Al centro del quinto film della regista sino-americana c’è Anne, la moglie del Bardo, figlia di una strega e creatura del bosco. Una sciamanica immagine di maternità vicina all’assoluto, che lotta contro il presente e la sua prosa, in nome di una poesia incendiaria e immaginifica. Nel raccontare la tragedia del loro figlio morto 11enne, gli strepitosi Jessie Buckley e Paulo Mescal (fa il grande autore ancora giovane) si muovono tra campi lunghi in cui la natura è sovrana, enigma selvaggio, ineludibile destino, e primi piani quasi carezzevoli, intrisi di tenerezza, ma indiscreti nello scavare dentro corpi e volti
Un film di fantasmi, di morti, resurrezioni, dolore e coraggio, a partire da uno sguardo nuovo, inedito, su una delle opere più famose della storia: l’Amleto di Shakespeare. La prospettiva di Hamnet, il nuovo film di Chloé Zhao, qui è quella di Anne Hathaway, la moglie del Bardo, la madre dei suoi figli, in particolare di Hamnet, morto ad appena 11 anni, e proprio per questo destinato all’immortalità. Destinato a tornare ancora e sempre nella rappresentazione della sofferenza e dello smarrimento, del lutto che faticosamente si rielabora, dell’identità che ritrova se stessa attraverso la perdita e la costruzione di una nuova storia, una nuova immagine, un inedito e sorprendente significato. È proprio questa ragnatela di sensi e controsensi, tragedie e rinascite, spaventi e ritorni a costruire sotto i nostri occhi una narrazione piena di fascino, anche quando la storia ci sembra di averla sentita già fin troppe volte.
Dopo il meraviglioso Nomadland e la discutibile gita nel mondo Marvel rappresentata da The Eternals, Chloé Zhao sembra voler tornare ai fondamentali. Per il suo quinto film ha deciso dunque di appoggiarsi all’omonimo romanzo dell’irlandese Maggie O’Farrell, ma soprattutto di interrogarsi sull’origine delle storie. E delle emozioni che certe storie immortali non smetteranno mai di suscitare in noi. Per portare a termine la sua impresa ha scelto un gruppo di attori di sconvolgente talento. Prima di tutto Jessie Buckley nei panni di Anne (ma tutti la chiamano Agnes), figlia di una strega (dicono) e creatura del bosco, sciamanica immagine di una maternità che appartiene all’assoluto e lotta spavalda contro il presente e la sua prosa, in nome di una poesia che incendia il cuore ma soprattutto accende il sacro fuoco dell’immaginazione.
Un personaggio selvatico e struggente, sanguigno e violento, portatore di un senso ancestrale della vita e della morte. Un personaggio scritto con inappellabile forza, a cui l’interpretazione di Jessie Buckley aggiunge un’urgenza che a tratti toglie il respiro, una furia animale che sembra voler marcare il territorio in modo irrevocabile. Accanto a lei Paul Mescal non può che operare di sottrazione, nel ruolo di Shakespeare prima di diventare un genio leggendario, quando è ancora solo un ragazzo timido, gentile, schiacciato da un padre padrone, incerto sul da farsi, pavido davanti a un talento immenso ma ancora tutto da sperimentare.
Un film di terra e acqua, aria e fuoco, seducente e complesso, che gioca di continuo sul contrasto tra interno ed esterno, campi lunghi in cui la natura è sovrana, enigma selvaggio e imperscrutabile, ingovernabile destino che si può solo accettare come tale, e primi piani quasi carezzevoli, intrisi di tenerezza, epperò indiscreti, capaci come sono di scavare dentro corpi e volti, senza ritrarsi davanti all’immensità del dolore. Quel dolore che trova un senso solo alla fine, su un palcoscenico, nella sua rielaborazione pubblica, impudica e indispensabile. E nel cinema, che quella elaborazione teatrale guarda, rispecchiandosi a sua volta in un’infinita e meravigliosamente feconda mise en abîme. Fin dentro a una lacrima (teatrale, e dunque finta, ma proprio per questo più vera del vero) capace di racchiudere un mondo intero e dare un senso anche all’assurdo.
Hamnet– Nel nome del figlio, di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn, David Wilmot