Il genio che ha cambiato l’orecchio della modernità

In Musica

Nulla è potuto sfuggire al magnetismo di Igor Fedorovic Stravinskij. La serie dei suoi cambiamenti di stile lo avvicina ai mobilissimi “periodi” con cui l’altra colonna dell’arte del Novecento, Picasso, ha cambiato l’occhio della modernità

Giovedì 15 aprile 1971 è una giornata di sole. Una fila di gondole scivola verso l’isola di San Michele. Sulla prima si erge come una statua l’archimandrita Cherubin Malissianos, che nella chiesa di San Giovanni e Paolo ha da poco celebrato un rito funebre secondo il rito ortodosso. Sulla seconda viaggia un feretro coperto di fiori. Igor Fedorovic Stravinskij sta per raggiungere la sua ultima casa, che da molto tempo, ben prima del suo ottantottesimo, finale compleanno, ha deciso che possa essere in una sola città del mondo: Venezia. Il cuore lo ha lasciato il 6 aprile, nella sua casa di New York, in Fifth Avenue. Lo seppelliranno accanto al suo amico Djagilev, l’impresario, il genio del teatro che sessant’anni prima, a Parigi, l’aveva lanciato nell’olimpo della musica facendogli esplodere a raffica tre colpi di cannone – L’uccello di Fuoco, 1910; Petruška, 1911; la Sagra della primavera, 1913 – che avevano affondato l’Orchestra dell’Ottocento e ogni sua romantica palpitazione.  

Non c’è bisogno di conoscere tutta la musica di Stravinskij per sapere o percepire che da quasi cent’anni siamo immersi in un flusso costante di sue metamorfosi, di musiche scritte d’après lui, copiate, orecchiate, variate, manipolate, consciamente o inconsapevolmente, per volontà o per caso. Nulla è potuto sfuggire al magnetismo di quell’omino arguto e tagliente, al lampo dei suoi occhi accesi come fari. La serie inarrestabile dei suoi cambiamenti di stile lo avvicina agli altrettanto mobilissimi “periodi” con cui l’altra colonna dell’arte del Novecento, Picasso, ha cambiato l’occhio della modernità, come Igor l’orecchio. 

Un giorno, un grande teorico aveva avventato un giudizio che intendeva de-fi-ni-ti-vo: nella sua volubilità, in particolare da quando aveva deciso di “copiare” il Settecento italiano per un suo Pulcinella, Stravinskij si era consegnato irrimediabilmente alla parte “sbagliata” della musica. La storia si è incaricata di restituire quel giudizio con un sonoro ceffone. Non facciamo che vedere schegge di Stravinskij conficcate dappertutto nella musica di ogni tempo e di ogni luogo, alta e bassa. Come ciò sia avvenuto, potete giocare a intuirlo spiluccando l’antologia che vi proponiamo. Sono schegge di Stravinskij e su Stravinskij. Non suonano ma parlano. Chiaro.


HANNO DETTO DI LUI

«Stravinskij è un giovane selvaggio che indossa cravatte tumultuose e bacia le mani alle signore nel momento stesso in cui calpesta loro i piedi. Da vecchio sarà insopportabile». (Claude Debussy)

«Il nostro successo gli ha dato alla testa. Che sarebbe lui senza Bakst e me». (Sergej Diaghilev)

«Il Maestro, a quanto pare, è piuttosto arancino, come dicono a Firenze, con i giornalisti… È un ometto curvo, malazzato a sorridente, che si inchina alla russa, a tuffo. Riesco a scambiare alcune parole con lui e non mi meraviglio di trovarlo così semplice e umanamente solitario. La celebrità, Hollywood e i dollari non hanno minimamente scalfito la sua natura di piccolo barine che teme il diavolo e vorrebbe che tutta la vita fosse una bella opera in musica, più vicina a Čaikovskij che a Wagner». (Eugenio Montale)

«Chi tristezza, sfogliando la corrispondenza del più grande compositore contemporaneo vivente, avere quella perpetua impressione di consultare la pratica del fisco! Dio sa che la vera miseria d’un artista non mi ha mai lasciata indifferente (e ringrazio il Cielo che mi ha sempre dato la possibilità di porle termine dal momento in cui ne venivo a conoscenza), ma tra la miseria e la smania di arricchirsi, per fortuna, c’è tutto un mondo – precisamente quello in cui ci si augura di vedere vivere gli artisti». (Misia Sert)

«Fra i compositori dei quali ho ascoltato le opere, Stravinskij è l’unico musicista vivente dal quale io possa imparare qualcosa nel mio lavoro». (Ezra Pound)

«In Stravinskij la struttura aggetta come se fosse un’impalcatura. Manca la scorrevolezza, non ci sono ponti naturali. È una cosa che mi riesce irritante, d’altro canto questa chiarezza architettonica rende più facile l’ascolto. Dev’essere questo uno dei segreti della sua popolarità… Sciocco chi pensa che negli ultimi anni di vita la qualità delle sue composizioni sia peggiorata: pure calunnie dettate da invidia. A mio giudizio è avvenuto proprio il contrario. A non andarmi giù sono le prime opere, per esempio il Sacre è piuttosto rozza, in larga misura scientemente volta all’effetto esteriore e priva di sostanza vera. E lo stesso devo dire dell’Uccello di fuoco, una pièce che considero francamente sgradevole. Pure, Stravinskij è l’unico compositore del nostro secolo che oserei dire grande senza esitazioni… Tutt’altra questione è quanto russo egli fosse… Quando Stravinskij è venuto da noi in Russia, lo ha fatto da straniero e sembrava addirittura incredibile che fossimo nati a due passi di distanza, io a Pietroburgo e lui poco lontano». (Dmitrij Šostakovič)

