Il bambino perfetto è volato via

In Letteratura, Weekend

Il bambino perfetto è Luca, figlio di Marina Viola, nato con una severa forma di autismo e la sindrome di Down. Ne ‘Il volo del tacchino’, adesso in libreria, c’è il secondo tempo della sua storia, l’uscita di un giovane uomo dal nido domestico per una casa d’accoglienza. Un racconto sincero, tenero, ironico e molto politico sulla diversità

Il bambino perfetto è volato via. Via dal nido, e il suo volo somiglia a quello di tanti che lasciano la casa in cui sono cresciuti ma, insieme, non è eguale a nessun altro. E per questo va raccontato.

È questa, in sintesi, la storia che Marina Viola, scrittrice e firma di Cultweek con il suo Diario americano, ci consegna con il suo nuovo libro  Il volo del tacchino – che segue quella Storia del mio bambino perfetto  in cui aveva raccontato la sfida dell’essere genitore di Luca, nato con la sindrome di down e una severa forma di autismo cui si è aggiunta, negli anni, anche l’epilessia.

Cosa succede dopo di noi è la domanda che assilla tutti i genitori di ragazzi con disabilità: noi che sappiamo, noi che abbiamo costruito una relazione e una competenza sui suoi bisogni, che riusciamo a leggerli come nessun altro, che, come nessun altro, possiamo amare e sostenere. Non è raro in Italia vedere persone molto anziane accompagnarsi a figli adulti con gravi disabilità e intuire quale pena e quale fatica abiti le loro giornate e quanto questa solitudine oscuri gli altri aspetti della relazione con il figlio. ‘Nel tour del libro ho incontrato tanti genitori: comunicavano esclusivamente fatica e solitudine, la solitudine di chi, fuori dalla ristretta cerchia familiare, non ha supporto pubblico. C’è da vergognarsi” racconta Marina Viola.

Supporto è una parola chiave di questa nuova fase della vita di Luca che, due anni fa, è andato a vivere in un appartamento, una casa d’accoglienza, con altri tre giovani uomini neurodivergenti come lui che vengono assistiti 24 ore su 24 da personale adeguatamente formato. Negli Stati Uniti, o meglio in Massacchusetts dove vive la famiglia di Marina Viola, il sostegno alle persone con disabilità è una cosa seria: fino ai 22 anni Luca ha frequentato scuole apposite, centri diurni ed ha avuto terapisti domiciliari in maniera totalmente gratuita, poi si è posto e risolto il tema – in Italia ignorato – di come costruire una vita autonoma dalla famiglia che si è concretizzata nel volo che dà il titolo al libro.

C’è ovviamente un corposo backstage raccontato con intelligenza, ironia e leggerezza da Marina nel suo libro: lasciar volare via un figlio è sempre un passaggio complesso, lasciar volare via Luca ha richiesto un lavoro su di lui ma anche su di sé, sulla coppia genitoriale, sull’intera famiglia – Luca ha due sorelle, Sofia ed Emma – e sui contraddittori sentimenti e pensieri  – mille dubbi, ripensamenti, sensi di colpa, indispensabilità, stanchezza, vuoto, aspettativa –  suscitati da questa scelta. Che non sarebbe stata possibile, racconta Marina Viola, se lei e Dan, il papà di Luca, prima di trovare la casa che lo avrebbe accolto, non avessero messo a fuoco tre questioni grandi che conviene non dare per scontate perché, nell’esperienza di molti, non lo sono: l’importanza di ritagliarsi un tempo in cui non si è più esclusivamente genitori, ma coppia e individui con propri progetti – e soprattutto Marina ha dovuto fare i conti come e più di tante con l’idea dell’indispensabilità materna – il diritto di Luca ad una sua, seppur faticosa, autonomia e, infine ma non meno importante, la sua capacità di essere, viene da dire, insieme speciale e felice.

Non che non ci siano stati, nei lunghi anni di vita insieme e nel tempo passato da quando Luca ha lasciato la casa di Boston per la sua ‘new house’, mille momenti difficili, dolorosi, paurosi o frustranti: quando Marina Viola scrive che si possono fare molte cose piuttosto che crescere un figlio neurodivergente – vivere un amore che strappa i capelli, studiare le formiche rosse, fondare un partito che vince le elezioni – ci sta dicendo, con l’ironia della sua scrittura, quanto dilagante e assorbente sia stata questa esperienza per l’intera famiglia, quanto sia stato necessario attivare risorse che talvolta si teme di non avere, quanto complesse siano le dinamiche tra dentro e fuori, tra le mura domestiche e il mondo che si è occupato di una persona ad alta vulnerabilità come Luca, quanto, infine, sia stato non semplice reinventarsi la vita in una casa vuota di figli. Ma fatica, dolore e frustrazione, come già nella storia del bambino perfetto, non oscurano lo sguardo che Marina riserva a Luca, che oltre all’amore contiene la capacità di vederne le risorse non convenzionali e talvolta sorprendenti, non in linea con le aspettative sociali ma non per questo meno preziose o meno utili a garantirgli una vita degna di essere vissuta e, nel suo caso, piena di musica.  

Risuona, nel libro di Marina Viola, un interrogativo che riguarda il nostro modo di guardare a una disabilità talvolta poco decifrabile e perturbante come quella di Luca o forse più in generale a ogni diversità: è lui a dover cambiare alcuni comportamenti per uniformarsi il più possibile alla società in cui vive o, piuttosto, sono gli altri, i cosiddetti ‘normali’ a dover trovare un nuovo sguardo per rapportarsi senza paternalismi, senza pietismi, al suo modo di stare al mondo?
Quel che emerge dalla storia di Marina Viola è che essere supportati, non essere lasciati soli  nella difficile e impegnativa crescita di un figlio neurodivergente aiuta anche la famiglia a compiere questo salto psicologico e a non restare ingabbiati nel proprio ruolo di unici e indispensabili care giver. Nella prefazione di Elio, che vive un’esperienza simile, si legge che attualmente nel mondo un nuovo nato su settanta è autistico, negli Stati Uniti uno su trentacinque (sarebbe interessante sapere di più di questo gap: diagnosi più accurate o altro?, ndr). E ancora, che un’altissima percentuale di coppie scoppiano, non ce la fanno, si separano: la disabilità grave è un banco di prova severo, e spesso fa da detonatore alla crisi della relazione. Numeri pesanti che insieme alle storie come quella di Luca, Marina e della sua famiglia motiverebbero un pensiero collettivo e un sostegno pubblico sulla disabilità che in Italia, per motivi culturali e politici, mancano, sono discontinui o a macchia di leopardo.

“Go away, shut the door. Love you”, dice Luca ai suoi genitori in visita alla sua nuova casa. Bello poter chiudere quella porta, anche se si è un po’ tristi, con un sorriso, sapendo di aver fatto e di aver potuto fare la cosa giusta per tutti.

in apertura foto katerina-FQYCJSqER_0-unsplash

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