Il lettore curioso: aprile 2026

In Letteratura, poesia, Saggistica, Weekend

Centellinate questa ricchissima puntata: non si può che cominciare dal 25 aprile, oggi, la più bella delle feste e dunque le poesie, Fenoglio, le indimenticabili lettere dei condannati a morte, l’ultimo lavoro di Paolo Di Paolo dedicato a Gobetti. E moltissimo altro: scritture importanti che guardano al tempo, alle generazioni, e al dolore, all’amicizia, tanta poesia, una ballata scozzese, gli incipit di Dostoevskij e, ancora Jane Austen con il suo capolavoro “Orgoglio e pregiudizio”

Il libro del mese, per me, è La vita anteriore di Raffaele Simone. Gli ho accostato mischiando passato e presente, per contiguità tematica, la recensione di un’antologia di poesie scolastiche che apparve su Cultweek nel 2016, e un Dizionario delle cose perdute di Francesco Guccini. Aprile, oltre a essere il più crudele dei mesi, vede anche la festa grande per la liberazione dell’Italia: qui troverete un libro recente ed emozionante, Un mondo nuovo tutti i giorni di Paolo Di Paolo, e un’antologia anch’essa recente di poesie dedicate al 25 aprile, oltre ad alcuni classici: le lettere dei condannati, Beppe Fenoglio, le poesie di Milosz. Per il resto, una storia di riscatto femminile (Monique evade), un romanzo corale sardo (Dei fiori che rinascono di Giulio Neri), il “libro del figlio” del triestino Luigi Nacci, l’amicizia fra Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati (con un omaggio al Celati “narratore delle pianure”), il noir “etico” di Daniele Mencarelli ambientato a Latina. Gli incipit sono dedicati a tutti i romanzi di Dostoevskij e la poesia ospita anche Mariangela Gualtieri e una mia versione della ballata scozzese Tam Lin. Buona lettura.

RECENSIONI

La pioggerellina di marzo. La nostalgia a volte gioca strani scherzi. In un momento di accidia ho ripreso in mano un fumetto che leggevo da bambino e mi sono immerso in un’antologia dedicata alle poesie dei libri di scuola degli anni Cinquanta, Che dice la pioggerellina di marzo (Manni editore, introduzione di Piero Dorfles, premessa di Piero Manni), lasciandomi attraversare dai ricordi. 
Che cosa leggevo da bambino? Quel che mi capitava sotto tiro, in casa carta stampata ne circolava pochissima. E quindi i libri che avevo ricevuto in regalo. Ricordo dei miei sei sette anni le riduzioni di Gulliver e Alice, un Gatto con gli stivali della Lucchi dove c’entravano qualcosa Fossombrone e la salsapariglia, alcuni volumi della meravigliosa “Scala d’Oro” della Utet.
E il Librocuore di De Amicis – gli adulti lo dicevano così, tutto attaccato – avuto in dono per la prima comunione, dolciastro e appiccicoso con i suoi tamburini sardi e le sue piccole vedette lombarde, con l’infame Franti e il ragazzo “straniero” venuto a Torino da Reggio Calabria, oggi a rileggerlo chissà, allora Garrone e il maestro mi piacevano persino. E i libri condensati di Selezione del Reader’s Digest rimossi dalla memoria, non ne ricordo un titolo o una riga, e sì che ho dimenticato ben poco. 
La biblioteca scolastica con Cronin e Il gran sole di Hiroshima e Pearl S. Buck sarebbero arrivati alle medie, assieme a un ragazzone lungo lungo, Alberto P., vicino di casa anzi di campagna e possessore di una doviziosa collezione di gialli. E assieme a Salgari, ma io preferivo Verne e andavo matto per il ciclo di Ventimila leghe sotto i mari e soprattutto per l’ultimo episodio, L’isola misteriosa. Poi mi cercavo sulla Garzantina, altro regalo, il dugongo e il narvalo.
Oltre a questi e al punitivo e desolante Senza famiglia c’erano i sussidiari e i libri di lettura, dappertutto Renzo Pezzani e Angelo Silvio Novaro che poi era il padrone dell’Olio Sasso, a ripensarci oggi fanno buonumore e un pizzico di tenerezza come tutte le buone cose di pessimo gusto, e che dice la pioggerellina di marzo e tre casettine dai tetti aguzzi un verde praticello un ruscello e son piccin cornuto e bruno me ne sto tra l’erbe e i fior e o monachine scintillanti e belle che il camin nero inghiotte e c’è un neonato in casa mia chi non sa che cosa sia e passan sul prato il nonno e il nipotino il nonno è vecchio il bimbo piccolino e un bacio a mamma uno a nonnetta il bimbo allegro a scuola va e primavera vien danzando vien danzando alla tua porta sai tu dirmi che ti porta? e che tanto stanco sono che tanto stanca sei il campanile batte lentamente le sei. 
Scommetto che, se siete sotto i cinquant’anni, non ne riconoscete neppure una, noi le sapevamo a memoria e ancora le ricordiamo, insomma non proprio tutte e per intero ma a squarci sì: Novaro, appunto, e poi Aldo Palazzeschi (ma in questa antologia manca, imperdonabile, la fontana malata che fa ploffete ploppete clocchete), Giovanni Prati, Enrico Panzacchi, Lina Schwarz, Giovanni Pascoli, Zietta Liù, Guido Gozzano.
Mandavamo a memoria, quand’eravamo bambini, anche i poeti maggiori, ed era tutto sommato un gran bell’allenamento: la donzelletta vien dalla campagna e soffermàti sull’arida sponda, oh Valentino vestito di nuovo come le brocche del biancospino e settembre andiamo è tempo di migrare, ei fu siccome immobile e i cipressi che a Bolgheri alti e schietti, o cavallina cavallina storna e la nebbia a gl’irti colli e viene viene la Befana, sul castello di Verona batte ’l sole a mezzogiorno e dov’era l’ombra or sé la quercia spande. Leopardi, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio, Carducci. 
A volte questi monumenti suscitavano robuste dosi di derisione: ben prima che uscisse Ecce bombo di Nanni Moretti era una gag corrente quella dei dodici figli perduti da Carducci (sei nella terra fredda, sei nella terra nera), preso di mira anche per quel suo t’amo pio bove e mite un sentimento (Toti Scialoja: «T’amo pio bue / anzi ne amo due»). Mentre sul Foscolo della «Zacinto mia che te specchi nell’onde del greco mar da cui vergine nacque Venere» calava la scure di Carlo Emilio Gadda: perché, si può nascere non vergini, ma che modo di poetare è questo? Povero Foscolo. Anche il mite fanciullino Pascoli assecondava la nostra stupidèra con la commovente cavallina storna che portava colui che non ritorna, il babbo fattore del poeta ucciso da un sicario in un agguato. Bastava che la maestra scandisse gli ultimi versi in cui la madre chiedeva al quadrupede di confermare o smentire l’identità dell’assassino («Fece un nome, sonò alto un nitrito») per trasformare l’aula in una scuderia in delirio, mentre il capoclasse segnava alla lavagna i nomi di chi nitriva.
Le antologie scolastiche ci mettevano del loro a farsi sbertucciare, proponendo una letteratura da tinello e da sagrestia, già desueta cinquant’anni fa eppure fonte del gusto medio che si andava a formare. I libri di lettura erano nati con il fascismo, per forgiare e indottrinare la gioventù: libro e moschetto fascista perfetto, ricordate lo slogan? Dissolta la dittatura, nel dopoguerra democristiano poco era cambiato, se nel programma ministeriale del 1955, presidente del Consiglio Scelba, ministro alla Pubblica Istruzione Gui, la scuola primaria aveva «come suo fondamento e coronamento l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica». Insomma libro e aspersorio verginello da oratorio, e avanti con Dio patria famiglia. Oggi se ne ha rimpianto, avendone da tempo serenamente preso le distanze nella vita, e sono oggetti di modernariato che ripercorriamo divertiti, che vorremmo sentire riproposti da Paolo Poli.
Dio era, oltre che in cielo in terra e in ogni luogo, in ogni pagina. Nella vecchia madre di Ungaretti che invoca perdono per il figlio davanti all’Eterno. Nell’angelo custode di Renzo Pezzani che veglia sul bambino ma: «E se ammala? E se muore?» / «Riportalo al Signore!». Nella Pasqua, sempre di Pezzani, dove «ogni bimbo guarda su / e nel ciel vede Gesù».
C’era una muffa da cripta che avrebbe deliziato Stephen King, in molti di quei versi che fecero di noi, senza saperlo, dei precoci consumatori di horror: bambini morti, nonni che presto se ne andranno, rondini abbattute mentre tornano al nido con il verme in bocca, «la morte con la sua lampada accesa» che veglia accanto ai due fanciulli dormienti di Pascoli. E legioni di orfani, anzi, di orfanelli. Muore persino, comicamente, il prode Anselmo. Di sete, perché ha l’elmo forato e non può trattenere l’acqua.
La figura centrale della famiglia era, come dubitarne, la mamma. Una mamma formato canzonetta sentimentale da tenore, son tutte belle le mamme del mondo quando un bambino si stringono al cuor e mamma solo per te la mia canzone vola. Mamme con i capelli bianchi ma sempre belle, mamme da dipingere o da ricoprire di mantelli e broccati, angeli di bontà votati al sacrificio come quella dell’ex socialista e fascistissima Ada Negri:

Vedova, lavorò senza riposo
per la bambina sua, per quel suo bene
unico, da lo sguardo luminoso;
per essa sopportò tutte le pene,
per darle il pan si logorò la vita, 
per darle il sangue si vuotò le vene.
La bimba crebbe, come una fiorita
di rose a maggio, come una sultana,
da la materna idolatria blandita;
e così piacque a un uom quella sovrana
beltà, che al suo desio la volle avvinta,
e sposa e amante la portò lontana!…

…Batte or la pioggia dal rovaio spinta
ai vetri de la stanza solitaria
ove la madre sta, tacita, vinta:
schiude essa i labbri, quasi in cerca daria;
ma pensa: “La diletta ora è felice…“
E, bianca al par di statua funeraria,
quella sparita forma benedice.

Avremmo dovuto attendere una decina d’anni perché Francesco Guccini offrisse una chiave di lettura diversa: «Di mamme ce n’è una sola / ma caro figliolo, di babbi uno solo non sempre ce n’è».
Stuoli di morti, di martiri, di sacrificati sull’altare, anzi sull’ara del supremo bene, anche nelle poesie patriottiche: eran trecento eran giovani e forti, il morbo infuria il pan ci manca sul ponte sventola bandiera bianca, si scopron le tombe si levano i morti i martiri nostri son tutti risorti. Un passato così glorioso, nel dopoguerra democristiano, in un’Italia ancora largamente contadina e artigiana e, nei libri di lettura, molto più preindustriale e arcaica di quanto in realtà non fosse (il miracolo economico era alle porte) doveva servire, assieme alla religione, come consolazione per il magro presente, per una miseria da accettare in mansuetudine e letizia, come nell’esemplare La gioia perfetta di Diego Valeri:

Comè triste il giorno di maggio
dentro al vicolo povero e solo!
di tanto sole neppure un raggio;
di tante rondini, neanche un volo!
Pure cera in quello squallore,
in quelluggia greve e amara,
un profumo di cielo in fiore,
un barlume di gioia chiara.
Cera… cerano tante rose
affacciate ad una finestra,
che ridevano come spose
preparate per la festa.
Cera seduto sui gradini
duna casa di pezzenti,
un bambino, piccino, piccino, 
dai grandi occhi risplendenti.
Cera in alto una voce di mamma,
– così calma, così pura! –
che cantava la ninna nanna
alla propria creatura.
E poi dopo non cera più nulla…
Ma di maggio alla via poveretta
basta un bimbo, un fiore, una culla
per formare una gioia perfetta.

Anche qui, soccorrevano la parodia e il dileggio. E queste e consimili poesie diventavano “M’illumino di melenso”.
Che cos’altro leggevo, da bambino? Oltre ai libri di lettura, che erano educativi, montagnole di fumetti, chili, quintali di fumetti. Anzi, di “giornalini”, come li chiamavamo allora. Che erano diseducativi, spiegherò fra poco perché. 
Non ricordo di averne comprato mai neppure uno, eppure passavo pomeriggi (d’estate, giornate) a divorarli. Averli era semplice, allora non c’erano collezionisti e fumettoteche, a nessuno sarebbe venuto in mente di chiamarli graphic novel, eppure il fumetto-crossing funzionava, eccome. Bastava radunare una dotazione minima (qualche prestito non restituito, qualche regalo, qualche albo vinto a murella o alle biglie) e le possibilità di scambio erano infinite. 
Leggevamo fumetti non troppo raffinati, qualche volta atroci. Tex Willer no, era per i più grandi. Il Corriere dei PiccoliIl Vittorioso pochino (poco anche Topolino, ma già di più). Qualche rara volta, ed era festa, Lucky Luke e Michel Vaillant. Il più delle volte L’Intrepido e Il Monello, i fumetti di guerra che però ci stufavano perché non c’era un protagonista fisso, Tiramolla e Cucciolo e Nonna Abelarda che non mi piacevano, e poi i simil-western da oratorio che circolavano allora (ce n’era anche uno cattivo, Kinowa, che aveva una maschera con le corna e scotennava gli indiani per vendicarsi, ma non incontrava troppo: era, si direbbe oggi, “di nicchia”).

