spada, tra due spadaccini espertissimi. Quando uno dei due finiva al muro, con la spada bloccata da quella dell’altro, toh, ecco che improvvisamente si liberava e la schermaglia riprendeva, di nuovo alla pari.
Un giovane nero magro e sfacciato, desideroso di mettersi in vista, interveniva di continuo ma i suoi argomenti erano così insulsi che la gente smetteva subito di ascoltarlo, ma non per questo lui smetteva di intromettersi.
Quando finì il dibattito, il pubblico applaudì di nuovo. Arrufat, López Sacha e la direttrice della rivista Revolucion y Cultura se ne andarono e rimasero lì il nero sfacciato, il libraio e altri due o tre. Il nero mi aveva detto: “Così sei giornalista, sono giornalista anch’io”. Gli avevo chiesto per chi scrivesse: “Per nessuno, qui non si può pubblicare su nessun giornale, scrivo per me” e quando mi ero meravigliata di che giornalismo fosse quello mi aveva risposto: “Giornalismo indipendente”. Si era avvicinata una ragazza piccolissima, con un seno enorme, mi aveva detto: “Vado a lavorare in Italia per sei mesi. Il direttore di una Casa della Cultura di Milano mi ha invitato”. Le avevo chiesto il nome del direttore della Casa della Cultura e naturalmente non lo sapeva ma mi aveva dato il suo biglietto da visita. C’era scritto: Elvira X, narradora-artesana”. Le avevo chiesto con che casa editrice avesse pubblicato e mi aveva risposto: “Per nessuno, qui non c’è carta né elettricità per le macchine. Spero di pubblicare in Italia”. Aveva aggiunto: “Io e Ismael vorremmo che venissi a una festa di compleanno del santo, stanotte”. Ismael era il nome del nero. Il compleanno del santo era in casa del nero. La madre era santera di Obatalà, il più potente tra gli orisha, il padre dell’umanità. Eravamo scesi per strada e c’eravamo spinti fino all’entrata dell’Hotel Deauville dove stazionano i taxi particulares. Avevo discusso un po’ con l’autista del particular e alla fine ci eravamo accordati per tre dollari per un giro che ne valeva dodici. Il particular, guidato da Ismael, ci aveva portato davanti a un tugurio del Cerro, Ismael aveva invitato il tassista a scendere ma quello era rimasto in auto sia perché aveva palesemente paura sia perché, essendo bianco, come tutti i bianchi era razzista. Gli avevo detto con cattiveria: “Scenda, su, hanno smesso già da un secolo di mangiare i bianchi”.
Obatalà fa il compleanno. Sulla strada bande di neri ubriachi urlavano e si minacciavano per finta gridandosi: “Asere” (amico, fratello). Eravamo entrati in una stanza microscopica, piena di immagini di Obatalà e con un altare nel centro davanti a cui stava accovacciata la mamma di Ismael, gigantesca e vestita di bianco. Avevamo salutato il santo – c’eravamo seduti e avevamo scosso le campanelle – ma non avevo lasciato nessuna offerta perché avevo solo venti pesos cubani. La mamma di Ismael mi aveva guardato con disprezzo. Il piattino di fronte al santo era pieno di pesos, grandi ceste traboccanti di offerte al santo – frutta e altro – riempivano la stanza. Quest’ultima era incredibilmente affollata: c’eravamo infatti noi, i quattro fratelli di Ismael, un giovane babalaw, il padre di Ismael, anche lui santero, e una decina di altre persone.
Nella stanza accanto, una cameretta scura e completamente spoglia, senza finestra, una donna incinta, gonfia come una mongolfiera, si dondolava fissando il muro: aveva enormi occhiaie viola ed era pallidissima. Mi spiegò Elvira che aveva appena scoperto che il marito la tradiva con una bionda butterata che era con noi nella stanza. Mangiammo dolci, arance e pezzi di pane con una salsa agra, poi Ismael aveva fatto segno di andarsene. Per tutta la strada di ritorno mi raccontò del progetto di cui all’inizio non voleva far parola perché – diceva – aveva paura che glielo rubassero. Alla fine si era convinto da solo a rivelarci il piano. Si trattava di un libro sui luoghi culinari di Hemingway ambientati a Milano. Aveva detto: “Se solo qualcuno mi pagasse il viaggio in Italia per cercare l’editore, in pochi mesi gli restituirei tutto con gli interessi”. Gli avevo detto: “Sarebbe un investimento eccellente”. Mi aveva guardato pieno di speranza: “Vero?”. All’altezza dell’hotel Presidente mi avevano invitato a una festa per il giorno dopo in un posto che non avevo capito. “Verrai?” mi avevano chiesto, con occhi, chissà perché, pieni di speranza. Avevo risposto: “Senz’altro, verrò senz’altro, con molto piacere”. Gli avevo detto: “E’ stato un vero piacere conoscervi”. Quando scesi dall’auto, Ismael aveva fatto ancora in tempo a gridere: “Mi raccomando, segreto su quella storia”.

