I frammenti di Beckett nel suono della memoria

In Teatro

Francesco Frongia porta in scena all’Elfo Puccini fino al 17 maggio “L’ultimo nastro di Krapp” e “Quella volta”, in un efficace e originale accostamento che si rivela coerente, anche grazie a un potente Ferdinando Bruni

Una scatola bianca che rivela, una lampada perpendicolare e i nastri di un passato che insegue, tanto all’avanguardia allora quanto – oggi – memoria di un passato con cui resta da fare i conti. Provare ad aggiungere parole a L’ultimo nastro di Krapp è tanto complesso – per la mole storica che il caposaldo beckettiano si porta dietro – quanto forse inutile e controproducente rispetto a un testo che programmaticamente sgancia le parole dal senso di racconto. Vale la pena allora soffermarsi sulle peculiarità della versione che, al Teatro Elfo Puccini, affida a Ferdinando Bruni il volto di Krapp, alla sua voce materica e avvolgente i nuovi ricordi che imprime sull’ultimo dei nastri con cui, a ogni compleanno, segna il trascorrere della sua esistenza. Le ultime sono le nuove consapevolezze – forse definitive – che contestano quello che credeva di avere capito nei precedenti e che si illuminano, livide e talvolta rabbiose, dentro uno spazio che più che una prigione è una sorta di lente per orientare lo sguardo dello spettatore che la scelta registica di Francesco Frongia fa arrivare da tre lati sul corpo di Krapp che mangia una banana, si muove con i gesti rigidi e sovradimensionati del clown, figura che Frongia ha deciso di rendere con la gestualità e i suoni senza affibbiare all’apparenza elegante dell’attore il naso rosso che sarebbe di prammatica da testo. Del clown questo Krapp ha la radice dolente e spietatamente sincera che Totò aveva restituito da par suo cinque anni prima, l’adesione viscerale del suo interprete che porta dentro il personaggio la traccia che ha segnato una carriera e una vita sui palchi, e la cifra umanissima, intima e radicale di Beckett, che usa la parola per tracciare nello spazio anche il desiderio, e sempre i corpi.

Con una scelta suggestiva ed evocativa, Frongia sceglie di accostare a questo celebre testo un secondo, meno noto, Quella volta. Pur con una linea di demarcazione netta – il pubblico viene fatto uscire dalla sala – il brevissimo testo, che segue l’altro di quasi vent’anni, sembra assumere qui una linea di continuità quasi naturale. Del corpo e del suo moto compresso di prima è rimasta una testa immobile, dove tutto è agito col moto minimo delle palpebre, quella di un antico uomo cinese di migliaia di anni prima, della voce in bilico tra il presente e il passato è rimasta una rifrazione che si è fatta in tre – registrate con tre diversi microfoni, come ad arrivare da punti diversi – e i frammenti che prima parevano seguire un filo di memoria qui lo fanno spezzandosi, facendosi eco, ripetendosi come un canone che, di volta in volta, aggiunge porzioni a un passato ricomposto per immagini, come quelle – dello stesso volto – proiettato tre volte come tre sono le voci – sul cubo bianco che ormai si è trasformato in schermo, raddoppiando il capo e i capelli che svettano dal buio.

La saldatura tra spettacolo e performance è ormai quasi compiuta, mentre il respiro – profondo e spezzato – prende lo spazio che prima era del corpo, come a simboleggiare lo sforzo fisico di un’interpretazione complessa nella sua radicale sottrazione.

A unirli un dialogo con se stessi che qui risale nel passato fino all’infanzia per identificare a chi appartiene il “lamento che fece di te quello che eri”. Ritrovare il sé bambino per perdervisi dentro, scomporsi come le voci in un dittico in cui sono le declinazioni del suono a comporre una trama in cui non riannodare ma tutt’al più provare a seguire il filo di una storia “un’altra di quelle vecchie storie per impedire al vuoto di entrare dentro, calare su di te il sudario”. Quello di Bruni e Frongia è un corpo a corpo con se stessi e con il vuoto programmatico, senza ansia di riempimento ma di senso, dove l’obiettivo non è trovarlo, ma dare spazio alla ricerca in sé. Così come si fa anche scenicamente, con un risultato suggestivo ed elegante, che racconta come il teatro – da molti decenni ormai – si scompone senza bisogno che a suggerirlo fossero i nuovi linguaggi. Non un ritorno al passato, tuttavia, ma una porta aperta sul possibile, sull’abisso dentro e fuori dall’individuo, a cui rimane la decodifica di quello che ci troverà, come in se stesso. Ma senza nostalgia, perché, con la chiosa di Krapp: “Non vorrei indietro quegli anni. Non con il fuoco che sente dentro adesso”.

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