Giordano Curreri, artista e direttore creativo tra i fondatori del collettivo Ultrapop, è tornato a Milano con una tre giorni nella quale ha proposto la sua ultima ricerca con “AntiPortrait”, tenutasi nel “white cube” dello storico WMilano ConceptStore di Aleksandra “Sasha” Stefanovic dal 27 al 30 novembre scorsi. “Anti-ritratti” eseguiti dal vero con la tecnica del disegno alla cieca, metodo che potenzia la percezione visiva e incoraggia la spontaneità, portando a risultati inaspettati. Con leggerezza e sano diletto.
«Sono un dilettante: la mia professione è la curiosità», diceva di sé Saul Steinberg, maestro dell’ambiguità grafica e della leggerezza pensante. Dilettante non nel senso banale del non-professionista, ma in quella accezione paradossale e fertile che l’artista lo storico illustratore del NewYorker – uno dei più grandi disegnatori del Novecento, figura “di confine” fra arte, illustrazione, satira e filosofia visiva – rivendicava come un titolo d’onore. E proprio quella curiosità indisciplinata, quell’atteggiamento di “libertà vigilata”, permettono di entrare con naturalezza nell’universo di Giordano Curreri, artista e direttore creativo, tra i fondatori del collettivo Ultrapop, e della sua mostra milanese AntiPortrait, tenutasi nel “white cube” dello storico store WMilano ConceptStore di Aleksandra “Sasha” Stefanovic dal 27 al 30 novembre scorsi.

È proprio nel “provare diletto” che il suo lavoro sembra trovare la sua misura più autentica. Curreri costruisce i suoi ritratti alla rovescia: non guardando il foglio, ma fissando direttamente il volto del soggetto, e il disegno “alla cieca”, tradotto poi su tela, è un atto che contiene già in sé una dichiarazione: il ritratto non è un esercizio di somiglianza, ma un’esperienza, un’incursione nella relazione tra due persone, un tempo condiviso. Ed è anche un gesto da dilettante nel senso steinberghiano del termine: la linea non è qui per essere impeccabile, ma per essere vera, disponibile all’errore, all’imprevisto, allo scarto. E proprio in questa sospensione del controllo nasce la possibilità di un’altra profondità – non quella della psicologia, ma quella più lieve e instabile dell’impressione. È un rischio, ma è anche un modo per ricordare che il ritratto è, da sempre, un genere fondato su un fraintendimento: pretende di catturare l’identità, quando può solo restituire una traccia, un gesto, un’intuizione.

La traduzione su tela dei disegni, con i loro sfondi monocromi e il tratto rapido che si cristallizza in immagine, amplifica questa ambivalenza. Le figure – volti sbilenchi, occhiali spostati, bocche in lieve ritardo rispetto allo sguardo – diventano icone pop attraversate da un’ironia lieve, talvolta grottesca. La vicinanza con Steinberg, oltre che teorica, diventa anche visiva: quella linea che sembra correre da sola, senza affanno; quella capacità di far convivere essenzialità e invenzione; quel modo di suggerire più che descrivere. Entrambi usano il disegno come una forma di pensiero, non come forma di mestiere.
L’operazione di Curreri funziona soprattutto quando resta sospesa, quando non pretende di spiegare troppo: quando è, appunto, “dilettante”. Non perché manchi di mestiere, ma perché rivendica quella libertà di spostarsi lateralmente rispetto alle attese. Lontano dalla retorica del gesto eroico o della profondità psicologica, AntiPortrait trova una sua leggerezza strutturale che non toglie intensità, ma la distribuisce in superficie. È nella linea che inciampa, nel contorno che non chiude, nel colore che fissa la figura senza irrigidirla, che questo lavoro trova la propria misura.

In un panorama artistico spesso ossessionato dalla coerenza e dalla densità concettuale, Curreri sceglie un’altra strada: quella, più rara, di chi si concede il lusso di disegnare con leggerezza, sapendo che la leggerezza può essere un modo serio di guardare il mondo. Con l’idea, condivisa proprio con Steinberg, che il disegno possa essere uno spazio di libertà, un luogo dove l’ironia, la disinvoltura e l’imperfezione diventano forme di conoscenza.