Il grande Blek era uno di questi, forse il più importante. L’aveva inventato nel 1954 un trio di torinesi (Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris) che, forte del successo di Capitan Miki, 400mila copie vendute agli albori degli anni ’50, si era consorziato in una sorta di “officina del fumetto”, usando la sigla collettiva EsseGesse. Blek Macigno alias il grande Blek era un trapper americano erculeo, biondo e lungocrinito, che non pativa il freddo (se ne andava in giro per le foreste con il berretto di castoro d’ordinanza e uno striminzito gilet di pelliccia, a petto nudo) e non sapeva di dover parlare in inglese. 
E infatti si chiamava Blek e non Black, così come un paesino vicino al suo accampamento si chiamava “Caunt River”. Ecco, la prima cosa da dire è che Blek Macigno non sapeva le lingue esattamente come noi ragazzi degli anni ’50. Americano, ma sotto sotto italiano prima del boom. Come Totò che nei film diceva “cocomero” per montgomery e “calamari” per alamari, che storpiava Moet & Chandon in “mo’ esce Antonio” e, anche solo in trasferta a Milano, tastava il terreno: «Noio vol au vent savuà…». Noi facevamo lo stesso: dicevamo crek per “cracker”, cingomma per “chewing-gum”. Blek Macigno ci assomigliava.
C’era un’altra cosa in cui il forzuto Blek ricordava Totò, e in genere il cinema leggero dell’epoca: aveva bisogno di spalle comiche, nella sua saga il professor Occultis e il ragazzo Roddy erano come Peppino de Filippo e Mario Carotenuto, Pietro De Vico e Mario Castellani. Era così anche per Capitan Miki, infallibile militare sedicenne, così perfettino da prenderlo a sberle, che beveva limonata e aveva come spalle comiche gli ubriaconi Doppio Rhum e Salasso. 
Già, gli eroi non bevevano in quei fumetti. Una limonata, una camomilla (chi la beveva, al saloon, Cocco Bill o Lucky Luke?). Per noi ragazzi sardi, circondati da bevitori formidabili, da fieri prosciugatori di cantine, era una lettura diseducativa e frustrante. Venivamo su astemi e, al debutto in società (al bar, all’osteria), di fronte alla nostra riluttanza, gli adulti ci sfottevano: «Ite buffas, pastas?». Che cosa bevi, ragazzo, pasticcini? 
Gli eroi non bevevano e non imprecavano. Era una pioggerellina sottile di “poffarbacco”, “acciderba”, “accipicchiolina”, “perdindirindina”. Blek Macigno, al massimo, si concedeva un “Corna d’alce!”. Era un cattivo esempio. Per i preti l’espressione era comunque troppo forte e monsignor Masia, che era il confessore di Cossiga, ti tirava le orecchie o ti allungava un pizzicotto, gli altri ti guardavano come se fossi scemo. 
Da noi si imprecava e si dicevano sconcezze in rima, persino i baciapile tiravano giù moccoli, restò famosa l’intemerata che un devoto non troppo compunto – era portatore della statua di non so più quale santo durante le processioni – fece alla moglie: «Cumenti ti l’aggiu a dì, Maria, manda li pizzinni a lu catechismu, porca M…». Come te lo devo dire, Maria? Manda i bambini al catechismo, porca M… E noi, come Blek Macigno: «Giusto, perbaccolina». Un’occhiata di commiserazione e: «Marì, chisthi pizzinni so’ mancanti», Maria, questi ragazzi sono scemi.
Niente alcool, niente bestemmie, nessuna scorpacciata di ultraviolenza. Niente, insomma, che si avvicinasse non dico ad Arancia meccanica, ma almeno a Tex. Sganassoni, qualche pedata, quasi niente sangue. Le morti? Rare, in dissolvenza o fuori scena, appannaggio dei libri di lettura.
Bud Spencer e Terence Hill erano dietro l’angolo. E per la prima scena pulp dovetti attendere le superiori, quando il professore di greco, traducendo all’impronta l’Anabasi, intonò: «Ed arrivò l’ambasciatore dei greci con le budella in mano e disse…» «Oggi frattaglie» completò la versione un mio compagno di banco, impassibile. Facendosi espellere.
Sentimentalmente, poi, gli eroi di EsseGesse erano macchine celibi: non una donna nei dintorni, qualche giovincella incontrata in giro alla quale il rude trapper dà del lei e dice prego signora (a proposito, questi trapper: mai visti a scuoiare neppure un coniglio, a tirare il collo neppure a una gallina: tutti lì a preparare torte, a conservare prosciutti come massaie). Soltanto il più tardo degli eroi del trio torinese, il Comandante Mark, negli anni ’60 avrà un’eterna fidanzata, Betty, che al confronto Paperina era un’anticonformista. 
C’erano, le donne, ma soltanto per insidiare le spalle comiche: Occultis, Salasso, Mister Bluff circuiti da ostesse, mercantesse, matrone pingui e non molto invitanti le cui proposte di matrimonio respingevano tra l’impaurito e lo schifato, quasi sempre dandosela a gambe. Non che loro fossero belli anzi, siamo sinceri, questi aiutanti dell’eroe erano grossi & grassi, panciuti, pelati e/o strapelati, ridicoli o vanesi, non di rado male in arnese.
Niente nostalgia, corna d’alce! Con il loro misto di maschilismo da struscio in piazza e di perbenismo da recita parrocchiale, quei fumetti erano l’apprendistato del perfetto democristiano. Come i libri di lettura, quando non funzionavano da medicina omeopatica. Una sola cosa ho imparato da Blek Macigno: che i soldati inglesi erano“marmittoni”. E che non ci si poteva aspettare nessun fremito erotico da quelle storie lì. Così a metà anni ’60, too late for De Sade and too young for Bertolucci, ho saltato a pie’ pari Diabolik (troppo scicchettino con Eva Kant e l’ispettore Ginko) per sostituire Blek Macigno con Kriminal Satanik, mix furbetti di noir, horror e (modeste dosi di) sesso creati dalla premiata coppia Magnus & Bunker. Ma questa è un’altra storia. (2016)
Aa. Vv., Che dice la pioggerellina di marzo?, Manni, 2016
EsseGesse, Il grande Blek, la Repubblica, 2008

I condannati a morte della Resistenza. Questa celebre raccolta di Piero Malvezzi (1916-1987) e Giovanni Pirelli (1918-1973) va tenuta a portata di mano, letta e riletta, anche soltanto per piccoli assaggi. Perché testimonia non soltanto che cosa fu la Resistenza ma quanto, negli anni della lotta all’invasore hitleriano e al feroce e moribondo fascismo, l’unità d’Italia fosse già per larga parte cosa fatta e quanto, nei partigiani condannati, l’amor di patria fosse di gran lunga il sentimento dominante. In questa Spoon River della dedizione e del sacrificio, che ha per scenario di guerra soprattutto il Centro-Nord, le vittime provengono tuttavia da ogni regione, da tutti i ceti sociali: legioni di operai e contadini, ma anche commercianti, impiegati, casalinghe, intellettuali, religiosi, dirigenti, industriali e proprietari terrieri. 
Sfumata a volte la fede politica, che è più netta nei comunisti e negli azionisti, comune a tutti il pudore e la dignità di chi ha fatto una scelta disinteressata: per il bene dell’Italia, per più alti ideali, per fedeltà a sé stessi, per onore militare (notevolissime le lettere di alcuni generali che riscattarono con il loro sangue la vigliaccheria di casa Savoia).
Si possono leggere queste lettere anche come “finzioni”, nel senso più nobile del termine: come rappresentazioni composte e pacate di sé stessi a consolazione dei familiari. Importa comunque sottolineare che, nello sforzo di mettere a tacere le paure e di soffocare le meschinità, rari sono gli sfoghi, le esplosioni di sconforto, i dettagli atroci (pochissimi raccontano o soltanto accennano alle torture subite, e oltre metà dei condannati subirono sevizie terribili), scarsi risultano gli appelli alla vendetta e più frequenti si levano le voci che spingono alla riconciliazione e a una giustizia serena: per mansuetudine cristiana, ma anche per alta riflessione etica e politica.
Scrive per esempio, in una lettera che resta a lungo impressa nella memoria, l’azionista Pedro Ferreira, tenente di fanteria ventitreenne, genovese: «Poche ore prima di morire formulo a voi tutti gli appartenenti al Partito a cui io pure appartengo, i migliori auguri affinché possiate apportare alla nuova Italia di domani quelle masse di energie sane e libere, tanto necessarie per la rigenerazione del Paese. Ma la calma e la serenità che io provo in questo momento tragico derivano anche e soprattutto dal fatto che non sento di nutrire nessun rancore, che non mi sento animato da nessun senso di impotente vendetta contro nessuno, quantunque la mia cattura, e conseguentemente la mia morte siano avvenute solo ad opera di un vile agente provocatore. Egli però sarà domani serenamente giudicato dalla giustizia umana, e, se non da questa, certamente da quella dell’al di là. Dico “serenamente”, perché la nuova Italia di domani non dovrà macchiarsi dei crimini di cui oggi si macchia la repubblica sociale italiana con giudicare affrettatamente e in massa, senza tenere in alcun conto l’uomo e vedendo solo il nemico da sopprimere. Anche tra le personalità ed i funzionari repubblicani, vi sono degli elementi che, pur considerati nemici, dovranno esser domani trattati con la massima considerazione ed il massimo rispetto, esaminando il bene che hanno fatto come uomini, in contrapposizione al male che gli potrete attribuire per il fatto che essi hanno appartenuto ad organizzazioni o enti della repubblica sociale».
E Giorgio Paglia, bolognese, ventiduenne studente di ingegneria al Politecnico di Milano, dopo avere rifiutato la grazia che gli era stata offerta perché figlio di una medaglia d’oro al valor militare, scrive alla madre: «Sii orgogliosa di tuo figlio perché come credo di aver saputo combattere, così credo di saper morire. Negli uomini che mi hanno catturato ho trovato dei nemici leali in combattimento e degli uomini buoni durante la prigionia».
Non tutto ed anzi molto poco, ovviamente, nella battaglia contro Brigate Nere ed SS è tenzone cavalleresca. Tuttavia, più delle sevizie e della morte tormenta i condannati il senso di colpa nei confronti delle famiglie. Per i disagi materiali ai quali sono esposte dai partigiani più poveri, che privano mogli e genitori spesso dell’unica fonte di sostentamento. E per le sofferenze, per il carico di dolore a cui li costringono. Anche – e molto – perché i partigiani hanno compiuto una doppia ribellione: al nazifascismo, ma anche al codice familista che imponeva ai figli di obbedire ai genitori, di pensare soltanto alle faccende familiari e di stare lontani dalle tentazioni del mondo (soprattutto da quelle politiche: e colpisce il fatto che, nelle lettere, le ragioni della scelta che ha condotto alla morte siano spesso taciute).
Si sottraggono a questa logica i militanti più consapevoli. Come il diciannovenne Ferruccio Ulivi che invita gli amici a meditare sul futuro dell’Italia e su un rinnovato senso del bene comune che riaccosti la gente alla politica. Come lo studente comunista Walter Fillak: «Mio caro papà, per disgraziate circostanze sono caduto prigioniero dei tedeschi. Quasi sicuramente sarò fucilato. Sono tranquillo e sereno perché pienamente consapevole d’aver fatto tutto il mio dovere d’italiano e di comunista. Ho amato sopra tutto i miei ideali, pienamente cosciente che avrei dovuto tutto dare, anche la vita; e questa mia decisa volontà fa sì che io affronti la morte con la calma dei forti. Non so che altro dire. Il mio ultimo abbraccio Walter».
Colpisce, nella raccolta, la maturità emotiva e la purezza senza sbavature dei più giovani. È impossibile e sarebbe inopportuno fare graduatorie in un libro come questo, ma ho particolarmente cara la lettera di Giordano Cavestro (Mirko), studente di Parma che nel 1940, quindicenne, dà vita a un bollettino antifascista e, nel 1943, costituisce le prime formazioni partigiane della zona. Condannato a morte dal tribunale militare e fucilato nel 1944, scrive: «Cari compagni, ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuole fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio. Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà». 
Un’ultima annotazione: di fronte alla parte migliore dell’Italia stanno non soltanto la tirannide e gli invasori, ma anche un’orrida zona grigia. Metà dei condannati a morte che scrivono l’ultima lettera (tacciono soltanto le vittime dei grandi massacri, da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema a Cefalonia, e l’elenco degli eccidi, che i curatori hanno premesso alla raccolta, gela il sangue) sono stati venduti ai tedeschi o alle brigate nere da infiltrati, spie, provocatori, funzionari zelanti. Il più delle volte da delatori anonimi: i vicini di casa che correvano ad avvisare la milizia, la squadraccia, il presidio tedesco se un partigiano circolava in piazza, se andava di nascosto a trovare la famiglia, se si rifugiava ammalato da amici, se varcava la soglia di una sagrestia per tenere una riunione clandestina.
Domenico Moriani detto “Pastissu”, diciott’anni, impiegato alla Camera di commercio di Imperia, scrive alla nonna: «Non piangere, sono condannato a morte, tu non devi farci caso, fatti coraggio. Io vado a trovare mia madre che è tanto tempo che non vedo. Quel che ho potuto fare ho fatto. Tu non disperarti perché un giorno ci rivedremo e ci troveremo tutti assieme al di là. Anche gli altri si calmino e non pensino a me, io non ci faccio neanche caso, anzi sono quasi contento. Tanti saluti a tutti e un pensiero a mio fratello. Per sempre addio». È stato catturato in montagna, al confine tra il Piemonte e la Francia, da militari tedeschi che lo hanno costretto a scavarsi la fossa e lo hanno finito con un colpo alla nuca. Dormiva con un compagno in un pagliaio e i tedeschi che li hanno presi erano guidati da un gruppo di bambini. Che uomini saranno diventati, quei bambini? 
Aa. Vv., Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, 1952