«A ogni nuova invenzione di quest’uomo mai sazio di inventare, lo spettacolo si rinnova di Gulliver che si trascina dietro l’intera armata di Lilliput legata per un cordino, ossia Stravinskij che, senza fatica, leggerissimamente si trascina dietro l’intero popolo musicale, così tardo, così privo di movimenti autonomi, così bisognoso di rimorchio. Sono nati così tutti quei movimenti che, negli ultimi quarant’anni, hanno fatto passare sul pelo del mare musicale come un variare di luci, e che tutti fanno capo a questo musico che ha per faccia il prospetto di una locomotiva, coi fanali e lo scaccianeve». (Alberto Savinio)


HA DETTO DI…

D’Annunzio. «Un uomo piccolo, vivace ed elegante, molto profumato a molto calvo… era un conversatore brillante, veloce e molto divertente, così dissimile dalle ‘conversazioni’ dei suoi libri… Veniva nella mia casa di Parigi, al Balletto, ai miei concerti in Italia e in Francia. Poi improvvisamente scoprì che il suo gusto esecrabile in letteratura corrispondeva al gusto esecrabile di Mussolini in ogni altra cosa. Cessò di essere un personaggio e di essere divertente». 

Debussy. «Dopo aver letto le amichevoli lettere piene di lodi che mi indirizzava (Petruška gli piacque moltissimo), fui sorpreso nel trovare un atteggiamento completamente diverso, riguardo alla mia musica, in alcune lettere indirizzate nello stesso periodo ai suoi amici musicofili. Era doppiezza, o era seccato per non essere capace di digerire la musica del Sacre quando una generazione più giovane l’accoglieva entusiasta?».

Diagjlev. «Era vanitoso fino all’autodistruzione. Si lasciava morire di fame pur di mantenere la linea. Portava amuleti, pronunciava scongiuri… Vasilij, il domestico, era sempre al suo fianco con un asciugamani di spugna e spazzole per i capelli. Non disponeva tanto di buon giudizio musicale, quanto di un grande fiuto nel riconoscere le potenzialità di successo di un brano di musica o di un’opera d’arte in generale… Non era affatto un intellettuale, era troppo sensuale per poterlo essere. Per di più gli intellettuali non hanno mai un gusto vero; e chi mai invece ebbe tanto gusto quanto Diagjlev?».

I futuristi. «…erano assurdi, ma in un modo simpatico, infinitamente meno pretenziosi di alcuni movimenti successivi che da loro derivarono – meno pretenziosi del surrealismo, ad esempio, che aveva più sostanza; diversamente dai surrealisti erano in grado di ridere delle loro pose di artisti antifilistei… Non furono gli aeroplani che volevano essere, ma caso mai un simpatico stormo di rombanti Vespe».

Thomas Mann. «Gli piacevano molto le discussioni musicali e il suo tema preferito era che la musica è l’arte più distaccata dalla vita, l’arte che non ha bisogno di nessuna esperienza. Aveva l’aspetto del professore, ritto e quasi rigido sul collo, con la mano sinistra spesso infilata nella tasca della giacca. Mi piace, di lui, una descrizione che fece di mia moglie dopo una serata passata a Hollywood: “la moglie di Stravinskij è una belle russe, un esempio di bellezza tipicamente russa in cui la qualità di simpatia umana raggiunge l’apice”. Mia moglie Vera è senz’altro bella, ma non ha una sola goccia di sangue russo nelle vene».

Nijnskij. «Era completamente privo di astuzia ed era di un’onestà così ingenua da far paura. Non capì mai i metri musicali e non ebbe mai un senso esatto del tempo… Non voglio dire che avesse poca immaginazione creativa, anzi ne aveva fin troppa. Il fatto è che semplicemente non conosceva la musica e perciò il suo concetto dei rapporti si manifestò altrimenti, e un talento come il suo è già sufficiente. E definirlo danzatore non basta, poiché fu un attore drammatico ancora più grande».

Prokofiev. «I suoi giudizi musicali erano abitualmente banali e spesso errati. Una volta, seduto accanto a me durante la rappresentazione di Petruška, nel quarto quadro, nel punto culminante delle danze russe, si voltò e mi disse: ‘avresti dovuto finire qui’. A qualsiasi musicista sensibile risulta evidente che le pagine migliori di Petruška sono le ultime. Era possibile incontrarlo migliaia di volte senza instaurare con lui un rapporto profondo. Possedeva una certa tecnica, poteva fare alcune cose molto bene. Non era volgare… ma non avrebbe potuto capire la risposta che Mallarmé diede a un tizio che si congratulava con lui per la chiarezza esemplare di un suo discorso; “allora dovrò aggiungervi delle ombre”».

Proust. «Un uomo pallido, vestito elegantemente e alla francese. Portava guanti e teneva un bastone di canna. Si parlò di musica ed espresse il suo grande entusiasmo per gli ultimi Quartetti di Beethoven – entusiasmo che avrei condiviso, non fosse stato un luogo comune fra gli intellettuali di quel tempo, e, più che un giudizio musicale, una posa letteraria».

Rachmaninov. «Le sue prime composizioni erano degli “acquerelli”, liriche e pezzi per pianoforte con la fresca impronta di Čaikovskij. Poi, a venticinque anni, si diede agli “oli” e diventò un vecchissimo compositore davvero».