Gus Van Sant, anatomia di un rapimento. Così il capitalismo riconquistò il mondo

In Cinema

Con “Il filo del ricatto”, ispirato a un fatto vero degli anni 70, il regista americano di “Elephant” e “Milk” torna al grande cinema d’azione e di racconto sociale. Tony (l’ottimo Bill Skarsgard), rovinato da una società che eroga mutui, si vendica sequestrando il figlio del padrone della finanziaria. Per liberarlo chiede le scuse pubbliche e una somma ingente, le ottiene, si arrende e finisce in una clinica psichiatrica. Ritmo serratissimo e un Al Pacino che più gelido e perfido di così non potrebbe essere

Sarà per la presenza di un come sempre splendente Al Pacino, seppure qui in un ruolo importante ma non in primo piano, o per la continuità temporale (la vicenda al centro del film è collocata a Indianapolis nel 1977), ma vedendo Il filo del ricatto, ultima e assai convincente fatica registica di Gus Van Sant, viene in mente Un pomeriggio di un giorno da cani (1975). Che vinse l’Oscar per la sceneggiatura di Frank Pierson e fu “nominato” alla Statuetta e al golden globe per film, regia (un ispirato Sidney Lumet) e Pacino stesso, fresco della fama meritatissima ottenuta con Il padrino I e II e Serpico. Lì, a capo di una banda di disperati, sequestrava impiegati e clienti in una banca newyorkese, ergendosi ad acclamato vendicatore dei diritti dei poveri contro un’istituzione centrale del potere finanziario.

Qui le cose non vanno molto diversamente, perché il 35enne, ottimo attore svedese Bill Skarsgard, figlio del famoso Stellan e fratello di altri 4 interpreti di cinema e tv, ha il ruolo di Tony Kiritsis, impegnato a sua volta a pretendere scuse e dollari da una compagnia di broker di mutui (la sceneggiatura di Austin Kolodney è ispirata a un fatto vero) che ha ridotto lui e il padre sul lastrico pilotando a loro sfavore una gara di appalto per la costruzione di un supermercato. Per ottenere soddisfazione rapisce il rampollo del proprietario (Richard Hall, interpretato da Dacre Montgomery, australiano di origini canadesi e neozelandesi), e per rilasciarlo vuole un sostanzioso riscatto, in danaro e in immagine, si direbbe ora, a papà Al Pacino. Il film racconta in tre giorni l’evolversi dei fatti, senza spargimenti di sangue, fino all’accordo tra le parti che porterà infine Tony per molti anni in una clinica psichiatrica e il giovane Richard alla rovina sua e della sua perfida azienda.

La prima lettura è certamente quella di un film d’azione, dal montaggio ferreo (di Saar Klein), che riporta il regista di Louisville al livello altissimo di altri lavori in cui si è espressa questa sua vena classicamente hollywoodiana, di forte impronta documentaria, che affonda nella cronaca recente americana raccontata in una cornice fiction, da Elephant (2003) sul massacro degli studenti della Columbine High School a Milk (2008) sull’assassinio del primo uomo politico gay di San Francisco. Il film n. 18 di Van Sant ha infatti un forte interesse per il retroterra socio-economico della vicenda, che non a caso è collocata alla vigilia dell’era reaganiana, in cui si delinea la supremazia del capitalismo finanziario moderno, immateriale nei suoi tragitti di povertà e ricchezza e implacabile, insensibile a qualunque risvolto umano sopportato dalle persone reali, in carne e ossa. Teorizzato dalla celebre Scuola di Chicago con il termine di neoliberismo, governa tuttora la parte occidentale del mondo, e forse non solo. Trump e il suo sistema di potere ne solo solo la versione forse finale e un po’ delirante.

Ma Il filo del ricatto evidenzia anche un altro livello di interesse e di narrazione, quello psicologico. Tony non è certo un potenziale killer, non ha esperienza e contiguità con i sistemi malavitosi di risolvere le questioni. E non è nemmeno smanioso di vestire un ruolo da protagonista, benché a un certo punto richieda un’apparizione in tv. Che è però solo uno dei modi per ottenere giustizia per quello che lui e il padre hanno subito. Non è nemmeno un compiuto psicopatico latente, anche se grazie all’infermità mentale che il tribunale gli concede evita il carcere. Nei dialoghi tra lui e il suo sequestrato trapela una malcelata umanità verso la famiglia di Richard, rapidamente repressa da una sorta di odio di classe che riprende il sopravvento. Dopo aver cantato nella sua giovinezza cinematografica tanti dropout che reclamavano dagli anni Ottanta in poi nuovi diritti nella società, Van Sant in qualche modo nel film prende le parti di un altro tipo di drop out, tipicamente americano, probabilmente lontanissimo dal suo mondo e dal suo modo di vederlo. Ma In qualche modo vittima, come molti altri suoi “eroi”, di un sistema che ha smesso di occuparsi degli esseri viventi.  

Ci sono altri personaggi interessanti nel film, due neri in particolare, legati al mondo dei media, così importante nell’immaginario Usa: il conduttore radiofonico Fred Temple, “the voice of Indianapolis”, che parla con Tony in diretta, e una giovane giornalista tv in cerca dell’occasione giusta per essere lanciata in prime time. E poi i tanti rappresentanti dell’ordine costituito, locale e nazionale Fbi compreso, che negoziano con Tony, alcuni dei quali lo conoscono perché lui stesso è stato nella polizia. Perfino amici in passato, ora si trovano da lati opposti della barricata. Solo Al Pacino, spietata icona di chi fa dollari anche, o forse soprattutto, sulle disgrazie altrui, non ottiene dal film alcuna, se pur minima, patente di umanità. Però, anche se in poche e sgradevoli pose, vederlo declamare i suoi cinici precetti di successo economico, insensibile alla possibile tragica sorte del figlio, al telefono da un resort in Florida mentre l’Indiana che vediamo è sotto la neve con i suoi abitanti infreddoliti, vale, come si dice, il prezzo del biglietto.  

Il filo del ricatto, di Gus Van Sant, con Al Pacino, Bill Skarsgard, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha’la Herrold

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