Il Gattopardo è lei

In Teatro

Fino al 23 novembre, Sonia Bergamasco in una postura che riesce di nuovo a sorprendere porta in scena al Teatro Franco Parenti la principessa di Lampedusa, ritratto vivido e affascinante di una donna che fu più della madre di Tomasi di Lampedusa: capace di trascendere il suo tempo e di interpretarlo in modo unico.

“Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità e il desiderio di oblio” Elio Vittorini citerà questo passo in una lettera al suo autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, come uno di quelli in cui meglio si riesce a vedere l’intenzione di fare del suo “Gattopardo” un affresco sociologico della Sicilia e del suo tempo.

E tuttavia, l’intuizione (in tono tutt’altro che entusiasta) dell’intellettuale siciliano di nascita a sua volta, potrebbe invece essere la chiave di lettura più personale, e per questo intima, di ciò che il nobile palermitano intendeva raccontare. O almeno, così suggerisce Sonia Bergamasco, che prima disegna e poi incarna, sulla scena, la radice privata dell’autore, la terra e lo specchio di ambienti ed intenzioni: la voce di sua madre, Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, la Principessa di Lampedusa. Donna affascinante, coltissima, decisa e di straripante carisma, che del resto non ha tema di rivendicare, con una franchezza appena velata di nobiliare leggerezza, “Il gattopardo sono io”. In effetti, oltre che un gioiello, un’assicurazione al futuro per salvare un figlio di sangue e una per scelta, quell’immagine di fiera felpata e aristocratica non può che essere una chiave di lettura preziosa per la biografia di una donna che non fu mai soltanto funzione di un figlio, nè di un marito, né di un ruolo. Nella stessa misura, la frase di Vittorini diventa la via d’accesso per leggere la messa in scena che la stessa Bergamasco tratteggia con finezza – firmando anche la regia – partendo dal romanzo di Ruggero Cappuccio

Bergamasco sceglie di dar corpo a un sogno dentro cui Beatrice fluttua velata di bianco, sotto tre archi che svelano lo scheletro del tempo, aggrappata a un’altalena, memoria di un’infanzia che via via andrà perdendosi con la guerra e le sue bombe. Ma prima la morte le è già compagna in quella dei suoi cari, richiamati come presenze amiche nel suo stesso Aldilà, nel suo stesso altrove. Un Giardino di Eden inevitabilmente sovrapponibile a quello della straordinaria casa d’estate nel Belice. Con una leggerezza sognante e lirica ma tutt’altro che ingenua, è in questo spazio di sogno che Beatrice vince la morte, rifiutandone la cesura tra i mondi nella stessa misura in cui rifiuta la devastazione del bombardamento della casa amata a Palermo (le costerà la rovina) indicendo un ballo in mezzo alle macerie. Un ricevimento in cui tutti i nobili di Sicilia, vestiti dallo scenografo del teatro, si trasformano nelle maschere dell’opera in cui una classe in disfacimento amava compiacersi. Altro che valzer per l’Unità d’Italia: in questo sta – o starebbe – il senso. In una postura che non è un vorticare grottesco tra gli stucchi o solo tra le memorie della madre amata e della figlia perduta.

È, piuttosto, il racconto di un’altra possibilità. Di nobiltà, ma anche di femminile. È una donna libera, Beatrice, come può esserlo quel tempo, e con il suo passo elegante anche in mezzo alla distruzione offre una via d’uscita, come alla giovane Eugenia e al suo sogno di studiare fisica e di costruirsi un domani. Per poi – ottenuto quel che proprio il gattopardo può ancora comprare – ordinarle di dimenticarla, mentre una donna e un’epoca muore e un’altra si affaccia alla vita.

Un’ora ritmata e a suo modo travolgente suona sulle musiche di Marco Betta, Ivo Parlati, Charles Gounod, Nino Rota, densissima di suggestioni anziché di pizzi. Pare di avvertire che la madre sia riuscita dove il figlio avrebbe (stando ai critici ostili e allo stesso Vittorini) fallito: raccontare un mondo in una storia singola. Ma il sogno arriva dove la realtá non puó: non fotografa quel che avviene, ma le spinte e i desideri, anche i più straordinari. Per renderli vividi occorre però un’incantatrice quale Bergamasco si mostra anche in questo lavoro. Se l’evocazione, la danza dei fantasmi che hanno abitato la vita della principessa apparenta questo ad altri suoi lavori (si pensi al Ballo), la donna che porta in scena è lontana dall’immagine regalmente eterea cui l’attrice milanese viene più facilmente associata sul palco. Qui è una figura terrigna e vitale, e pur vestendo i panni di una principessa li calza come quelli debordanti di umanità delle loro omologhe classiche.

Somiglia piuttosto alle eroine emotive e luminose portate in scena sui palchi del teatro antico, da Siracusa a Selinunte, dotate di quella potenza sotterranea che lega la penisola alla Magna Grecia e il passato al futuro, attraverso le vene incandescenti dei vulcani che si uniscono portando morte come in un feroce amplesso. Reggendosi al filo di un testo raffinatamente poetico,  Bergamasco riesce a trarre dal suo carniere d’attrice un ulteriore movimento: in un corpo solo dare spazio alla polifonia delle voci che, intorno alla principessa, abitano quel mondo sul confine. Viene da pensare a certe feste di paese, in Sicilia e non solo, cui restituiscono tutti i loro colori i fuochisti. E i profumi, da cui anche Beatrice parte quando – mentre le luci di Cesare Accetta fanno scorrere le ore e accendere le stelle – rompe un suggestivo (e raro, in scena) silenzio lungo, che per gli spettatori diventa una specie di sfida: sei disposto a lasciare fuori il resto e seguirmi (o meglio, seguire Beatrice) e scoprire – in uno spettacolo pieno di fascino – che possono stare insieme la morte e la gioia, il sogno e il senso della realtà.

Ph. SalvatorePastore

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