Un’amicizia. Il “lunatico” Ermanno Cavazzoni (Reggio Emilia, 1947) che ispira il Fellini estremo e del grande riminese dà alle stampe la sceneggiatura del mai realizzato Viaggio di Mastorna, e “l’artista della fuga” Gianni Celati (Sondrio 1937 – Brighton 2022), mai fermo in un luogo e in uno stile. Due scrittori grandi per voce e per onestà, per attitudine all’ascolto di chi ha storie da raccontare e per sarcastico sprezzo, per cavalleresca rivolta contro la dittatura del plot, contro lo storytelling della letteratura d’allevamento.
Si conoscono a Reggio Emilia nel 1985 a un convegno e stanno per darsele di santa ragione – l’irascibile Celati è convinto, a torto, che Cavazzoni lo beffeggi – ma scoprono di avere in comune la passione per l’Orlando Furioso e per i poemi cavallereschi e fraternizzano. A Bologna dove entrambi insegnano, negli anni turbolenti e creativi del Dams, di Radio Alice e degli autonomi, si vedono a cena in trattoria. Vodka e tagliatelle al ragù, Wittgenstein e Spinoza e Platone e cazzeggio più o meno alato, con Cavazzoni che prende appunti con la sua scrittura minuscola da “zanzara alfabetizzata” («Scrivi! Hai scritto?»). 
Assieme progettano riviste (una, Il Semplice, nome preso a prestito dalle antiche erbe medicamentose, si farà, radunando una cerchia di amicizie durature: anche il fantomatico Learco Pignagnoli che scrive opere da due righe: «Tranne me e te, tutto il mondo è pieno di gente strana. E poi anche te sei un po’ strano» ) e viaggi che a volte faranno (in Germania, in Danimarca, alle foci del Po dov’era nata la mamma di Celati) e più spesso no (una traversata dell’Asia a piedi sulle orme di Marco Polo, un documentario da girare sull’immensa isola di plastica dell’Atlantico).
Questo memoir non di rado esilarante (le storie dei vicini di tavola o di vagabondaggi spronati a raccontare: l’avventore di Forlimpopoli che ha una fidanzata dormiente in vetrina a reclamizzare materassi, e il padrone che si sdraia accanto a lei per concupirla; il mattocchio alla foce del Po che propone elettrodomestici scassati ai due amici, giurando che gli sono piovuti da uno spazio abitato da alieni tecnologicamente arretrati) cambia stile e cifra con il finale mesto sugli ultimi anni di decadenza di Celati, le parole che non arrivano più e la memoria che si appanna (ma niente eccessi, “malinconico il giusto”).
Cavazzoni è insieme spalla e coprotagonista, complice affettuoso. Di Celati ricorda la dichiarazione di poetica: «Inventare un racconto di sana pianta è sempre qualcosa di incerto, qualcosa che stai ad aspettare e arriva se vuole lui, con la sensazione spesso di stare truffando, come a scuola quando aspetti che ti passino il compito». E tratteggiandone l’irrequietezza e la brusca dolcezza (per i suoi antichi studenti del Dams è restato un mito), il turbinio delle idee e l’impulso a scrivere per “guadagnarsi onestamente il pane”, la finezza dell’anglista e l’acribia del traduttore (bellissime le pagine sul calvario settennale dedicato a rendere in italiano l’Ulisse di Joyce), ne offre un profilo che vola oltre l’aneddotica.
Ho molto amato Celati, il secondo scarno e scabro Celati degli anni ‘80 più del pirotecnico eversore degli esordi. E quando nel 1985 uscì il suo Narratori delle pianure (ripropongo più avanti la recensione che scrissi a caldo per Il Moderno) ebbi come una folgorazione. Non esito a dire che fu e resta uno dei libri fondamentali della mia esperienza da lettore. Ringrazio perciò Cavazzoni per questo dono e non so se augurargli, vista la sua attitudine da franco tiratore, di vincere lo Strega. Però sarebbe cosa buona e giusta.
Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet, 2026

Paesaggio dopo la glaciazione. Il libro è dedicato «a quelli che mi hanno raccontato storie, molte delle quali sono qui trascritte». E i trenta racconti che lo compongono sono il frutto di una peregrinazione attraverso la Pianura Padana, da Gallarate e dall’hinterland milanese sino alle foci del Po, alla ricerca dei “fatti della vita” e di narratori orali che li sappiano riferire. Il testo è preceduto da una mappa minuziosa, che riporta tutte le città e i paesi toccati, quasi a offrire la prova concreta del viaggio. Un caso di ritorno alla narrativa orale, al racconto registrato con il magnetofono? Una riscoperta dell’idillio paesano, come con scarso acume ha scritto Guido Almansi? Chi si aspettasse di trovare in queste pagine una rivalutazione del naturalismo resterebbe deluso.
Certo, il Celati dalla scrittura sperimentale e funambolica, ricca di umori, delle Avventure di Guizzardi, in questi racconti non c’è più. La prosa asciutta e sorvegliata, priva di guizzi e impennate, viene tenuta programmaticamente “bassa”. Il lavoro che fa lievitare i racconti è tutto fra le righe, quando l’autore mima i modi della narrazione orale: per esempio in una certa perentorietà stilizzata delle situazioni – che accadono e basta, sfuggendo ai nessi causali – oppure nell’iterazione dei vocaboli. O ancora nella costruzione per accumulo della storia, con una tecnica che rimanda alla filastrocca o allo slapstick. 
L’esito è però raffinatamente letterario. E i punti di riferimento di Celati, nonostante la contiguità dichiarata con la narrativa orale, sono i nostri duecenteschi (il Novellino in certi racconti, si veda La città di Medina Sabah, viene subito in mente) e il minimalismo modernista: Samuel Beckett, Peter Handke, gli apologhi brevi di Kafka. D’altronde, per rendersi conto delle affinità ma anche della distanza di Celati dall’oralità, sarebbe sufficiente confrontare i Narratori delle pianure con un testo canonico, lo straordinario Autobiografie della leggera, storie di marginali della Bassa Padana narrate in prima persona, che il sociologo cremonese Danilo Montaldi pubblicò nel 1961 presso Einaudi.
Le affinità esistono, soprattutto nelle digressioni fiabesche o nelle coloriture picaresche. Si confrontino per esempio Vivenza d’un barbiere dopo la morte di Celati e la storia di Matteo, nella Vita di Orlando P. riprodotta da Montaldi («Questo salice dura quanto la mia vita, e se in caso accidentale dovessi morire ti raccomando Romeo io nasco un’altra volta, ma non in forma umana ma bensì in un moscone nero che stanno sempre vicino a l’acqua, e verrò a trovarti…»); oppure il racconto Giovani umani in fuga e l’episodio della casa d’appuntamento della Vita di Fiu, sempre nelle Autobiografie della leggera.
I fini sono però radicalmente diversi. Per Montaldi (e per chi l’ha preceduto o seguito, dai positivisti ottocenteschi a Nuto Revelli) lo scopo della narrazione orale è variamente conoscitivo, a prescindere dagli esiti. Si tratta, in altre parole, di tracciare un’autobiografia di quel “buon selvaggio” che sono le classi subalterne, oppure di dare o ridare la parola al “mondo dei vinti”.
Per Celati il proposito è un altro. «Noi crediamo», ha scritto nel saggio Finzioni in cui credere (1984), «che sia possibile ricucire le apparenze disperse negli spazi vuoti, attraverso un racconto che organizzi l’esperienza, e che perciò dia sollievo… Crediamo che tutto ciò che la gente fa dalla mattina alla sera sia uno sforzo per trovare un possibile racconto dell’esterno, che sia almeno un po’ vivibile. Pensiamo anche che questa sia una finzione, ma una finzione a cui è necessario credere. Ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio, apparenze che cambiano a ogni apertura d’occhi, disorientamenti infiniti che richiedono sempre nuovi racconti: richiedono soprattutto un pensare-immaginare che non si paralizzi nel disprezzo di ciò che sta attorno».
La Padania di Celati, tutt’altro che luogo deputato dell’idillio campestre, è un territorio fotografato dopo la glaciazione. Il paesaggio – fatto inconsueto nella nostra narrativa contemporanea  occupa uno spazio importante nella narrazione. È un paesaggio che marca le distanze, i silenzi e l’isolamento dell’individuo. Non è più un mondo rurale, perché in ogni piccolo paese si trova uno scampolo di cosmopolitismo. A Bollate vive la stilista giapponese che arriva dalla California. Lo studente di Parma che vuole scrivere racconti si rifugia nelle Cevennes. L’impiegata di Sottomarina di Chioggia è vegetariana, pratica lo yoga e trascorre le vacanze in Norvegia. L’ingegnere di Mirandola è stato per tre anni in Africa.
Ma dalla frequentazione del mondo, dalla consuetudine con il villaggio globale tutti hanno appreso quale solitudine, quale povertà radicale di relazioni umane caratterizzino gli individui. È come se il mondo fosse diventato, all’improvviso, incomprensibile. Ai bambini pendolari di Codogno, che si perdono nella nebbia dopo aver cercato invano adulti che non siano noiosi o cretini, viene il sospetto «che la vita potesse essere tutta così», in questa inutile ricerca. Un giovane di Piacenza, dopo aver trascorso alcuni mesi ospite di un villaggio del Kansas, torna a casa guarito dalle angosce perché ha capito che la vita è «una trama di rapporti cerimoniali per tenere insieme qualcosa d’inconsistente». 
In questa glaciazione c’è ancora spazio per la meraviglia e per la gentilezza: un vecchietto riscrive i finali tristi dei libri, perché ogni storia abbia il suo happy ending. Viene in mente un passo celebre di Gramsci: «Il vecchio non è ancora morto, il nuovo tarda a nascere, e in questo interregno si manifestano una quantità di sintomi morbosi». (1985)
Gianni Celati, Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1985

Il prodigioso giovinetto. «Per entrare in questa storia, bisognerebbe essere giovani, o richiamare a sé La confusione dell’adolescenza. L’essere irruenti, categorici. Netti, imperiosi. Talvolta distratti, ma ancorati come nessuno al presente. Intensi.
Bisogna sentire – è una sensazione fisica, corporea – che c’è una stagione di insicurezze travestite da prepotenze e sfide, una stagione alla quale difficilmente restiamo fedeli. Salvo che in un caso: morendo giovani».
Muore giovane cent’anni fa, nel febbraio 1926, il torinese Piero Gobetti che non ha ancora compiuto venticinque anni. È solo ed esule a Parigi – a Torino è rimasta la moglie e coetanea Ada Prospero, con il figlio di due mesi – dopo essere stato brutalmente percosso dai fascisti, e quel pestaggio è tra le cause della sua fine precoce. Gli dedica un ritratto partecipe Paolo Di Paolo, che lo aveva già reso protagonista di un bellissimo romanzo (Mandami tanta vita, Feltrinelli, 2013). Il ragazzo di fuoco, appassionato e instancabile, che nell’arco di una breve vita fonda tre riviste e una casa editrice forte di un centinaio di titoli in tre anni (la prima edizione degli Ossi di seppia di Eugenio Montale la pubblica lui, nel 1925). Il “prodigioso giovinetto” di Norberto Bobbio. Lo studioso che, figlio di piccoli commercianti e affascinato dall’olimpo intellettuale ma pronto al disbrigo delle cose pratiche, oltre a correggere le bozze dei libri che pubblica si occupa dei conti, del magazzino e delle spedizioni. 
L’oppositore intransigente del fascismo “autobiografia della nazione”, di una nazione pavida e pigra che si sta consegnando all’uomo forte, all’imbonitore pronto a mutarsi in tiranno, come prima si era consegnata ai maneggi e al trasformismo dell’oligarchia liberale e del giolittismo. Una categoria storica debole quella definizione gobettiana del fascismo, come hanno scritto? Forse, ma una metafora morale che non ha perso forza.
Il ragazzo con gli occhiali a stanghetta e i capelli arruffati, il pulcino che va all’assalto come un falchetto, l’adolescente che è nato adulto e vorrebbe essere ancora più adulto, invecchiare in fretta, l’innamorato che scrive alla moglie «Avanti nella lotta, amore mio» (e lei gli risponde: «Mi senti che sono con te? Che ti seguo piano, dolcemente… Senti sempre l’eco dei battiti lontani, per i quali sai lottare?»). Convinto che la lotta, il conflitto fra le opinioni, gli interessi, le classi sia il motore di ogni progresso.
Il liberale che sente, come il comunista Gramsci che gli è amico, il Risorgimento come rivoluzione mancata (peggio, Gobetti pensa che siamo figli della Controriforma e non della Riforma protestante), la classe dirigente italiana – liberale e socialista riformista – come incapace di governare e di allargare la base sociale dello stato-comunità, il fascismo come avventura che oggi imbonisce e domani porta al disastro. Intransigenze di un ragazzino, intemperanze di un impolitico?
C’è in Gobetti, che osa fondere due termini assai lontani fra loro come “rivoluzione” e “liberalismo”, che guardia con simpatia alle esperienze di autogoverno degli operai torinesi e ai primi passi della rivoluzione bolscevica, il tentativo di dare senso compiuto a una democrazia bloccata e asfittica, che incoraggia ogni avventura. Di pensare un liberalismo democratico che, morto lui, avrà altre voci e altri volti: dalla sua esperienza nasce la nobile vicenda di Giustizia e Libertà.
C’è soprattutto, in questo giovinetto febbrile e curioso di tutto, colto e aperto al nuovo, un volontarismo etico che lascia ammirati e commuove. La convinzione che «un solo atto, e qualche volta una sola parola, basta a mutare ogni costellazione di atti e parole». Il ragazzo che dice «Voglio che ogni anima sia per me un problema» è l’Italia migliore, la voce che risuona anche oggi, in tempi di cinismo e disincanto.
Paolo Di Paolo, Un mondo nuovo tutti i giorni, Solferino, 2025