Il capitano Cardoso. Il capitano Cardoso, giovane, stempiato, piccolo e magro aveva sollevato gli occhi stupefatti dal mio passaporto. “Lei è illegale a Cuba da undici mesi”, aveva detto in un soffio. Il capitano era la quinta persona che mi aveva esaminato quella mattina all’Ufficio di Immigrazione dov’ero andata per farmi rilasciare il permesso d’uscita senza il quale non potevo andarmene da Cuba. Gli altri quattro, quando avevano visto il passaporto, erano sbiancati e mi avevano mandato a un altro più importante fino a quando ero arrivata al tavolo del capitano.
Ero partita in bicicletta alle 9 di mattina sulla china, i calzoncini in jeans che mostravano impietosamente quanto fossi dimagrita, tremando di paura, terrorizzata all’idea di quello che mi sarebbe potuto succedere, cercando di rassicurarmi da sola. Quando ero uscita Maya, Alberto, Giorgio e Tuerco mi avevano accompagnato alla porta con le facce tristi e lunghe come funerali, tanto per consolarmi. “Fai la tonta, parla il meno possibile” mi aveva detto Maya. Due giorni prima, nell’ufficio della Press Tours, all’interno dell’Hotel Inglaterra, Sergio Terni mi aveva detto: “Speri Dio che non sappiano che lei ha fatto interviste e lavorato da giornalista senza accredito né visto, perché in questo caso lei resterebbe a Cuba, si, ma chiusa nel Combinado del Este”, e aveva fatto il solito gesto della persona ammanettata.
Avevo spalancato a mia volta gli occhi sul capitano Cardoso: “Illegale perché, scusi?”. Il capitano Cardoso mi aveva guardata perplesso: “Lei non sapeva che il suo visto era scaduto il 15 gennaio?”. Avevo cercato di mantenere l’espressione meravigliata mentre dicevo: “Non sapevo nemmeno di avere un visto”. Il capitano Cardoso aveva tirato fuori un foglietto giallo dal passaporto: “Questo è il visto” aveva detto con pazienza. Avevo risposto: “Bene, qual è il problema?”. “Il problema” aveva sussurrato il capitano Cardoso “è che io non posso farla uscire dal paese”. Mi ero sentita gelare in quella stanza dell’Ufficio nel mezzo di Playa, aperta su un patio che a sua volta dava su un giardino. “Almeno fino a quando non abbiamo appurato che cosa ha fatto in questi mesi e stabilito se ha violato o meno le leggi di questo paese”. Le avevo violate tutte, salvo ammazzare. “Non sapevo fosse un reato trovarsi bene a Cuba” avevo detto, ma mi tremava un po’ la voce. Il capitano mi aveva guardata dritto negli occhi: “Mi dispiace, ma dovrei farle qualche domanda”. Mi ero tirata indietro nella poltroncina di vimini. “Non ho violato nessuna legge, almeno non credo” avevo detto, sicura. “Tanto per cominciare, dove ha alloggiato per tutto questo tempo?”. “Sono stata ospite di un’amica” avevo risposto. Mi ero già messa d’accordo con Rosa, la moglie di Luigi, per farmi coprire nel caso avessero controllato. “Non è vero” aveva detto pronto il capitano Cardoso “Lei ha affittato una casa o una stanza da qualche parte. La prego di dirci dove”. Probabilmente stava barando, ma non era detto. “Sono stata ospite di un’amica” avevo insistito. Il capitano mi aveva pregato, gentilissimo: “Per favore, ci dica dove è stata, davvero, se no, le garantisco che lei non uscirà di qui”. Avevo risposto: “Non ho fretta, basta che mi portiate un caffé e qualcosa da mangiare perché ho fame”. Il capitano Cardoso mi aveva detto con la sua faccia sollecita, tranquilla: “Le ricordo che lei non è nella condizione di fare la spiritosa”. L’avevo guardato un attimo e mi ero messa a piangere. Era solo una mezza finta, perché improvvisamente avevo cominciato a preoccuparmi. Mi era venuta la paura che si mettessero a fare delle indagini, scoprissero della casa, del cambio nero e dei traffici con i camerieri degli alberghi, delle mie vaghe inchieste sulla religione e su