Sapere la verità. «La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo». Il più bel romanzo sulla Resistenza italiana comincia come una storia romantica. 
Il più bel romanzo sulla Resistenza italiana assieme a I piccoli maestri di Luigi Meneghello, uno dei più bei romanzi del Novecento italiano, è anche una storia romantica. Una questione privata “nel fitto” della guerra civile. Quando comincia a scriverlo Beppe Fenoglio (1922-1963), ex partigiano e procuratore di una casa vinicola di Alba, ha già pubblicato due libri su quegli anni terribili: I ventitré giorni della città di Alba e Primavera di bellezza. E una storia contadina, La malora, che Elio Vittorini ha accolto malvolentieri nei suoi “Gettoni”, quasi stroncandola con un risvolto ostile. Un altro romanzo monumentale, Il partigiano Johnny, che apparirà postumo e diventerà presto libro epocale, oggetto di culto, è stato abbandonato.
In quel 1960 Fenoglio ha deciso di cambiare rotta: non vuole più una Resistenza sul filo della memoria personale, non vuole più un romanzo corale che si nutra di tutta la Storia e di tutte le storie. Vuole invece un romanzo in cui alla logica dell’intreccio vengano ricondotte le grandi vicende di quegli anni. Perché Fenoglio vuole essere uno scrittore partigiano e non un partigiano scrittore. Una questione privata conosce tre stesure. La terza, perfetta, è questa. 
Dove il giovane Milton, ex studente che ha maturato la scelta della guerra partigiana, passa accanto alla villa abitata fino a qualche tempo prima dalla ragazza di cui è innamorato, Fulvia. Sosta, si lascia assalire dai ricordi, chiede all’anziana custode di vedere la stanza che ha assistito alle loro discussioni appassionate, all’ascolto dei dischi americani che regalava a Fulvia (Over the rainbow è la struggente colonna sonora del flashback), alla lettura delle poesie e delle lettere che scriveva per lei. 
Poche incaute parole della custode, che lasciano intendere una storia d’amore tra Fulvia e Giorgio, il biondo e ricco amico del cuore di Milton, fanno scattare la molla dell’ossessione. Milton vuole “sapere la verità”. Cercherà Giorgio e, appreso che è stato catturato dai fascisti, batterà le Langhe in cerca di un fascista da catturare per scambiarlo con lui. Prenderà un sergente, sarà costretto a ucciderlo, inseguito dai fascisti andrà incontro a un destino di morte. «Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò».
Italo Calvino paragonò Una questione privata all’Orlando furioso: i cavalier l’arme gli amori. Gli inseguimenti e la passione che rende folli. L’intuizione è folgorante, ma non solo di questo si tratta. Fu Calvino il primo a riconoscerlo: finalmente il romanzo sulla Resistenza c’era, finalmente una lunga stagione poteva dirsi conclusa. Perché la storia privata di Fenoglio è la più universale delle storie, dove la Resistenza non è fondale o panoplia ma vita vibrante. Non c’è bisogno di discorsi, di proclami, perché la scelta di campo è scelta di vita.
Nei miracoli di sintesi che di rado accadono, Una questione privata riesce a essere tante cose. Un romanzo di formazione: la vita partigiana come solitudine, ascesi, isolamento, maturazione di una coscienza adulta e di una “cognizione del dolore”. Un resoconto di quei terribili mesi: con la furia e la commozione (le pagine indimenticabili sull’esecuzione per rappresaglia delle due staffette ragazzine, Riccio e Bellini), il gelo, i poveri fuochi di tutoli di mais, il corpo che duole e i polmoni che sibilano, e una nebbia e un fango mai così vivi e veri. Un atto d’amore per la sua terra, per quelle colline che Pavese mitizzò e che qui sono quasi persone, per l’austera dignità e la fame contadina (si legga il capitolo VIII, la sosta nella casa della vecchia insonne e materna, che fonde al calor bianco miseria e fraternità). Un omaggio infine alla cultura inglese di cui Fenoglio era imbevuto, non per povero vezzo snobistico di provinciale ma per appassionato vagheggiamento di una civiltà e di un sistema di valori che allo scrittore apparivano l’antitesi del fascismo: nel nome (Milton, come il poeta puritano) e nell’infelicità amorosa del protagonista, respinto come Heathcliff ma a differenza di lui incapace di covare rancore. Rileggo per la quarta volta questo romanzo e ancora mi sembra splendido e mio. E la “verità privata” che Milton cerca mi sembra un più alto ideale di rettitudine e di vita.
Beppe Fenoglio, Una questione privata, introduzione di Nicola Lagioia, Einaudi, 2022

Nostalgia, nostalgie. Il Flit con la pompetta e la ghiacciaia con l’uomo del ghiaccio. La naia e la prima sigaretta. I cantastorie e la carta moschicida. Le braghe corte e il surrogato del caffè (la Miscela Leone: la ricordo, sì, io la ricordo). La lippa e i liquori fatti in casa, alchermes, doppio kummel e simili. Ricordi agrodolci del mondo di ieri e d’avantieri, mentre oggi c’è «l’orrendo telefonino».
Caro Guccini, permette un’obiezione? Il telefonino non è orrendo. Sì, lo so, è spesso fastidioso: lei non va in tram e in autobus come me, non li sente parlare tutti assieme come se usassero il megafono. È a volte buffo: lei sta nel suo buen retiro di Pavana, non vede le persone a spasso che sembrano parlare da sole, come i lunatici di un tempo, e poi ti accorgi che hanno l’auricolare. Ma non è orrendo. Come non lo sono molti altri “aggeggi infernali”. Si parla di telefonino per parlare di nostalgia e misoneismo. La nostalgia è lecita e dolce, ma non può essere il rifiuto del mondo com’è o, peggio, il pensare che ieri era meglio. Perché ieri non era mai meglio.
Guccini, che è bravo scrittore (i gialli dell’Appennino scritti con Loriano Macchiavelli sono belli, le Croniche epifaniche sono un incanto) e musicista che amo da una vita, non salva in blocco il passato: le braghe corte d’inverno, le maglie di lana fatte in casa che pungevano, quelle no. Ma poco ci manca: meglio la ghiacciaia o il frigorifero? Meglio i fascinosi bar pieni di fumo come le sale cinematografiche di ieri, o i divieti di oggi? Meglio il frigorifero, meglio i divieti.
Lo dico per me, più che per criticare Guccini: perché invecchiando è facile pensare che ieri era meglio e che la storia è finita con noi, è facile farsi catturare dalla sindrome del capitano Nemo e rinchiudersi nel Nautilus tagliando i ponti con il mondo. E invece bisognerebbe cullarsi le proprie nostalgie senza diventare nostalgici. (2012)
Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Mondadori, 2012

La mamma è libera. «Mi ha chiamato nel bel mezzo della serata. Stava piangendo. Avevo ventott’anni quando arrivò quella telefonata ed era solo la terza, o forse la quarta volta da quando ero nato che la sentivo piangere». Piange Monique, 58 anni, madre dell’autore. Ha lasciato il marito perché beveva e la maltrattava, si è trasferita a Parigi dal Nord della Francia ma dopo qualche anno, con il nuovo compagno, è tornata alla casella di partenza. L’uomo di sera, dopo il quarto il quinto il sesto whisky, comincia a urlare e insultarla: puttana e stronza lei, froci e falliti i figli. Inveisce, si accanisce anche mentre la donna è al telefono. Non la picchia, almeno questo. Édouard Louis, il figlio-autore che riceve quello sfogo, è ad Atene per lavoro. Da lontano le dice di scappare subito e di rifugiarsi da lui: metta qualcosa in un borsone e chiami un taxi, lui manderà un amico a casa per aprirle, portarle del cibo e dei soldi per i primi giorni, in attesa che lui ritorni.
Monique tentenna, rimanda: dice che andrà via domani, deve recuperare delle carte. Lo farà o si lascerà inghiottire da una vita di vessazioni, lei che è rimasta incinta a diciassette anni e non ha soldi, istruzione, lavoro, competenze? Lei che non ha mai preso un aereo, letto un libro, visto il mondo? Monique la mattina dopo, di soppiatto, “evade”. L’ubriacone che la insultava dorme, non si è accorto di niente. Per qualche settimana vivrà a casa del figlio, imparerà a usare il computer (per vedere le foto di una futura casa), prenderà nuove abitudini e conoscerà nuovi sapori. Incerta sulle prime, poi sempre più felice della nuova libertà e di una solitudine che sa di indipendenza. Rinata a sé stessa.
La libertà è questione di violenza e di soldi. È stata una ribellione estrema quella del figlio, che ragazzo ha lasciato casa per studiare e scrivere, e che la famiglia d’origine ha cancellato dopo che nell’acclamato libro d’esordio (Farla finita con Eddy Bellegueule, in Italia lo ha pubblicato La Nave di Teseo) ne ha messo in piazza con una prosa furibonda i soprusi (anche quelli di una madre assai dura, assillata dai debiti e dal denaro che non c’era). 
Quell’atto violento che reagiva alla violenza patriarcale gli ha dato la libertà ma lo ha trasformato in un transfuga, in un traditore. E al tempo stesso gli ha permesso di guadagnare il denaro che userà per risarcire la madre, per trovarle una piccola villetta accanto alla casa della sorella, un posto al mondo. Fino al climax commovente in cui, in Germania, mentre assiste a una pièce teatrale che il figlio le ha dedicato, Monique alla fine della rappresentazione viene chiamata sul palcoscenico e sommersa da un applauso scrosciante.
È andata bene non perché è l’happy end della fiaba, ma perché nel mondo che rimette in discussione l’ordine malato dei padri, una donna che evade è personaggio e persona, madre coraggio ed eroina. Édouard Louis è tra gli autori più notevoli di una covata – Joseph Pontus, Didier Eribon, Sorj Chalandon, Mokhtar Amoud – che, prendendo le mosse dall’Annie Ernaux del Posto e dal Romain Gary della Vita davanti a sé, racconta una Francia che non si arrende e continua a sbattere in faccia al lettore le disuguaglianze di classe, d’etnia e di genere.
Édouard Louis, Monique evade, traduzione di Annalisa Romani, La Nave di Teseo, 2025

Lo scheletro ritrovato. Un noir insolito, giocato fra due poli narrativi, il dolore e la corruzione, lo smarrimento e l’abuso di potere. Nei pressi di Latina, in un bosco, due cacciatori hanno trovato uno scheletro. Appartiene a una giovane donna, è lì da una ventina d’anni. I carabinieri, spulciando fra le denunce di scomparsa ricevute allora, individuano “quattro presunti familiari”: la bella ed elegante signora Parrino che vive alle Canarie e ha perso una sorella; i Martelli, marito e moglie che hanno abbandonato l’Agro Pontino per la Liguria dopo che la figlia è svanita nel nulla e che hanno la povertà cucita nel corpo e negli abiti; e l’anonimo, quasi insignificante Lucio Marini, figlio di una tossica anch’essa scomparsa. 
Il loro dna – i quattro sono intanto ospiti di un b&b, “gestiti” dal giovane appuntato Emanuele Circosta – verrà messo a confronto con quello dello scheletro. Chi vincerà la lotteria del dolore, in questo noir che non esige un colpevole ma un nome? Tra i “quattro presunti familiari” scattano ripicche, scatti di rabbia, folate di follia: la Parrino si rivela schizofrenica, i Martelli litigano ferocemente su chi abbia fatto scappare la figlia e il ragazzo Marini, adottato da un patrigno che non lo ama, ha ereditato dalla madre l’assuefazione alle droghe.
La rivelazione, per quasi tutti loro – e Mencarelli, capace come pochi di indagare l’alterità e il disagio psichico, si veda lo splendido Tutto chiede salvezza anche serie Netflix, si immerge in questo lutto non elaborato – non sarà la catarsi, ma uno strazio rinnovato.
L’appuntato Circosta, 33 anni, molisano trapiantato a Latina – una Latina feroce e sordida, scenario credibile che regge il confronto con un hard-boiled californiano – è la cerniera fra il mondo del dolore e quello della prevaricazione. Innocente ma debole, incapace di rapporti con le donne ma ossessionato da loro, gentile ma abitato da scoppi di furore, a mezza strada fra l’impulso a essere un “buon carabiniere” e un pigro adagiarsi al male che lo circonda, Circosta si lascia coinvolgere dal brigadiere Liberati, fascista ed estorsore di puttane e pusher, corrotto e corruttore, in imprese non proprio commendevoli, salvo ritrarsene all’ultimo momento. Scrollato dal suo capo, il retto maresciallo Damasi che si sente disarmato di fronte al malcostume che regna in caserma e che con lui alterna reprimende ed elogi, riuscirà finalmente a farsi uomo? Con tutte le sue contraddizioni, Circosta è tuttavia l’unico a prendersi cura dei “quattro presunti familiari”, a consolarli, a rendere meno pesante il loro fardello. 
Il ringraziamento finale dell’autore (“Agli scomparsi nel nulla e alle loro famiglie, in supplizio perenne / A tutti coloro che rappresentano le istituzioni senza farsi stravolgere dall’esercizio del potere”) esplicita la tensione etica della narrazione. Si attende un seguito, Circosta ha tutte le giuste premesse per diventare un protagonista.
Daniele Mencarelli, Quattro presunti familiari, Sellerio, 2026

Il libro del figlio. «Periferia est di Trieste, odore di nafta e Balcani. Vigilia di Natale.
Mamma sta portando in soggiorno i ravioli. Una volta li preparava a mano, uno a uno. Erano sacri i ravioli di mamma, sacra la pasta che scendeva sul tavolo della cucina, sacro il ripieno di ricotta. Mamma è vecchia, ci vede da un occhio solo, compra i ravioli già fatti. Mamma è stanca e bella.
Papà è un filo d’erba, oscilla in soggiorno come ci fosse bora. Aiuta a servire e a sparecchiare la tavola. Un tempo sollevava il tavolo con due braccia, avrebbe sollevato il soggiorno se glielo avesse chiesto mamma. Papà dava ordini a tutti tranne che a mamma. Mamma faceva ordine dentro la casa, papà fuori dalla casa. Papà è stanco e bello, anche se non sa di esserlo».
Periferia, una casa popolare lontana dai fasti asburgici. Una Trieste che non ha conosciuto Svevo e Joyce, Saba e Bazlen, la psicanalisi e i caffè letterari. Ci vivono il padre e la madre, ci ha vissuto il figlio che li va trovare. Militare di carriera il padre, casalinga che fu commessa la madre, si conobbero nel negozio dove lei lavorava e fu amore a prima vista. Poveri e dignitosi e timidi tutti e due. Lui di Giù, la Puglia dove ogni anno ritorna con lei, d’estate: mille chilometri per sedersi su una panchina e guardare il tramonto. Lei triestina e presto orfana, con una tribù di cugini e cugine, zii e zie in città e sparsi per il mondo, le Rose e Nonna Fenicottero che ha perso una gamba (l’albero “geologico” che fanno fatica a disegnare). 
Ora invecchiano tra asciutte tenerezze, premure reciproche e timori: il corpo che non obbedisce più e chissà quale sarà l’esito della tac, la fatica di camminare e la caparbietà di voler continuare a camminare, le cose che non si riparano e non si sostituiscono perché saranno tutte impicci in più per il figlio. I conigli che non si ha il coraggio di uccidere e le lumache spostate in un’aiuola perché gli umani e le auto non le calpestino. Il pane e il vino.
Il figlio li osserva e li accudisce, intenerito e straziato, perché non è mai facile accettare il tempo che passa e i cattivi pensieri a volte si accampano. Perché a volte, per sottrarli a quel lento sfacelo, li vorrebbe già morti e lui perso, consegnato a sé stesso. L’odore della vecchiaia, qui, è sensazione fisica esatta. «Mamma e papà sono diventati vecchi di colpo. Accadde di lunedì. Aprii la porta e avvertii qualcosa di strano. L’odore dei vecchi. Quel lunedì la casa cambiò. Non era più la casa in cui ero cresciuto. Con l’odore nuovo arrivò la tristezza. Non erano solo papà e mamma a essere tristi, lo erano tutti gli oggetti di casa… Nelle case dei vecchi non entra nessuno. C’è quello strano odore, ci sono le cose cupe, c’è l’inverno e c’è un silenzio che non fa bene. Non ci si riesce a concentrare. È come il silenzio della sala d’attesa di un ospedale». 
Un odore che ne richiama altri. Quello del padre di Philip Roth nel bellissimo Patrimonio, che prima o poi Adelphi ci tornerà a offrire, io per il momento mi tengo stretta l’edizione Einaudi. Quello del miliziano repubblicano Miralles, che durante la guerra civile spagnola salvò la vita a un fascista e ora sta in una casa di riposo, in un passo emozionante di Soldati di Salamina di Javier Cercas:
«L’auto si fermò all’angolo, di fianco a noi.
“Bene” disse Miralles. “Spero che torni presto.”
“Tornerò.”
“Posso chiederle un favore?”
“Quello che vuole.”
Guardando il semaforo disse: “Sono tanti anni che non abbraccio nessuno.”
Sentii il rumore del bastone che cadeva sul marciapiede, sentii le sue braccia enormi che mi stringevano forte e le mie che a malapena riuscivano a cingerlo, mi sentii piccolo e fragile, sentii l’odore di medicinali e anni di vita al chiuso e verdura bollita e soprattutto odore di vecchiaia, e capii che quello era l’ingiusto e misero odore degli eroi».
Sono piccoli eroi anche questo padre e questa madre, in un libro del figlio sfiorato dall’ala della grazia e della tenerezza. La letteratura, per me che leggo, diventa sempre più l’esigenza di aprire gli occhi, come avrebbe detto Celati, alle infinite possibilità di racconto che stanno nella vita quotidiana di ognuno, di tutti.
Luigi Nacci, Il tempo dei semplici, Einaudi, 2026

Antimo muore. Era diventato «un’abnorme melanzana da 130 chili» Antimo Ligas, neanche cinquant’anni, e ora, intubato nella stanza 14 dell’ospedale Brotzu di Cagliari, è il «bell’addormentato». Se l’è preso un aneurisma cerebrale, dopo anni passati a buttarsi via a furia di mangiate e bevute. Il gigante buono, il capocaccia nelle battute al cinghiale, la guida sicura nelle ascensioni in montagna, il cuoco e arrostitore per gli amici e per mezzo paese, il ragazzo dalle mani d’oro che sapeva far tutto e tutto riparare, ha cominciato ad arrendersi dopo che è stato licenziato dall’impresa edile dove lavorava, né ha avuto miglior sorte reinventandosi cuoco, troppo lento e accurato e poco alla moda per i suoi datori di lavoro. Velia, la ragazza sottratta a una madre ruffiana pronta a venderla a un pastore in cambio di una capra, che Antimo ha amato e fatto studiare, si è laureata e lo ha lasciato per fare la grimpeuse: “sorella d’Italia” in carriera, è diventata sindaca del paesino che assiste addolorato alla disgrazia di Antimo, povero fiore (anthos in greco) che sta sfiorendo. Rinascerà, come i fiori che rinascono a Pasqua dei quali recita la scritta di una chiesa campestre?
Sperano nel miracolo gli anziani genitori, si fa poche illusioni la straziata e ombrosa sorella Olimpia. E cercano di fare accadere il miracolo i “tre moschettieri”, gli amici di una giovinezza spavalda e ribelle, di una piccola balentìa arresa allo scialo di sé: il becchino erotomane (diventerà scrittore di culto in Francia) Stanislao Manca-Vaquer ultimo discendente di una nobiltà dissoluta e dissolta; l’apicultore Ignazio Farci piegato dal peso della bruttezza e dell’omosessualità; e il fumantino, bipolare Lorenzo Campoformio, un po’ artista d’ avanguardia nella comune in sfacelo che lo ospita (il Lenin-dromo) e un po’ bandito di strada e trafficante d’armi. Riuniti, i tre amici da tempo divisi metteranno a palla una sera, sotto le finestre di Antimo all’ospedale, November rain dei Guns ‘n Roses, la sua canzone preferita («Nothing lasts forever / And we both know hearts can change / And it’s hard to hold a candle / In the cold November rain»). Suscitando un piccolo miracolo provvisorio che qui non si rivela.
Antimo, nel Sulcis un tempo zona di miniere e oggi povera quasi periferia di Cagliari (la “bidda” in cui ha vissuto, mai nominata, è grande quanto una manciata di fagioli) è un José Arcadio Buendia più mite e meno sanguigno, e Dei fiori che rinascono è un piccolo Cent’anni di solitudine sardo. Con una lingua mutevole, marezzata di campidanese e ardita nei molti registri, l’ironico e l’elegiaco, l’espressionistico e il lirico, con una furia che diventa struggimento, Giulio Neri fa della deriva di una vita e di un paese, postmoderno avendo soltanto sfiorato la modernità, la metafora potente del declino di un’isola.
La poltiglia sociale di una società che del vecchio mondo agropastorale conserva soltanto la buccia e i riti, e del nuovo millennio ha preso quasi solo il peggio dei social; la città incombente dei traffici e delle vanaglorie; lo sfarinarsi delle vecchie utopie tra marchette sottoproletarie e dissipazioni; lo spreco di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. In questo piccolo mondo affollato di protagonisti allo sbando e di comprimari memorabili, in questa come in altre province italiane ritratte per scorci sapienti e rasoiate, sta il meglio della nostra narrativa. Qui pronta a volare alta sulle ali dell’amicizia e della fratellanza. A tramandare la memoria di un passato che redime e non si può cancellare. «Ci si spostava adagio giocando a nascondino nello sterrato, tra l’erbaccia dei malvoni e i recinti sgangherati di una vigna abbandonata. I greggi luridi filavano spinti dai cani per i campi spogli e il greto. Erano barriera di un minuto o due e si aspettava accasciati, si profittava dell’argine, ci si intrufolava negli sterpi sotto gli archi della Briglia – quella costruzione che agli altri ragazzini, in paese, sembrava un ponte. Da lì, tra i mostri di spine, piegati in fruscii di un lesto serpeggiamento, si sbucava nel viale dei peri in fiore e si correva di tronco in tronco verso la Casa Rosa che accoglieva, verso il pergolato dell’uva, verso il nespolo e la legnaia. C’era un ampio lenzuolo steso al sole. Si nascondevano lì, insieme, fratello e sorella. Fuggivano, sì, ma erano salvi».
Giulio Neri, Dei fiori che rinascono, Il Maestrale, 2025

Come eravamo. «In altre parole, appartengo alla vasta coorte, oggi inevitabilmente dispersa, dei nati a cavallo della Seconda guerra mondiale, venuti al mondo fra le bombe e l’occupazione, cresciuti tra città in rovina e miseria, tra borsa nera e tessere annonarie, la paura del tifo e della tubercolosi, le cui famiglie erano impiegate a rimontare con fatica una china che i più chiamavano ricostruzione».
Raffaele Simone è il maggiore dei nostri linguisti (almeno i suoi testi più recenti, La grammatica presa sul serio, Laterza, 2022, e Nuovi fondamenti di linguistica, McGraw-Hill, 2024, dovrebbero essere patrimonio di un lettore mediamente colto). Alla sua vena narrativa, che ha già all’attivo le prove Le passioni dell’anima (Garzanti, 2011) e Jazz Café (La Nave di Teseo, 2023) appartiene anche La vita anteriore, un limpido amarcord che ha per sottotitolo “Memoria di una generazione, con figure”. E le figure, di evocativa abbondanza, giocano un ruolo centrale nell’innescare la narrazione.
Autofiction? Per niente, siamo dalle parti della grande memorialistica novecentesca, della ricognizione che senza vantare “stoviglie color nostalgia”, con aguzza pacatezza, parlando di sé e della propria traiettoria passa in rassegna le opere e i giorni di un’Italia (di un’Italia del Sud dalla quale anch’io provengo) alle prese con le macerie, con un tenace “autunno del Medioevo” e con una voglia altrettanto tenace, nei più giovani, di varcare la porta ancora stretta della modernità.
La generazione di Simone (1944, Lecce), e per molti versi anche la mia del 1953, hanno sperimentato nell’arco di una vita accadimenti e trasformazioni che nessun’altra generazione ha conosciuto nella storia. Dagli ultimi bagliori di una piccola società feudale in ritirata (Simone ci insiste, e fa bene a sottolinearlo) alle fiammate di guerra e alle risorgenti disuguaglianze di un Mondo Nuovo che ancora non sappiamo come definire. Dagli aratri nei campi agli aerei nel cielo, per citare un cantautore che ho molto amato, Luigi Tenco. 
Nominare le cose, ricordare quali fossero gli oggetti della nostra vita quotidiana, è un buon modo per cominciare a narrare. Che nella Vita anteriore si allarga ai microcosmi e alle pratiche, facendo del racconto anche un esemplare saggio di storia materiale e sociale: la vita dei borghesi a cavallo fra un austero benessere e le difficoltà di un’era ferrigna, e quella dei contadini artigliati dalla miseria, dalla fame e da una violenza oggi difficile da pensare senza un moto di orrore, esemplari le notazioni sulle cinghiate e sull’incesto. 
Sfilano così il caldo e il freddo (ho ancora il ricordo vivido dei bracieri profumati dalle bucce di mandarino, altro che termosifoni, e dei geloni di gennaio), lo sporco (la puzzolente creolina che disinfettava le aule scolastiche, a me viene in mente anche il pungente creosoto contro il mal di denti), la paura delle malattie e il timore dei medici (mia madre, che a vent’anni finì in un sanatorio, limitò per tutta la vita baci e abbracci a noi figli, nel timore irragionevole ma radicato di contagiarci), l’insolita prossimità tra ceti assai lontani dettata da una vita assai più spartana dell’attuale.
Mi spiego meglio: i ricchi e i benestanti che avevano poveri al loro servizio (allora le colf erano “le serve”, così come le nubili erano “zitelle”) erano allo stesso tempo remoti e incombenti per quei poveri. Vivevano nella stessa piazza, come nel paese dei Malavoglia, si affacciavano allo stesso cortile su cui dava il basso del Mare non bagna Napoli. Mentre oggi, forse più uguali, sappiamo a malapena il nome dei vicini di casa.
Era una vita senza elettrodomestici, riscaldamento e aria condizionata, anche per chi stava bene. Il bagno si faceva una volta alla settimana, il bucato ogni quindici giorni, la caldaia chi ce l’aveva doveva accenderla all’alba per avere acqua calda. Erano tempi di vestiti rivoltati, di tessuti riutilizzati, di macchine da cucire Singer, di calzoni maglioni e giacche che passavano da padre in figlio, da fratello maggiore a fratello minore.
Era una vita di inchiostro, pennini e calamai, oggi c’è il computer. Di bacchettate a scuola per i figli dei contadini (io da bambino povero non le ho sperimentate, in compenso ho beneficiato alle elementari della refezione con un bicchiere di latte, un panetto di marmellata di mele e un formaggino: mai più mangiati da allora), di formitrol e chinino di stato, di cicoria al posto del caffè e di dolce euchessina, di capiclasse e cimose (nella scuola di Simone si chiamavano cancellini e cassini), di poesie insulse o sadiche mandate a memoria. Di buone pratiche sociali anche per i poveri che volevano essere ammodo: il divieto di parlare in dialetto, la precettistica dell’eufemismo, lo stare composti a tavola e fuori, i “giornalini” che potevano traviarti, i pericoli della piccola città (dalle mie parti in Sardegna erano gli omosessuali adulti, gli “invertiti”, che potevano adescare i ragazzini).
Era una vita di messe alla domenica con il vestito della festa, di strusci in piazza purché in comitiva e le ragazze (le donne in genere) ammesse ad avventurarsi fuori casa soltanto se accompagnate da un maschio che non le potesse insidiare (padre, nonno, zio, fratello: Simone ricorre alla categoria islamica del “mahram”). Ed era in genere un mondo binario: Russia contro America, Dc contro Pci, ma anche Coppi versus Bartali, Ferrari e Maserati, Ascari e Fangio, Guzzi e Gilera, Vespa e Lambretta, Peroni e Dreher, Chlorodont e Durban’s.
Era una blanda asfissia, un meridione immobile dal quale si voleva evadere (ma la provincia era tutta così: giura Riccardo Bertoncelli in un gustoso memoir appena pubblicato da Feltrinelli, Abitavo a Penny Lane, che a Novara negli anni ‘60 non era molto diverso), la fatica di trovare libri e sprazzi di futuro e un modo diverso di vivere che ci spingevano a sognare l’altrove. C’è una canzone del 1963, Nel corso, cantata da Gino Paoli (era nella colonna sonora del bellissimo I basilischi, testo di Lina Wertmuller e musica di Ennio Morricone) che riassume in modo esemplare quel sottile malcontento: “Nel corso, sempre avanti e indietro / Stiamo a passeggiar / Un giorno uguale a un altro giorno / Il tempo se ne va… / E sento, ogni tanto / Di qualcuno che se ne va / Se ne va lontano / Alla grande città / I razzi vanno sulla luna / Noi restiamo qua / Nel corso, sempre avanti e indietro / Stiamo a passeggiar / Viene il sole, il sole muore / Viene la luna e se nе va / Ma ‘sta vita, questa vita nostra / Quando cambierà?”.
Questa vita nostra è cambiata non una, ma tante, forse troppe volte. Con la passione per un mondo nuovo, più giusto e fraterno, da costruire. E con le smentite crudeli che la storia si è incaricata di darci. C’è anche questo, tra le righe, nel memoir di Simone: quando il progresso è arrivato e quando la macchina del progresso si è inceppata. Raccontare perché altri sappiano quanta fatica è costata arrivare sin qui. E chiedersi, come fa l’autore all’inizio della narrazione, quanto si assomiglino «questo bambino, con la sua zazzera e il cappotto di lana pesante, che strizza gli occhi dinanzi al sole di un inverno che si immagina freddo, con il signore con gli occhiali, pochi capelli in testa e molti anni sulle spalle, che sta scrivendo queste righe…». Siamo sempre uguali o in perenne divenire? È possibile ciò che i greci definivano “antòs”, autenticità, ovvero il profondo sé stesso? Siamo sempre noi quelli che esistendo cambiano? Un libro bello, importante, necessario. 
Raffaele Simone, La vita anteriore, Laterza, 2026