Ochoa, subito stroncate dall’intervento di Alberto, che mi aveva minacciato di buttarmi fuori di casa se avessi continuato. Non avevo fatto niente in quei mesi che fosse vagamente legale. E il capitano Cardoso lo indovinava, non c’era molto da capire, bastava guardarmi, e probabilmente non avrebbe fatto nessuna indagine. Bastava che gli dicessi quel famoso nome, tanto per non craergli casini lì dentro. Mi ha dato un fazzoletto inamidato: “Non pianga, la prego”. Ho detto, singhiozzando: “Mi metteranno dentro”. “No” ha sorriso il capitano “basta che lei ci dica dove ha alloggiato mentre stava qui, e cosa ha fatto, perché possiamo fare qualche indagine”. “Certo” ha aggiunto “dovrà pagare una multa molto alta”. Ha fatto due conti: “Cinquemila dollari”. Ho gridato: “Ah, no, allora mettetemi pure in galera, ho 200 dollari esclusi i soldi per il biglietto che mi arriveranno tra due giorni”. “Lei non ha nemmeno il biglietto?” aveva esclamato il capitano Cardoso, e per la prima volta si era arrabbiato. “Lei pretende che noi le rilasciamo il permesso d’uscita senza pagare la multa e senza avere fatto il biglietto? Ahi, Dios mío”. “La prego, non ricominci” aveva aggiunto perché mi stavo rimettendo a piangere. “Ah, carajo, mi dica dove è stata questi maledetti mesi”. Gli dissi un nome inventato, tanto a quel punto ero sicura che non avrebbero controllato.
Vorrei essere cubana. Poi, il capitano Cardoso mi aveva chiesto, avvicinando la faccia alla mia faccia: “Ma perché è rimasta tutto questo tempo?”. “Perché adoro questo paese e vorrei essere cubana”. Il capitano aveva sorriso, moderatamente. “Lo sapevo, che ero clandestina” ho detto in fretta al capitano Cardoso “ma non volevo andarmene da qui. Le ho pensate tutte, anche sposarmi con un cubano, qualunque cosa, ho anche cercato lavoro nelle scuole di italiano, ma pagano dieci dollari al mese e non mi danno l’autorizzazione a restare”. Il capitano Cardoso stava ridendo: “Lei parla cubano stretto. Dove l’ha imparato?”. Mi aveva detto: “Trattengo il suo passaporto fino a quando non mi porta il biglietto di rientro, e poi cerchiamo di farle uno sconto con la multa. Nel frattempo faremo delle indagini su di lei. Veda di non fare sciocchezze”. Mentre uscivo aveva aggiunto, senza alzare lo sguardo da un documento che stava firmando: “Così, sarebbe disposta a sposarsi con un cubano?”.
Da quel giorno, ogni tre giorni andavo a trovare il capitano Cardoso, e a ogni visita il capitano mi scalava la multa di trecento o quattrocento dollari. Quando eravamo arrivati a 200, gli avevo portato finalmente il biglietto di rientro. Mentre glielo davo gli avevo detto: “Se le do tutti questi soldi resto senza mangiare fino alla partenza”, e il capitano Cardoso mi aveva dato indietro 50 dollari. Poi, dato che era l’ultima volta che ci saremmo visti, mi aveva chiesto di fare due passi con lui lì intorno. Mentre camminavamo mi aveva spiegato che aveva preferito non fare indagini per il mio bene, e aveva detto che era convinto che fossi colpevole di tutti i piccoli reati soliti, ma era convinto non fossi una spacciatrice né una spia, né una di quelle giornaliste antirivoluzionarie che si infiltravano a Cuba ogni tanto, che erano i reati più gravi. Mi aveva detto salutandomi: “Sentirò la sua mancanza. Torni presto a Cuba, ma con il visto a posto perché non la potrei coprire un’altra volta”. Mentre mi allontanavo mi aveva gridato, ridendo: “A proposito, io non sono sposato e ho una bella casa grande proprio qui vicino. Nel caso volesse trattenersi a Cuba…”.

Tempo di andare. Avevo bisogno di pace e così ero andata a scrivere all’Hotel Nacional, nei tavolini del giardino perfettamente curato, tra grandi palme che crescevano a ridosso della facciata neoclassica, delle torrette color crema.