CITAZIONI

Il pane. «Ogni sera li chiamo. Sono telefonate di un minuto.
Ciao, come va?
Solito, dice mamma. Hai mangiato?
Se rispondo di sì mi chiede che cosa. Invento: melanzane al forno, zucchine in padella, frittata di broccoli. A volte oso: cavoli bolliti. Se dico cavoli mamma è felice, se dico minestra di patate mamma splende. Le dico che mangio cose salutari, quelle che mi ha insegnato a cucinare lei. Non posso dirle che ho mangiato un trancio di pizza. Se mamma pensa che mi prendo cura di me cambia tono di voce. La sua voce diventa azzurra.
Se rispondo di no arrivano le nubi scure. Il fatto che io sia in giro o che stia lavorando non le importa. Si mangia alla stessa ora. Non si saltano i pasti. Così è sempre stato a casa. Mangiare insieme era il pilastro della nostra famiglia. E a tavola non poteva mai mancare il pane.
Senza il pane non c’è famiglia, diceva papà quando ancora sollevava i soggiorni.
C’era sempre una scodella di pomodori annegati nell’olio extravergine d’oliva, in modo da intingerci il pane.
Con molto aglio, perché fa bene, diceva mamma.
Papà adorava l’aglio, lo adora ancora ma non lo digerisce più. Adora mamma.
Prendevamo il pane con le mani e lo calavamo nell’olio e mangiavamo di gusto. Poi arrivava la pasta: a etti, come se avessimo lavorato tutto il giorno nei campi o nei cantieri. Pastapane era il nostro credo. Era la vittoria schiacciante del Sud sul Nord. La disfatta della Mitteleuropa.
Mangiavamo anche per i nostri avi schiantati dalla fatica. Per mio nonno che buttava il carbone nelle locomotive a vapore e guidava i camion, o per mia nonna che raccoglieva i capperi e conciava le pelli, o per lo zio che faceva il macellaio e una volta chiusa la macelleria era emigrato dall’altra parte del mondo. O per la prozia che sgranava i chicchi del caffè in porto, con una mano sola, perché l’altra l’aveva persa lavorando allo jutificio. Tutti morti. Mangiavamo tanto anche per loro. Ingrassavamo per loro. Imgrassare era il nostro modo di stare al mondo.
Perché ogni tanto non possiamo mangiare all’una invece che alla mezza? chiedevo da bambino. Perché non alle due?
Perché papà deve tornare a lavorare, diceva mamma.
Ma si mangia alla mezza anche la domenica, dicevo io.
Si mangia all’ora in cui si deve mangiare, diceva papà.
Papà e mamma oggi mangiano alle undici e mezza: un piatto di pasta in due. Niente più pane, lo comprano solo quando vado a trovarli. Non lo toccano, è per me. Papà va a prenderlo sulle Rive, in una panetteria dove tutto luccica. Sono sette chilometri e ci va a piedi.
Si mette le scarpe e dice a mamma: Parto.
Gli manca solo la valigia di cartone.
Io non vorrei tutto quel pane ma devo mangiarlo. Mi ingozzo e mi accascio stordito sul divano. Accendo il televisore e cerco il canale dei vecchi film. Mamma e papà arrivano sul divano e li guardiamo insieme. Pochi minuti e si addormentano. Io resto a fissarli. A volte scatto loro delle foto mentre dormono e mi vergogno di averlo fatto, a volte mi metto a piangere. Saranno così da morti? Come sfiorerò i loro volti prima di salutarli per l’ultima volta?
Appena si svegliano me ne vado. Arrivato in strada guardo in alto e vedo mamma affacciata alla finestra. Mi saluta agitando la mano. Lo faceva quando andavo a scuola, lo fa ancora.
(Luigi Nacci, Il tempo dei semplici).

Carta da zucchero. «Uno dei terreni dove meglio si misura la distanza sono le parole che abbiamo usato e i microcosmi in cui abbiamo vissuto. Ci fu un’epoca, non tanto remota e neanche tanto breve, in cui un certo timbro di blu si chiamava carta da zucchero, c’era un verde penicillina e un marrone testa di moro. C’erano anche il verde sottobosco, il grigio fumo di Londra e il rosso TizianoFare all’amore significava “frequentarsi, corteggiarsi” e il fare l’amore in senso proprio non aveva un nome pubblico, ma solo designazioni confidenziali o volgari. La depressione si chiamava esaurimento nervoso, non esistevano ancora lo stress e meno ancora il burnout. Il seno delle donne si chiamava petto e i reggiseni reggipetto, le mutande da donna non si chiamavano slip e si portavano le giarrettiere, che usavano anche gli uomini per tener su i calzini lunghi, fissandole sotto al ginocchio. Si usavano tranquillamente parole che oggi sarebbero sentite come offensive, molte delle quali riferite a donne: le non sposate erano zitelle, le irascibili uterine; le persone con una disabilità importante erano indicate come storpi, la donna di servizio si chiamava serva e i ragazzi poco svegli si sentivano insultare con l’orribile appellativo di mongoloide (o mongolo). 
Quanto ai microcosmi, c’erano negozi di “Droghe e coloniali”, c’erano le modiste, le magliaie, le rammendatrici, le rammagliatrici, gli esattori delle tasse, i barbieri che, alla maniera degli antichi cerusici, venivano a casa per applicare sanguisughe. C’erano botteghe di mestieri del tempo di Ulisse: i cordai, i carbonai, i maniscalchi, gli affilatori di lame, gli impagliatori di sedie, i vasai. Nelle città circolavano somari e cavalli, greggi di pecore potevano tagliare la strada alle vetture. Per le vie si incontravano cani anche feroci, possibile fonte di rabbia, malattia che circolava ancora, come nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, in cui appaiono cani randagi che lottano tra loro come in un crudele torneo. Li inseguivano gli accalappiacani, col loro truce bastone terminante in un cappio. 
C’erano studi specializzati per i fotoritratti; gli impacchi di semi di lino per lenire i dolori; i “circuiti” in riva al mare fatti con la sabbia per giocarci con le biglie di vetro; le botteghe di legumi secchi in grandi sacchi, altre che vendevano formaggio in grosse forme, altre specializzate in ghiaccio, gazzose e bevande gassate; c’erano le mercerie, con matasse di lana, bottoni, rocchetti di cotone da cucire, cerniere e gancetti di ogni colore e forma; c’erano i forni pubblici, dove si portavano a cuocere il tacchino o la torta; per la strada c’erano gli orinatoi pubblici (solo per maschi). 
(Raffaele Simone, La vita anteriore

INCIPIT

Una scelta degli “attacchi” di Fëdor Dostoevskij (1821-1881): tutti i romanzi e qualche racconto.

Avrei potuto benissimo farne a meno, ma non ho saputo resistere alla tentazione di scrivere la storia dei miei primi passi nella vita…(L’adolescente)

Il tredici gennaio del corrente anno 1865, alle dodici e trenta, Elena Ivanovna, consorte di Ivan Matveič, mio dotto amico, collega e in parte lontano parente, espresse il desiderio di vedere il coccodrillo che veniva mostrato a pagamento nel Passage. (Il coccodrillo)

Sino a poco tempo fa non riuscivo in alcun modo a immaginare un abitante di Pietroburgo se non in veste da camera, in berretto da notte, in una stanza dalle finestre ben chiuse e con l’obbligo assoluto di mandar giù, ogni due ore, un cucchiaio da tavola di qualsiasi cosa. (Cronaca di Pietroburgo)

Al principio di luglio, con tempo caldissimo, verso sera, un giovane scese dalla sua stanzuccia, che aveva in subaffitto nel vicolo di S., sulla strada e lentamente, come irresoluto, si diresse verso il ponte di K. (Delitto e castigo)

Nell’accingermi a descrivere i recenti e tanto strani avvenimenti, svoltisi nella nostra città, in cui finora non è mai accaduto nulla di speciale, sono costretto, per la mia inesperienza, a cominciare un po’ da lontano, e precisamente da certi particolari biografici sul molto rispettabile e dotato di talento Stepan Trofimovič Verchovenskij.(I demoni)

Venne l’estate e Vel’čanikov, contro la sua aspettativa, rimase a Pietroburgo. Il viaggio nel Sud della Russia era andato a monte, e del processo non si vedeva la fine.(L’eterno marito)

I bambini sono esseri strani, vi appaiono in sogno e vi par di vederli.(Il fanciullo presso Gesù)

Aleksèj FëdorovičKaramazov era il terzo figlio di un possidente del nostro distretto, Fëdor Pàvlovič Karamazov, molto noto ai suoi tempi (da noi, del resto, se lo ricordano ancora oggi) per la sua fine tragica e oscura, avvenuta giusto tredici anni fa e della quale parlerò al momento opportuno.
(I fratelli Karamazov)

Sono finalmente tornato dopo un’assenza di due settimane. I nostri si trovavano già da tre giorni a Rulettenburg. (Il giocatore)

In una giornata di disgelo degli ultimi di novembre, verso le nove di mattino, il treno di Varsavia filava a tutto vapore, avvicinandosi a Pietroburgo.(L’idiota)

Sono un uomo malato… Sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Credo che mi faccia male il fegato. Del resto, non me n’intendo un’acca della mia malattia e non so con certezza che cosa mi faccia male. (Memorie del sottosuolo)

Nelle lontane regioni della Siberia, fra le steppe, i monti e le foreste impraticabili, s’incontrano di tanto in tanto piccole città da un migliaio o, a dir molto, due migliaia di abitanti, città di legno, meschine, con due chiese – una in città, l’altra al cimitero – e somiglianti più a un buon villaggio alle porte di Mosca che a città. (Memorie da una casa di morti)

…Finché lei è qui, tutto ancora va bene: m’avvicino e la guardo ogni momento; ma domani la porteranno via, e come farò a rimaner solo?(La mite)

Non mi ricordo di mio padre. Morì quando avevo due anni, e mia madre si maritò una seconda volta.(Nétoc’ka Nezvànova)

Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che ci capitano solo quando siamo giovani, caro lettore. 
(Le notti bianche)

Mia inapprezzabile Varvara Aleksjejevna, ieri sono stato felice, smisuratamente felice, felice sino all’impossibile: almeno per una volta nella vita, ostinata che siete, mi avete ubbidito.
(Povera gente)

Mancava poco alle otto del mattino quando il consigliere titolare Jàkov Petròvič Goljadkin si ridestò da un lungo sonno, sbadigliò, si stiracchiò e infine aprì completamente gli occhi.(Il sosia)

L’anno scorso, la sera del ventidue marzo, mi capitò una stranissima avventura. Tutto il giorno ero andato in giro per la città in cerca di un alloggio. Quello in cui stavo era molto umido e già allora cominciavo ad avere una brutta tosse.(Umiliati e offesi)

Mio zio, il colonnello Jegòr Iljìč Rostaniòv, dopo essere andato in congedo, si stabilì nel villaggio di Stepàncikovo, pervenutogli per eredità, e prese a viverci come se per tutta la sua vita fosse stato un proprietario del luogo, mai uscito dai suoi possessi. (Il villaggio di Stepàncikovo)

POESIA 

Versi per il 25 aprile. Giovanni Tesio, italianista di lungo corso (presso Lindau è appena uscito il suo Cento per cento, ovvero cento libri per gli ultimi cent’anni della nostra letteratura: ne parleremo presto) ha curato per Interlinea di Novara una piccola e preziosa antologia, 25 poesie per il 25 aprile. I nostri maggiori ci sono tutti, da Montale a Ungaretti, da Saba a Betocchi, da Quasimodo a Fortini, da Zanzotto a Bertolucci, per dirne solo alcuni. Che cosa scegliere? Per un rapido assaggio, comincio dalla fosca Primavera hitleriana di Eugenio Montale, ispirata dalla visita del Fuhrer a Firenze nel 1937.

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano questi renai.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un’alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive, benché armate anch’esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Proseguo con Ungaretti che recupera il verseggiare degli esordi (Per i morti della Resistenza):

Ora
Vivono per sempre
Gli occhi che furono chiusi alla luce
Perché tutti
Li avessero aperti
Per sempre
Alla luce

Con l’amato e amaro, antimonumentale Primo Levi (Partigia del 1981):

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
Quelli che restano hanno i capelli bianchi
E raccontano ai figli dei figli
Come, al tempo remoto delle certezze,
Hanno rotto l’assedio dei tedeschi
Là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
Altri rosicchiano la pensione dell’Inps
O si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi, per noi non c’è congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
Lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
Con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
Ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
Diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
Perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
Spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
La mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita.

Concludo (ma segnalando la bellezza di Pasolini ed Erri De Luca, la rabbia rinnovata di Antonio Porta nella stagione delle stragi) con gli ironici versetti di Luciano Erba:

Leggevo negli occhi dei famuli
il mio destino la mia certa condanna
andavo in montagna
scarponi e paltò
volevo fuggire
l’Italia e Salò.

25 poesie per il 25 aprile, Interlinea, 2025

Le due voci. Ci sono due voci e innumerevoli echi – Vittorio Sereni, Amalia Rosselli, Vladimir Holan, Giovanni Pascoli, Emily Dickinson, financo padre Dante – nella poesia di Mariangela Gualtieri, cesenate del 1951. Poesia da leggere e/o poesia da recitare come fa lei, attiva dal 1983 con il Teatro Valdoca di cui è fondatrice e adesso in tour teatrale fino a luglio con il suo ultimo volume di versi, Ruvido umano. Poesia che contempla il tempo e le creature, e dal pieno della vita e del creato punta come a farsi inghiottire e assorbire («Mi toglierò / questa pelle. Questo costume di scena / lo deporrò. Io desidero che le piante / gli alberi si moltiplichino su di me, / su di me. Su di me. Quando / mi scrollerò di dosso questo corpo. / Quando mi vestirò tutta di / invisibiltà. Fra un tempo poco / Fra poco») e poesia che schiera le parole a raccolta come disarmate baionette, per inchinarsi al “Bellomondo”. Così s’intitolava una sua magnifica lauda di francescanesimo laico che Jovanotti intonò a Sanremo, la si può trovare su YouTube e ne cito soltanto l’avvio:

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ti fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa

che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini

e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico …

Poesia dall’apparenza ingenua, sapienziale e creaturale al tempo stesso, di grande perizia fonica. Poesia che cura, interrogandosi sulla nostra imperfezione:

Prendevo il mondo
dentro me. Lo pettinavo.
Gli dicevo pianino
stai buono. Sii paziente
con noi. Miglioreremo
siamo qui da poco. 
Ancora non capiamo
e ci agitiamo troppo.
Ancora guerreggiamo.

O ancora, in L’animale che siamo:

L’animale che siamo lo sa bene
vede il più folle passo che ci attende
lo spalancato abisso che ci chiama.
L’animale,
l’animale che siamo dorme male – 
è atterrito.
Sua è la stanchezza in cui ci consumiamo.
Noi dormivamo e lui restava teso, noi leggevamo
e lui ci strattonava, noi ridevamo e lui no
non rideva.
Io ascolto lo sgomento dell’animale che sono
Gli accarezzo il petto nel mio petto
Appoggio la fronte alla sua zampa-mano.
Sono al mondo. Siamo. Vorrei
fare un pianto per tutti. Per tutto.
Mi appaiono i milioni di animali
che teniamo rinchiusi malamente
e poi mangiamo. Vedo i musi. I becchi.
Le squame sanguinanti. Ho pena.
E l’umano guerreggiato. E quelli che hanno
fame. Quando l’orrore è grande
non si piange nemmeno.
Tieni la mia voce. Sono capace
di dare solo questo. Tieni
le mie parole. Mi svegliano la notte
per uscire da me e mettersi sul foglio.
Solo questo poco riesco a fare.
Benvenuto dolore. Mio animale.
Guidami tu – ora.

Anche di questo poco che è tanto c’è bisogno.
Mariangela Gualtieri, Ruvido umano, Einaudi, 2024

La responsabilità del poeta. Ho conosciuto per la prima volta Czesław Milosz nel 1994. Una sua poesia era stata tradotta (molto bene, ho poi cercato il testo inglese, essendomi del tutto alieno il polacco) e messa in musica dal recentemente scomparso e da me molto rimpianto David Riondino. Si chiamava Sarajevo e mi colpì con la violenza di uno schiaffo in pieno volto. Era dedicata all’assedio della capitale bosniaca da parte dei serbi nella feroce dissoluzione della ex Jugoslavia. La trascrivo, perché non compare in questa antologia (né che mi risulti, ma potrei sbagliare, in altre raccolte in italiano), voi la trovate su YouTube.

E adesso che sarebbe necessaria la rivoluzione 
i rivoluzionari sono chissà dove
e se un paese violentato e assassinato muore 
loro sbadigliano di malumore 
E i loro uomini di stato scelgono l’infamia
nessuno che la chiami col suo nome
era menzogna la rivolta della gioventù d’Europa
che si condanna e che condanna una generazione 
Ed accogliamo nell’indifferenza il grido dei morenti
barbari incolti che si sgozzano tra loro
perché la vita di chi è sazio vale più di quella di chi ha fame 
quando la vita vale come l’oro 
Adesso è chiaro che l’Europa era soltanto un’impostura
fatta di nulla e nulla di sostanza
e come il nulla dicono i Profeti genera altro nulla
voi molto presto vedrete ricominciare la mattanza 
E Sarajevo che vi maledice significherà
l’annientamento dei vostri figli
è colpa vostra e mentre dite “Qui nessuno ci disturberà” 
crescete chi violenterà le vostre figlie.

Di Milosz sapevo allora molto poco, non più di quanto avessi letto sui giornali: che era polacco ma nato in Lituania, che era esule dopo essere stato diplomatico (aveva chiesto asilo politico in Francia nel 1951, avversando lo stalinismo), che era slavista a Berkeley, che gli avevano conferito il Nobel per la letteratura nel 1980. Nessuna di queste vaghe nozioni rispondeva però alla mia domanda: da dove scaturiva quell’invettiva biblica, quel frastimu direbbero in Sardegna? Acquistai perciò la sua bella antologia (scelta dei testi di Iosif Brodskij e traduzione di Pietro Marchesani) trovandoci una prima risposta. Milosz, che non era mai ricorso all’invettiva (nel pieno dell’orrore nazista aveva fatto dell’immedesimazione con le vittime la sua cifra, al punto da dichiararsi «ebreo del Nuovo Testamento» nella bellissima e straziante Un povero cristiano guarda il ghetto; a guerra finita oscillando invece fra il sarcasmo per gli immemori e i rapidamente smemorati e il senso di colpa per essere sopravvissuto), ricorre all’invettiva cinquant’anni dopo, nella constatazione disperata che i fiumi di sangue della storia recente non hanno insegnato niente, che la tragedia del ghetto di Varsavia e del rogo di Giordano Bruno si ripete nell’indifferenza generale (si legga Campo dei Fiori).
Allora vedevo in Milosz soprattutto un cantore della tragedia polacca, un pietoso e appassionato testimone della sventura che colpì gli ebrei e le vittime di Hitler. Vedevo “quel” momento storico e non una meditazione più alta sul male del mondo. Vedevo la sua opera in versi come una lunga suite in tre tempi: la premonizione, l’avveramento del presagio e, terzo tempo, il lutto e la colpa. Avevo visto bene, ma avevo visto poco. Ora, una sollecitazione amicale di cui sono grato mi ha fatto rileggere i suoi versi. “Lunga la poesia, lungo l’errore”. Mio, è ovvio. Perché in Milosz c’è tutto quello che ci vedevo, ma c’è molto di più. C’è il presagio dell’apocalisse, come in Scadenze degli anni ‘30: 

Tutto trascorso, tutto dimenticato,
sulla terra solo fumo, nuvole morte,
e sui fiumi di cenere ali che ardono
mentre arretra il sole avvelenato
e l’alba della condanna esce dai mari.

E c’è nel 1943 ad apocalisse in corso, nella sua poesia forse più bella, Caffè, lo sgomento di fronte alla sorte delle vittime. 

Di quel tavolino al caffè,
Dove nei pomeriggi d’inverno brillava un giardino di brina,
Sono rimasto io solo.
Potrei entrarci, se volessi,
E tamburellando con le dita nel freddo vuoto
Richiamare le ombre.
La nebbia invernale sui vetri è la stessa,
Ma non entra nessuno.
Un pugno di cenere,
Una macchia di putridume cosparsa di calce
Non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Facciamoci una vodka.
Incredulo tocco il freddo marmo,
Incredulo tocco la mia mano:
Ciò – è e io sono nella storia in atto,
Mentre quelli sono ormai chiusi per tutti i secoli
Nella loro ultima parola, nel loro ultimo sguardo.
E lontani come l’imperatore Valentiniano,
Come i condottieri dei Massageti, di cui non si sa nulla,
Benché sia trascorso appena un anno o due o tre.
Posso fare ancora il taglialegna nei boschi del lontano nord,
Tenere discorsi da una tribuna o girare un film
Con tecniche a loro sconosciute.
Posso provare il sapore di frutti di isole dell’oceano
E farmi fotografare in costume della seconda metà del secolo.
Mentre loro sono per sempre ormai busti in jabot e frac
D’un Larousse mostruoso.
Talvolta però, quando il bagliore vespertino tinge i tetti d’una povera strada,
E fisso il cielo – vedo lassù, tra le nubi,
Un tavolino vacillante. Il cameriere volteggia col vassoio,
E loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano d’uomo. 
Loro lo sanno, loro lo sanno bene.

Infine, c’è il rimorso stemperato (ma reso forse più acre) dall’ironia, come in Fanciullo d’Europa del 1946: 

Noi, che aspiriamo la dolcezza del giorno
E vediamo a maggio i rami in fiore
Siamo migliori di quelli che sono morti. 
Noi, che assaporiamo piatti esotici
E sappiamo apprezzare i trastulli d’amore
Siamo migliori di loro, sepolti.

In Milosz c’è l’urgenza della poesia come atto morale («Il male del mondo, il sentirsi e in qualche modo l’essere colpevoli di fronte al dolore del mondo è il tema principale della mia poesia… Non una fuga nell’idillio, ma un’esigenza di verità»). Della poesia come compassione. Come assunzione di responsabilità («La responsabilità era la risposta a quanto accadeva ed è accaduto nel ventesimo secolo. Si è responsabili davanti a un’epoca come davanti a ogni essere fosse pure una biscia, davanti a ogni crudeltà»). Non si pensi però, di fronte all’imperio dell’etica e alla ripulsa dei virtuosismi, a una poesia “tutta contenuto”, ascetica e quaresimale. La poesia per Milosz deve essere catartica, lo dice apertamente in Prefazione:

Cos’è la poesia che non salva
I popoli né le persone? 

E la responsabilità nasce dal combattimento con la quotidianità, con la debolezza. Lo dichiara A Varsavia:

Non volevo amare tanto,
Non era la mia intenzione.
Non volevo impietosirmi tanto,
Non era la mia intenzione. 
La mia penna è più lieve 
D’una piuma di colibrì. Il peso
Non è per le mie forze.

E l’abbandono lirico rinasce più prepotente che mai proprio perché negato, interdetto, come nell’accensione di Taccuino: Bon sul Lemano:

Il sidro profuma nelle botti. Il parroco mescola
La calce con la pala davanti all’edificio scolastico.
Mio figlio corre là per un sentiero. I ragazzi portano
Sacchi di castagne raccolte sul pendio.
Che mi si secchi la mano destra, o Gerusalemme
Se ti dimenticherò, dice il profeta.
Un tremito sotterraneo scuote ciò che è,
Si fendono le montagne e si spaccano i boschi.
Toccato da ciò che è stato e ciò che sarà,
Va in cenere ciò che è.
Puro, violento, il mondo di nuovo ribolle
E non cessa la memoria né l’aspirazione.
Cieli autunnali, uguali nell’infanzia
Nell’età adulta e nella vecchiaia,
Non starò a guardarvi. Paesaggi
Che ci nutrite il cuore d’un dolce caldo, 
Quale veleno è in voi, che la bocca è muta,
Le braccia incrociate sul petto e lo sguardo
Come di animali assonnati. E chi trova pace, 
Ordine e l’attimo eterno in ciò che è,
Passa senza traccia. Acconsenti a distruggere
Ciò che è e a cogliere dal moto l’attimo eterno
Come un lampo sulle acque d’un fiume nero? Sì.

C’è qui il salto vertiginoso verso la poesia visionaria e metafisica dei John Donne e dei William Blake, che confonde e intreccia il passato e il presente, il qui e l’altrove, il sonno e la veglia. Così per Milosz ogni frammento del presente reca con sé persone, volti, accadimenti, come se alla flebilità della parola poetica spettasse il più arduo, il più nobile dei compiti: ridare voce e volto ed essenza all’umanità tutta e ai singoli uomini, alla contadina lituana e allo stalliere, a Eraclito e a Pascal, al soldato morto e a Mozart.
In questa visionarietà che annoda i fili tra le epoche c’è una forte consonanza di accenti con un poeta che Milosz considera tra i suoi fondamentali, T. S. Eliot: penso a Gerontion; così come la Canzone sulla fine del mondo del polacco  «E chi si aspettava folgori e lampi / rimane deluso»  fa venire in mente The hollow men dell’inglese: «This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper». Sino al bilancio estremo che chiude l’antologia, Verso la fine del ventesimo secolo:

sono qui con la speranza di poter ricominciare da capo
e guarire la propria vita pensando intensamente alle cose conosciute,
così intensamente che il tempo non potrà sottrarre luoghi e persone
e tutto durerà più vero di com’era.