Tre suonatori in livrea cantavano “Comandante Che Guevara” per l’unica coppia seduta nel patio. Ero andata in bagno e avevo lasciato la mancia alla guardiana, avevo ordinato un caffé, avevo lasciato la mancia all’anziano cameriere che mi aveva detto, con un inchino: “Grazie, signora”. Gli avevo risposto: “Di niente, compañero”.
Mi ero affacciata al parapetto e mi ero vista correre controvento a cavallo della mia bicicletta china mangiata dalla ruggine, i capelli dritti, superando i cubani e la forza del vento, spingendo sui pedali sotto il sole spietato che mi attaccava la maglietta alla pelle, gli occhi stretti nel consueto sforzo di vedere. Mi ero guardata sparire alla mia stessa vista mentre si richiudeva su di me uno scenario di neri e di case diroccate, cadenti sul lungomare.
Il mare dietro il Malecón era grigio e come sempre scuro, compatto, interrotto solo dai puntini neri delle balse dei pescatori, sulla linea nera dell’orizzonte, un mare plumbeo, senza amore.
Piccole piante viola, dalle foglie lucide e grasse, e grandi fiori rossi allineati parallelamente al parapetto si agitavano dolcemente mentre l’equilibrio del giardino rimaneva inalterato come se il vento che faceva impazzire le bandiere fuori sui lampioni arrivando lì perdesse progressivamente di forza.
Fra sei giorni me ne vado, mi dicevo. Guardavo i palazzi, fuori, per minuti, perché mi entrassero irreversibilmente nella memoria, guardavo il cielo azzurro e pulito con poche nuvole lontane, nitide, come nei disegni dei bambini e, alle mie spalle, le colonne brune del patio, con i semplici pavimenti in cotto e i tavolini in vimini.
Mi erano passati accanto quattro italiani, due uomini e due donne e uno diceva, come continuando un discorso: “Quelle bambine che fanno l’autostop in quella strada grande nel quartiere dove abbiamo mangiato quel pollo tanto buono”. La Quinta Avenida, il Barrio Miramar, le jineteras, il ristorante El Aljibe. Una delle due donne aveva replicato: “Ma a me hanno detto che fanno l’autostop perché qui a Cuba non c’è benzina”. Le voci si allontanano mentre i quattro sparivano verso la piscina.
“Fra sei giorni sarò di nuovo tra loro” pensavo. “Che cosa gli dirò quando mi chiederanno perché le ragazze fanno l’autostop nella Quinta Avenida?”. Guardavo le bandiere impazzire lontano e l’edificio dell’ospedale Hermanos Ameijeiras, così evidentemente impersonale da ritagliarsi alla fine, in mezzo agli edifici coloniali, una sua dignità architettonica. L’anziano cameriere a cui avevo dato la mancia mi si era avvicinato, mi aveva chiesto con un mezzo inchino se avessi bisogno d’altro. Gli avevo : “No, grazie, voglio solo riposare un pochino”. “Questo è un buon posto per trovare pace”. Il cameriere era sparito ed ero rimasta di nuovo sola nell’immenso giardino del Nacional. I rumori dalla strada sotto arrivavano attutiti. Nell’albergo tutto arrivava attutito, per qualche motivo che non sapevo spiegarmi. Non a caso somigliava a un castello. Basta sollevare il ponte levatoio ed ecco che L’Avana, la gente, la fame, la città vecchia, tutto rimaneva fuori, un po’ come al cinema. Ma la distanza creata artificiosamente mi faceva bene: da quell’osservatorio Cuba mi sembrava più sopportabile, il caldo, il vento, la bicicletta arrugginita, il chiasso, le file di jinetere ai semafori.
Da lontano, dove i dettagli non si vedevano, era tutto un grande quadro allegro e pieno di colore. “Se avessi potuto stare qui tutti questi mesi anziché laggiù in Calzada” penso. “Se fossi stata meno povera”.
I due uomini del gruppetto di prima mi passarono di nuovo accanto, tornando dalla piscina verso il giardino. Adesso parlavano, usando un altro tono. Uno era molto concitato e diceva, strascicando le parole: “Ma c’è, c’è la maniera. Loro vanno a teatro, e intanto noi due…”. L’altro era titubante: “Guarda che mia moglie non è mica scema”.. Li vidi sparire gesticolando; quello titubante si girò un momento, e incrociò il mio sguardo. “Auguri” gli avevo detto con gli occhi.
Foto della galleria in bianco e nero di Gabriella Saba