Così, una poesia nata nel ferro e nel fuoco della più spaventosa tragedia del ‘900 prende dal male le ali per farsi memoria del mondo. Per riscattare e congiungere i vivi e i morti. 
Czestaw Milosz, Poesie, traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi, 1983

Tam Lin. Ero un ragazzo strano, negli anni ‘60. Mi dividevo fra lo studio – un desiderio smodato e disordinato di approfondire con il poco che trovavo in giro – la militanza politica a sinistra e i vagabondaggi da “pascolante”. Se bigiavo la scuola mi rintanavo alla biblioteca universitaria di Sassari, fu lì che nacque a tredici quattordici anni la mia passione per Shakespeare (adoravo soprattutto il Timone d’Atene e i  Sonetti, “When forty winters shall besiege thy brow / and dig deep trenches in thy beauty’s field”, il sonetto 2 lo so ancora a memoria, adesso mi devo recuperare la nuova versione che dicono “antipetrarchesca” di Sergio Perosa) e per le ballate popolari inglesi e scozzesi. 
Mi aiutò a scoprirle un volumetto Sansoni del 1946 curato da Sergio Baldi: gli ho dato la caccia per anni, sono riuscito a trovare una ristampa anastatica che ora impreziosisce la mia biblioteca. Mi affascinava, di quelle ballate, il primitivismo che trovavo anche nella pittura prima che nel Rinascimento scoprissero la prospettiva: gli scorci sghembi, i salti narrativi con ampie zone di non detto che stava a te riempire, il meraviglioso che come nelle fiabe trasfigurava il quotidiano. C’entrava qualcosa anche l’amore per una musica folk che andasse oltre le canzoni militanti – una sorta di neoromanticismo adolescenziale e brado, fiabe e canti come infanzia dei popoli. 
Questa passione è rimasta intatta negli anni, e qui offro una mia versione di Tam Lin, nata dal desiderio di capire che cosa cantassero i Fairport Convention, scorciando il testo, nella loro splendida versione della ballata (l’album è Liege & Lief, la trovate anche su YouTube) che ha musica congetturale e svariati altri grandi interpreti: Steeleye Span, Pentangle, Ewan MacColl e Anne Briggs fra i tanti. Il testo (Child 39), incorporato da Francis James Child nella sua monumentale raccolta della balladry angloscozzese, è del 1792 e fu comunicato da Robert Burns, poeta nazionale di Scozia, al Johnson’s Museum, ma la prima attestazione della ballata è del 1549.
E forse è vero che anche i miti circolano e migrano di popolo in popolo, di età in età: qui, oltre all’intrepida Janet che ritroveremo in molte donne forti del romanzo inglese ottocentesco, e oltre al cavaliere elfo Tam Lin rapito dalle fate, ci sono brandelli di mito greco: le metamorfosi di Proteo, la ninfa Teti che prima di arrendersi al mortale Peleo si trasforma in fuoco, acqua, leone e scorpione. 
Carterhaugh esiste davvero: si trova a Selkirk, al confine fra Scozia e Inghilterra.

1 Oh vi probisco, ragazze tutte 
con l’oro nei capelli, 
di andare in giro a Carterhaugh: 
c’è il giovane Tam Lin. 

2 Nessuna a Carterhaugh 
va senza pagar pegno: 
i loro anelli, verdi mantelli 
o la loro virtù.

3 Janet raccoglie la gonna verde 
un po’ sopra il ginocchio, 
biondi capelli tira indietro 
un po’ sopra la fronte, 
e a Carterhaugh se ne parte 
veloce come il vento. 

4 Quando è arrivata a Carterhaugh 
Tam Lim stava alla fonte, 
anzi, c’era il corsiero, 
di lui nemmeno l’ombra. 

5 Ha appena colto una rosa doppia, 
solo una rosa o due, 
che il giovane Tam Lin arriva e dice: 
Signora, non farlo più. 

6 Perché cogli la rosa, Janet, 
spezzandone lo stelo? 
E perché vieni a Carterhaugh 
senza chieder permesso? 

7 “Carterhaugh mi appartiene, 
mio padre me l’ha data, 
e verrò quando voglio 
senza chiedere a te”. 

8 Janet raccoglie la gonna verde 
un po’ sopra il ginocchio, 
biondi capelli lega in un nastro 
un po’ sopra la fronte, 
e da suo padre se ne torna 
veloce come il vento. 

9 Ventiquattro belle dame 
danzavano nel salone, 
ed ecco arriva la bella Janet, 
tra tutte loro il fiore. 

10 Ventiquattro belle dame 
giocavano agli scacchi, 
ed ecco arriva la bella Janet, 
in verde come un diaspro. 

11 Parlò allora un canuto cavaliere 
fermo all’ingresso del castello: 
Bella Janet, attenta a quel che fai 
o attirerai il biasimo su noi”. 

12 “Frena la lingua, vecchio, 
ti colga la mala morte, 
è il padre di mio figlio che voglio, 
non un figlio da te”. 

13 Parlò allora il suo caro padre 
con voce mite e dolce: 
Ahimè dolce Janet”, disse, 
credo che tu aspetti un figlio”. 

14 “Se aspetto un bambino, padre, 
io sola ne avrò il biasimo, 
nessun lord della tua corte 
darà il nome a mio figlio”. 

15 “E se anche il mio amore fosse 
un povero cavaliere, un elfo, 
non cambierei il mio innamorato 
con uno dei tuoi signori”. 

16 “Il corsiero che cavalca il mio amore 
è più leggero del vento, 
davanti ha zoccoli d’argento 
dietro d’oro lucente”. 

17 Janet raccoglie la gonna verde 
un po’ sopra il ginocchio, 
biondi capelli lega in un nastro 
un po’ sopra la fronte, 
e a Carterhaugh se ne va, 
veloce come il vento. 

18 Quando è arrivata a Carterhaugh 
Tam Lim stava alla fonte, 
anzi, c’era il corsiero, 
di lui nemmeno l’ombra. 

19 Ha appena colto una rosa doppia, 
solo una rosa o due, 
che il giovane Tam Lin arriva e dice: 
Signora, non farlo più. 

20 Perché cogli la rosa, Janet, 
tra i cespugli così verdi 
e vuoi uccidere il bel bambino 
che insieme abbiamo fatto? 

21 “Oh dimmi, dimmelo, Tam Lin, 
per amore di chi morì in croce, 
sei mai stato in una santa chiesa, 
hai mai visto un cristiano?” 

22 “Roxbrugh era mio nonno 
e mi prese con sé, 
finché un giorno la sventura 
si abbatté su di me. 

23 “E così accadde un giorno, 
un giorno gelido e aspro, 
che al ritorno dalla caccia 
io caddi da cavallo; 
mi prese la Regina delle Fate 
e mi portò in quel verde colle. 

24 “Bello è il paese delle Fate 
ma, terribile a dirsi, 
ahimè, ogni sette anni 
paghiamo un tributo all’inferno; 
e io son così bello e in carne 
che ho paura di essere il prescelto. 

25 “Ma è la notte di Halloween, signora, 
e domani è Ognissanti; 
strappami a loro, prendimi, e mi avrai 
per il bene che ti voglio. 

26 “Proprio nel buio della mezzanotte 
le fate usciranno a cavallo, 
e chi va in cerca di un innamorato 
a Miles Cross deve andare”. 

27 “Ma come ti troverò, Tam Lin, 
come farò a riconoscere il mio amore, 
fra tanti cavalieri sconosciuti 
dei quali mai vidi l’eguale?” 

28 “O prima fai passare il nero, signora, 
e poi lascia che vada il bruno, 
ma corri al corsiero bianco latte 
e butta giù il cavaliere. 

29 “Perché io monterò il cavallo bianco 
e sarò vicino alla città. 
Ero un cavaliere, ero un mortale 
e mi han concesso questo privilegio. 

30 “Avrò un guanto alla mano destra, 
la sinistra sarà nuda, 
avrò il berretto alzato 
e i miei capelli saranno sciolti, 
questi sono i segni che ti do 
e certamente mi troverai. 

31“Fra le tue braccia mi trasformeranno 
in vipera che morde; 
tienimi stretto e non aver paura, 
io sono il padre di tuo figlio. 

32 “Mi muteranno in un orso feroce 
e poi in un fiero leone; 
tienimi stretto e non temermi 
per il bene che vuoi a tuo figlio. 

33 “Ancora, fra le tue braccia, sarò 
una sbarra di ferro arroventata; 
tienimi stretto e non aver paura, 
non ti farò alcun male. 

34 “Fra le tue braccia infine 
diventerò un tizzone ardente; 
allora buttami nel pozzo, 
gettami in acqua alla svelta. 

35 “Così sarò il tuo vero amore, 
un cavaliere nudo; 
coprimi col tuo verde mantello 
e nascondimi alla loro vista”. 

36 Buia e tetra era la notte, 
la strada metteva paura, 
mentre la bella Jenny dal verde mantello 
a Miles Cross se ne andava. 

37 Nel cuore della notte 
sentì uno schiocco di briglie; 
la dama ne fu lieta 
più d’ogni cosa al mondo. 

38 Prima lasciò andare il nero, 
poi allontanare il bruno; 
poi svelta corse al destriero bianco latte 
e disarcionò il cavaliere. 

39 Così bene ricordava le istruzioni 
che si prese il giovane Tam Lin, 
e mentre lo copriva col suo verde mantello 
era felice come uccello in primavera. 

40 Allora la Regina delle Fate 
da un cespuglio di citiso parlò: 
Chi ha conquistato il giovane Tam Lin 
s’è presa un nobile sposo”. 

41 Allora parlò la Regina delle Fate 
ed era solo una donna arrabbiata: 
Infamia colga quella svergognata, 
possa morire di mala morte, 
che si è rubata il più bel cavaliere 
di tutta la mia compagnia”. 

42 Disse: “Tam Lin, se io avessi previsto 
quel che stanotte vedo, 
t’avrei cavato quei due occhi grigi, 
con due di legno li avrei cambiati”. 

UN AUTORE A PUNTATE / JANE AUSTEN (4)
L’attacco è tra i più celebri e vantati nell’arte borghese del romanzo: «È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie».
Con il corollario che innesca la girandola narrativa: «E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo fin da quel momento legittimo appannaggio dell’una o dell’altra delle loro figlie».
I Bennet, cinque figlie governate da una madre insulsa e querula a caccia di potenziali generi e da un padre ironico e distratto, hanno nuovi vicini. Il giovane e affabile gentiluomo Charles Bingley, 5000 sterline di rendita annua, accompagnato dall’altezzoso e più facoltoso amico Fitzwilliam Darcy, 10mila sterline di rendita, ha preso a pigione una magione vicina. Il cuore avrà le sue ragioni, ma in questa Inghilterra che non ha ancora conosciuto la rivoluzione industriale, per le fanciulle della piccola e media borghesia accasarsi è questione di sopravvivenza. Lo è più che mai per le ragazze Bennet, visto che il patrimonio paterno andrà per legge all’unico parente maschio, il pastore anglicano Collins («Un misto di superbia e servilismo, di boria e di bassa umiltà», a dimostrazione della scarsa considerazione in cui Jane Austen, figlia di un ecclesiastico, teneva il clero) che chiede in sposa la seconda delle Bennett, la volitiva e tagliente Elizebeth, venendone respinto.
Dunque, con un occhio al cuore e l’altro al portafoglio – Jane Austen è così, contabilità e sentimenti, e anche in questo risiede la sua grandezza di autrice tutt’altro che “rosa” – comincia la caccia ai due scapoli. E se mr. Bingley è fin da subito attratto dall’assennata e dolce primogenita Jane, tra Elizabeth e Darcy sono scintille e incomprensioni. Lei per lui è sulle prime “appena passabile” e inferiore di censo; e lui per lei, traviata anche da voci che si riveleranno false, è un insopportabile borioso e un uomo scorretto. Così, dando un calcio alle convenzioni e molto scontentando la madre, rifiuterà il corteggiamento di lui e la sua prima proposta di matrimonio.
Salvo mutare idea quando Darcy, senza dire niente a nessuno, addolcito dall’amore che prova per lei, riuscirà a fare sposare l’ultima delle Bennet, la sventata (e stupida forse anche più della madre) Lydia, che il militare mascalzone Wickham ha rapito e portato a Londra, disonorandola. 
Una storiella sentimentale, come agli inizi del ‘900 pensava Joseph Conrad scrivendone a Wells? O un gioiello della “più perfetta fra le donne”, come riteneva a ragione Virginia Woolf? C’è in Orgoglio e pregiudizio uno scintillio dei dialoghi tutto mozartiano, e d’altronde proprio Le nozze di Figaro (Lorenzo Da Ponte da Beaumarchais per Mozart) testimonia quanto i venticelli di rivoluzione scompigliassero in quegli anni anche i matrimoni. E se non c’è e non può esserci lotta di classe, c’è tuttavia in Orgoglio e pregiudizio una guerriglia di ceto che vede la piccola borghesia imporsi sull’altezzosità alto-borghese e aristocratica: esemplari, in questo senso, le pagine dedicate al duro confronto fra Lizzy e la tirannica Lady De Bourgh zia di Darcy. La figura di Elizebath Bennet, prima di una lunga serie di eroine inglesi ottocentesche, fa il resto.
Apparso nel 1813 e apprezzato, Orgoglio e pregiudizio non consacra tuttavia Jane Austen, che dovrà attendere il ‘900 per essere inclusa nel canone inglese (e in seguito, con Harold Bloom, nel canone occidentale). Da noi, la prima traduzione del romanzo la firma Giulio Caprin nel 1932 per Mondadori ed Elizabeth vi è ancora “Bettina”; ad oggi le versioni italiane sono trenta, ultima quella dell’ottima Susanna Basso per i Meridiani Mondadori. 
A dare ulteriore fama a Elizabeth e Darcy hanno contribuito, oltre agli innumerevoli sceneggiati Bbc (ce n’è anche uno targato Rai del 1957, dove Elizabeth è la bellissima e insipida Virna Lisi) le due versioni che ne ha tratto Hollywood: quella del 1942 diretta da Robert Z. Leonard dove lei era la magnifica Greer Garson che di lì a qualche anno sarebbe stata anche l’intrepida signora Miniver, e lui Laurence Olivier; e quella del 2005 firmata da Joe Wright (in Italia la sua popolarità è esplosa con la serie tv M.-Il figlio del secolo) con Keira Knightley e Matthew McMcfayden.
Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, traduzione di Isa Maranesi, Garzanti, 1986

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